La sala consiliare del Carmine di Milazzo ha ospitato nel tardo pomeriggio di ieri uno degli appuntamenti più significativi della quinta edizione del Milazzo Cult Festival: l’incontro con l’ex presidente del Senato e magistrato antimafia Pietro Grasso, protagonista di un dialogo pubblico con il procuratore generale di Messina Carlo Caponcello attorno al volume ‘U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra.
Il libro, pubblicato da Fertinelli, ripercorre dall’interno la stagione del Maxi Processo di Palermo, di cui Grasso fu giudice a latere accanto al presidente della Corte Alfonso Giordano. Attraverso ricordi personali, episodi inediti e riflessioni civili, l’autore restituisce la complessità di quello che rappresentò il primo vero processo alla struttura unitaria di Cosa Nostra.
Il peso della responsabilità e l’inizio del processo
Nel corso dell’incontro, Grasso ha ricordato l’emozione e il senso di responsabilità provati entrando per la prima volta nell’aula bunker di Palermo il giorno dell’apertura del processo. “Sentivo il peso della responsabilità. Dovevamo dimostrare il riscatto del popolo siciliano, che non è tutto mafioso come qualcuno diceva, ma che voleva giustizia e voleva condannare i responsabili”.
Il Maxi Processo, iniziato nel 1986, coinvolgeva centinaia di imputati, oltre duecento avvocati e un apparato organizzativo senza precedenti. Il primo giorno, ha ricordato Grasso, venne impiegato quasi interamente per l’appello dei 465 imputati e per la verifica delle rispettive posizioni processuali.

L’aula bunker e le misure di sicurezza
Particolarmente vivido il ricordo della costruzione dell’aula bunker dell’Ucciardone, realizzata in tempi rapidissimi e sorvegliata costantemente dall’esercito per scongiurare possibili attentati al cantiere. Grasso ha raccontato come quella struttura fosse stata progettata per resistere anche ad attacchi particolarmente violenti e come ogni dettaglio fosse stato pensato per garantire la sicurezza dei magistrati, dei giudici popolari e degli operatori della giustizia.
Anche la lunga permanenza della Corte in camera di consiglio per la deliberazione della sentenza – trentacinque giorni consecutivi – impose soluzioni straordinarie, comprese aree protette per consentire ai giudici di trascorrere brevi momenti all’aria aperta senza compromettere la sicurezza.
Le paure di Falcone e la forza della normalità
Tra i passaggi più intensi dell’incontro, il ricordo di Giovanni Falcone negli anni precedenti alle stragi. Grasso ha raccontato come il magistrato palermitano fosse consapevole della pressione esercitata da Cosa Nostra sui magistrati del pool antimafia e sulle loro famiglie. In quel clima di minaccia costante, la scelta condivisa era quella di non mostrare paura e di continuare a vivere con la maggiore normalità possibile, pur adottando ogni cautela necessaria.
Ricordando il clima che circondava il Maxi Processo, Grasso ha citato una riflessione di Falcone rimasta impressa nella sua memoria: “Mi sembra che molti ancora non sapessero se stare dalla parte del toro o del torero. Stavano alla finestra a guardare lo spettacolo, senza essersi ancora schierati”. Parole che descrivevano l’incertezza di una parte della società italiana davanti alla sfida lanciata dallo Stato a Cosa Nostra.

Le strategie per rallentare il processo
Uno degli aspetti più interessanti affrontati durante la conversazione con Caponcello riguarda le difficoltà quotidiane nella gestione di un procedimento senza precedenti per dimensioni e complessità. Grasso ha raccontato come alcuni imputati tentassero continuamente di rallentare o interrompere le udienze attraverso espedienti di ogni tipo. Tra gli episodi ricordati, quello di un detenuto che riusciva a provocarsi da solo crisi epilettiche.
“Scoprimmo che riscaldava una moneta con l’accendino e poi se la appoggiava sulla fronte, così da procurarsi una crisi epilettica e costringere alla sospensione dell’udienza per l’intervento del medico”. In altri casi, ha spiegato, venivano presentati certificati medici o messe in scena situazioni finalizzate a ottenere rinvii e sospensioni.
Per evitare rallentamenti, la Corte introdusse soluzioni organizzative innovative per l’epoca, come la registrazione audio integrale delle udienze e la trascrizione quasi in tempo reale delle deposizioni attraverso l’utilizzo di mini cassette e sistemi tecnologici allora all’avanguardia.
L’arrivo di Buscetta e la svolta del processo
Secondo Grasso, il momento decisivo del Maxi Processo coincise con la deposizione di Tommaso Buscetta. L’ingresso del primo grande collaboratore di giustizia nell’aula bunker segnò infatti un passaggio storico: per la prima volta un uomo appartenuto ai vertici di Cosa Nostra descriveva dall’interno la struttura dell’organizzazione, le sue regole, i rapporti con il mondo economico e politico e i meccanismi decisionali della commissione mafiosa. Il successivo confronto con gli imputati, ha ricordato Grasso, rappresentò uno dei momenti che fecero comprendere alla Corte come il processo stesse prendendo una direzione favorevole all’accusa.

Il dolore delle vittime e delle famiglie
L’ex magistrato ha dedicato una parte significativa del suo intervento alle storie umane emerse durante le udienze: genitori che non si rassegnavano alla perdita dei figli, familiari incapaci di accettare la scomparsa dei propri cari, testimoni segnati per sempre dalla violenza mafiosa. “Dietro il processo ci sono tante storie di vita, momenti drammatici, momenti di dolore e anche episodi assurdi che raccontano cosa fosse davvero quella stagione”.
È proprio questa dimensione umana ad essere raccontate nel libro ‘U Maxi, che non si limita alla cronaca giudiziaria ma restituisce il volto delle persone coinvolte, delle vittime e di quanti contribuirono, in ruoli diversi, alla riuscita del processo.
“Lo Stato vince quando si riconosce come comunità”
Nella parte finale del dialogo, sollecitato dalle domande del procuratore generale Caponcello sul significato attuale dell’esperienza del Maxi Processo, Grasso ha affidato al pubblico presente il messaggio che considera più importante. “Lo Stato, quando si riconosce come comunità e partecipano tutti i suoi componenti, alla fine vince”.
Per l’ex magistrato, la vittoria contro la mafia non fu soltanto il risultato dell’azione della magistratura o delle forze dell’ordine, ma dell’impegno condiviso di istituzioni, cittadini, testimoni, giudici popolari e società civile. “Io sono stato uno degli ingranaggi di un meccanismo più grande. Ognuno ha fatto la propria parte”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Valentina Di Salvo
Source link



