L’aria in effetti era mutata. Christine Lagarde potrebbe lasciare la Banca Centrale Europea prima della scadenza del mandato, prevista ad ottobre del 2027, anno di riassetto a Francoforte: a maggio scadrà la poltrona di Philip Lane, capo economista della Bce, a dicembre quella di Isabel Schnabel, rappresentante di peso della Germania nel Comitato esecutivo dell’istituzione europea. Tre ruoli apicali dovranno essere rimpiazzati ricomponendo gli equilibri interni. Ma il voto per le presidenziali francesi è la variabile che può complicare e addirittura anticipare ulteriormente la partita delle nomine. “È una possibilità”, ha ammesso la presidente in un’intervista a Les Echos in merito a una sua uscita anticipata, spiegando che potrebbe servire “una voce europea” nella campagna per le elezioni di Francia. Solo poche ore prima, in effetti, la presidenza francese ha reso noto che il primo turno del voto sarà domenica 18 aprile 2027, e l’eventuale secondo turno domenica 2 maggio. Un voto su cui incombe l’avanzata della destra di Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, in testa stando ai sondaggi, ma anche la decisione dei giudici. Il 7 luglio la Corte d’appello di Parigi emetterà la sentenza sulla vicenda degli assistenti parlamentari che riguarda Le Pen: a marzo 2025 i giudici hanno ritenuto lei e altri membri del suo partito colpevoli di aver utilizzato in modo improprio i fondi del Parlamento europeo per l’assunzione, dal 2004 al 2016, di collaboratori che avrebbero lavorato per il partito invece di svolgere mansioni parlamentari. Se nuovamente condannata, potrebbe incorrere in un divieto di ricoprire cariche pubbliche o essere costretta a indossare un braccialetto elettronico (o entrambe le cose). Lei ha dichiarato che non si candiderà alle presidenziali se la Corte d’appello le imporrà di indossare il braccialetto.
Questioni parigine che però investono direttamente anche Francoforte. “Credo che una voce europea debba essere ascoltata nel dibattito presidenziale francese”, ha detto Lagarde. E ha aggiunto: “Se questo dibattito dovesse presentare una visione riduttiva del ruolo della Francia in Europa, credo sarebbe necessario spiegare” perché questa porterebbe su un percorso “doloroso per il nostro Paese e i nostri cittadini”. Già a febbraio il Financial Times aveva parlato dell’ipotesi di un’uscita anticipata di Lagarde, un modo per dare al presidente francese uscente Emmanuel Macron e al cancelliere tedesco Friedrich Merz la possibilità di scegliere il successore prima delle cruciali elezioni. In quel caso ci fu una smentita, in realtà non molto netta. La nomina di Lagarde a presidente della Bce risale al 2019, dopo l’accordo a sorpresa tra Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel che prevedeva che lei prendesse il controllo della Bce, mentre all’allora ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen sarebbe spettata la presidenza della Commissione Europea.
Un’uscita di scena di Lagarde aprirebbe la partita per gli assetti interni. Tempo fa il portavoce del Governo Merz aveva lanciato l’idea di una candidatura tedesca alla guida dell’Eurotower per il futuro. “È perfettamente concepibile che la Germania proponga un candidato idoneo per questa posizione, e che questo candidato sostenga anche la nostra visione di stabilità della Bce”, aveva detto Stefan Kornelius. Tra i nomi in testa ci sarebbe proprio quello di Schnabel, ma la nazionalità in questo caso non aiuta: una Bce e una Commissione Europea entrambe a guida tedesca sono impossibili da digerire nell’Ue. Da un po’ si è fatta largo l’ipotesi di Klaas Knot, l’ex governatore della Banca di Olanda. Il suo nome circola da mesi, ma il suo approccio severo da falco del Nord Europa denoterebbe una scelta politica definita, in un contesto in cui l’incertezza internazionale impone prudenza.
Potrebbe essere invece la volta buona per la Spagna, con la candidatura dell’ex governatore della banca centrale spagnola Pablo Hernandez de Cos. Da tempo Madrid cerca di scalare l’Eurotower, e in questo senso aiuta l’uscita a maggio scorso di Luis De Guindos dalla vicepresidenza Bce, e sostituito da Boris Vujčić, meritevole banchiere per aver condotto la Croazia nell’euro nel 2023. Anche per de Cos, per certi versi, il problema potrebbe essere rappresentato dal peso nazionale: Madrid è la “piccola” tra le grandi economie europee che più hanno chance di guidare un’istituzione potente come la Bce, ma l’elezione avviene su indicazione del Consiglio Ue a maggioranza qualificata. I voti si contano, ma si pesano pure.
Intanto qualcosa si stava già muovendo. Dopo la decisione della Banca Centrale Europea di alzare i tassi a giugno, solo pochi giorni prima della sigla del memorandum tra Stati Uniti e Iran che ha fatto crollare i prezzi del petrolio, pressoché unico driver dell’inflazione, nel Consiglio direttivo è già iniziato il posizionamento. In chiave monetaria, e quindi giocoforza politica. A maggior ragione dopo che Eurostat mercoledì ha registrato una brusca frenata dell’inflazione a giugno, scesa al 2,8% rispetto al precedente 3,2% di maggio. Prova che il calo del prezzo del greggio si è trasmesso in maniera repentina alle dinamiche dei prezzi al consumo. Del resto già martedì Italia aveva registrato un’inflazione giù al 3%, la Francia sotto il 2% (1,8%) e la Germania di poco sopra (2,3%). È ancora presto per cantare vittoria ma è senza ombra di dubbio un primo segnale di raffreddamento.
