L’artista, i cui quadri sono in mostra a San Marino fino al 3 settembre, ritrae quasi esclusivamente soggetti femminili. «Le mie protagoniste vivono la vita alle loro condizioni e non secondo ciò che viene loro imposto»
A cinque anni convocò genitori e sorelle e disse «Farò l’artista». La famiglia non reagì benissimo: ad Abuja, in Nigeria, dove Ndidi Emefiele è nata e cresciuta, negli anni Novanta le possibilità per sviluppare la propria vocazione artistica non erano molte. I percorsi formativi sia nella città d’origine che nel resto del paese erano pochi e attorno a sé non c’erano esempi di artisti – ancora meno artiste – di successo.
Ma Emefiele aveva già deciso. «Fin da giovanissima sentivo in me due esigenze – dice davanti una sua opera monumentale intitolata Pool side kebab nel vernissage della mostra “Inarrestabile” aperta a Palazzo SUMS, Repubblica di San Marino, dal 20 giugno al 3 settembre – da una parte il richiamo a creare, dall’altra l’urgenza di dare voce all’universo femminile del mio paese e dell’Africa così spesso relegato a ruoli subalterni. Tutti dicevano “ma fai ingegneria, prova con l’insegnamento o con medicina…” Ma io avevo già preso una decisione».
Emefiele elesse a suo studio la camera da letto che condivideva con una delle sue sorelle – quattro in tutto, una specie di “Speriamo che sia femmina” in cui tutti, però, chiedevano alla mamma di dare alla luce almeno un maschio – e dedicò ogni energia a incanalare il suo irrefrenabile impulso creativo. «Nei miei quadri c’è un percorso faticoso, provengo e ho iniziato a lavorare nella parte settentrionale della Nigeria, dove le donne sono relegate a un secondo piano con ruoli prevalentemente domestici. Ci si aspetta che si facciano carico di tutto il peso della famiglia e che debbano anche sorridere. Io dipingo donne che si rilassano, si dedicano a sé, lavoro per incoraggiare il piacere delle donne e, in un certo senso, per incoraggiare il riposo che si meritano per tutte le difficoltà a livello biologico, psicologico e spirituale che devono affrontare».
L’universo delle donne
Nelle tele dell’artista nigeriana – un’esplosione di colori ma anche patchwork di tessuti, materiali della tradizione e della moda africane e collage – campeggiano solo donne (unica presenza maschile nel quadro What a man un’opera-tribute a Ian Rosenfeld, fondatore e direttore della Galleria Rosenfeld a Londra, suo mentore, scomparso nel 2025, ndr).
L’universo artistico di Ndidi Emefiele è fatto di sorellanza nera che lancia messaggi e decostruisce un mondo patriarcale e coloniale. Le ragazze, le bambine, le donne ritratte, hanno tutte una testa sproporzionatamente grande rispetto al corpo «mi ispiro alla cultura Yoruba (antichissima civiltà del nord-ovest della Nigeria, ndr) che realizzava sculture con teste di dimensioni enormi: il capo è considerato la sede della saggezza, con questa scelta stilistica intendo esaltare la dimensione spirituale e morale delle mie donne».
Ma oltre che sagge, le donne di Ndidi, amate da Beyoncé ed esposte in alcune delle più prestigiose mostre del mondo, sono appariscenti, attraggono l’attenzione, ipnotizzano con le loro capoccione, gli occhiali sgargianti e veri e propri cd piazzati sugli occhi quasi a proteggere da un universo maschile violento.
«Al primo sguardo le mie protagoniste ti dicono: “Voglio essere vista”. La mia è una lotta esplicita contro quella tradizione tipica dei luoghi dove sono cresciuta secondo cui le donne non dovrebbero essere viste. Specie nella parte settentrionale della Nigeria, l’obiettivo è quello di nasconderle. Le mie donne le trovi a fissare gli spettatori, vogliono interagire con te, vogliono che tu le noti, ti dicono: “Sono qui, parla con me”. Mi piace quindi ritrarre donne in modo spensierato, quasi a suggerire e far capire al pubblico, o a chiunque le incontri, che vogliono coinvolgere ma non si curano del giudizio. Stanno riscrivendo la storia, le narrazioni di come una donna dovrebbe essere ritratta, percepita da chiunque si trovi in quello spazio. Queste donne vivono la vita alle loro condizioni e non secondo ciò che viene loro imposto e dettato. Non seguono le convenzioni. Sono persone indipendenti e fanno ciò che più gli piace fare».
La gioia dei corpi
L’arte di Emefiele è una diretta reazione a quella classica che mette in mostra solo donne in ruoli subalterni «direi in condizioni di servitù, ritratte mentre portano ceste di legna sulla testa, mentre si danno da fare per rispondere agli ordini degli uomini».
A parlare con Ndidi Emefiele, mentre si scorrono le opere in mostra e si passa da Joy bath in cui un corpo femminile trae gioia da una piacevolissima doccia corroborata da un “Joy Bath gel” che “washes 88 per cent of pain” (lava via l’88 per cento del dolore), a See me in Vogue in cui una ragazza si immagina in una copertina della nota rivista, si ha la sensazione di stare a parlare con un’artista molto radicata su questa terra che sente di avere una vocazione chiara e che crede nella dimensione politica dell’arte.
«L’arte è un’arma potentissima – si ferma davanti a A Crown in Lomè dove una Paolina Borghese togolese, reclinata sul divano di casa, attende senza fretta che la parrucchiera le curi i capelli mentre mostra le gambe non depilate che dicono “chissenefrega di cerette ed estetista” – che arriva al cuore e alla mente in modo diretto. Io la sento come fosse un ministero, una sorta di vocazione a dare voce e a creare riforme, anche nelle piccole cose. Man mano che crescevo come donna e come artista ho partecipato a varie mostre e mi è capitato di incontrare tante donne e provavo una forte emozione perché alcune di loro si riconoscevano nei miei quadri o ne vedevano l’impatto».
«Molte», aggiunge «mi scrivono, ci sono ragazze che mi mandano email dicendomi: “Il tuo lavoro mi fa sognare”. Sono loro che in un certo senso mi costringono a farlo, mi forzano a mettere in discussione le norme. L’obiettivo è quindi quello di continuare a impegnarmi per creare opere che mettano in discussione il sistema, le norme, e che cambino le narrazioni. Credo che sia la missione della mia vita».
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Luca Attanasio
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