Lagarde ha ribadito la necessità di perseguire la stabilità dei prezzi, cosa che intende fare fino a quando ricoprirà il suo ruolo. Il tempismo però dice molto: l’intervista a Les Echos è stata pubblicata solo giovedì, ma era stata realizzata il 24 giugno. E nei giorni scorsi i governatori dell’eurozona si sono precipitati a dare le loro indicazioni su quali potranno essere le mosse future della Bce. Un modo per posizionarsi, alla luce dei dati Eurostat e magari in vista del prossimo riassetto interno alla Bce. Falchi e colombe, come vuole la prammatica di Francoforte. A guidare i primi c’è naturalmente il governatore della Bundesbank tedesca, Joachim Nagel, secondo cui “l’inflazione è ancora troppo alta” e “resterà al di sopra dell’obiettivo anche nel 2027. Lo shock dei prezzi dell’energia è ancora presente nel sistema”, aveva detto in una intervista a CNBC durante il forum dei giorni scorsi a Sintra, dove in settimana si è tenuto il forum dei banchieri centrali. “Sospetto che il tasso di inflazione rimarrà significativamente al di sopra del nostro obiettivo”.
Ma i toni si sono già ammorbiditi. “Il rialzo dei tassi deciso l’11 giugno era sostanzialmente inevitabile, mentre per le prossime riunioni sarà necessario mantenere un approccio pragmatico e basato sui dati”, ha detto venerdì intervendo da Aix en Provence. Il calo dei prezzi dell’energia e del petrolio “è arrivato come una sorpresa”, ha aggiunto, osservando che molti esperti si aspettavano un’evoluzione diversa. Ora però spera di “rendere entro un anno Mario Draghi felice”, se l’Ue metterà in azione il suo piano. E soprattutto: “Quando conduciamo la politica monetaria nel consiglio direttivo non pensiamo ai Paesi da cui proveniamo, ma all’intera area euro”. Toni molto distesi, più del passato, e per certi versi un copione già visto. A febbraio, quando si iniziò a vociferare dell’uscita di scena di Lagarde, arrivò a fare un’apertura sugli Eurobond, un tema odiato dai tedeschi tanto che lo stesso cancelliere Merz l’ha più volte, anche di recente, bocciato.
La scorsa settimana la tedesca Schnabel aveva detto a Die Zeit che “dal punto di vista attuale, dovremo continuare ad aumentare i tassi di interesse per riportare l’inflazione al nostro obiettivo del 2% nel medio termine”, partendo dal presupposto che il cessate il fuoco in Medio Oriente “non è un segnale per abbassare la guardia”. Non un bel biglietto da visita per chi, al momento, ha assunto la posizione più restrittiva, e quindi più rischiosa per la crescita economica dell’Ue.
Secondo il banchiere belga Pierre Wunsch “potremmo aver bisogno di un altro aumento dei tassi – è ovviamente ciò che il mercato sta prezzando – ma non nella misura che avevamo previsto a giugno”, ha detto a Bloomberg Tv. “Preferirei, se riteniamo che sia necessario un altro aumento, agire rapidamente. Non significa necessariamente a luglio”. Solo pochi giorni prima invece era stato molto più propenso verso un taglio già questo mese, motivato dall’aumento dell’inflazione nei servizi al 3,5% a maggio, poi effettivamente calata al 3,2% a giugno.
Wunsch intravede effetti di secondo livello in arrivo, ce ne saranno “alcuni”, ma al momento non ne è preoccupato. Secondo il presidente della banca centrale maltese Alexander Demarco, gli effetti di secondo livello invece non si vedono, né tanto meno pressioni salariali o, peggio, un disancoraggio delle aspettative di inflazione. “In un contesto di moderazione delle pressioni sui prezzi, sarebbe prudente non affrettarsi ad adottare misure di politica monetaria”, ha dichiarato Demarco a Reuters, spiegando che il calo dei costi energetici dovrebbe rapidamente attenuare le aspettative sui prezzi e contenere le richieste salariali. Demarco è insomma tra coloro che predicano calma: “Possiamo permetterci di aspettare le prossime proiezioni piuttosto che rischiare di danneggiare inutilmente la crescita economica con un altro aumento affrettato dei tassi”.
Anche per il Governatore lettone Martins Kazaks, non c’è attualmente la necessità di una risposta più decisa della Bce sull’inflazione. Mentre per Ulo Kaasik, banchiere dell’Estonia, l’idea di almeno un altro aumento sembra “ragionevole”, ha detto a Bloomberg. Per il greco Yannis Stournaras allo stato attuale, “forse è meglio rimanere dove siamo per un po’ di tempo”. Agire o restare fermi è il dilemma che si porrà in seno al Consiglio della Bce a fine luglio, l’ultimo prima della pausa estiva. E presieduto da una presidente che pare aver messo già un piede fuori dalla porta.
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di Claudio Paudice
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