Antonino Pontari, l’assessore di San Lorenzo ucciso per non essersi piegato alla ’ndrangheta


Il semaforo del bivio di San Leo è rosso. Sono da poco passate le otto del mattino del 26 giugno 1990 quando Antonino Pontari arresta la sua Bmw lungo la Statale 106, all’altezza di Pellaro, alle porte di Reggio Calabria. Sta andando al lavoro, come ogni mattina, all’ufficio tecnico dell’ospedale “Bianchi-Melacrino-Morelli”. Ha 42 anni.
Una motocicletta si affianca all’auto. In sella ci sono due uomini con il casco. Il passeggero scende appena il tempo necessario per avvicinarsi al finestrino. Impugna una pistola calibro 9, dotata di silenziatore. Spara a distanza ravvicinata. I proiettili raggiungono Pontari alla testa e al torace, recidendogli l’aorta. Muore sul colpo, piegato sul volante, nel giorno del suo compleanno. I killer ripartono immediatamente, lasciandosi alle spalle un tratto di strada paralizzato dal panico degli automobilisti.
Per gli investigatori non è un delitto maturato negli ambienti della criminalità comune. La risposta va cercata nell’attività politica della vittima.

Chi era Antonino Pontari

Geometra, dipendente dell’ospedale reggino e assessore all’Urbanistica del Comune di San Lorenzo, Antonino Pontari è un uomo riservato. Dopo alcune esperienze lavorative fuori dalla Calabria sceglie di tornare nel suo paese. Nel 1983 accetta la proposta del Partito socialista di candidarsi alle elezioni comunali. Non è un politico di professione e chi lo conosce prova anche a dissuaderlo. Viene eletto e, nel secondo mandato amministrativo, riceve la delega all’Urbanistica.
Nel frattempo, a San Lorenzo il clima cambia. La competizione politica lascia progressivamente spazio alle intimidazioni. Bombe incendiarie, minacce e pressioni investono gli amministratori locali. La giunta entra in crisi e nel maggio del 1990 il sindaco e gran parte degli assessori rassegnano le dimissioni. Pontari no. È l’unico componente dell’esecutivo a non voler lasciare immediatamente l’incarico. Non ritiene che vi siano motivi amministrativi per abbandonare il proprio posto. Continua a svolgere il suo lavoro mentre le pressioni aumentano. Soltanto pochi giorni prima dell’omicidio comunica l’intenzione di dimettersi, senza però formalizzare la decisione. Secondo quanto emergerà anni dopo, quel ritardo basta a condannarlo.

Le indagini e i collaboratori di giustizia

Per molto tempo le indagini non producono risultati decisivi. La svolta arriva grazie ai collaboratori di giustizia ascoltati nell’ambito dell’operazione “Valanidi II”. I loro racconti, che coincidono con quelli della sorella di Pontari, Rossella, consentono agli investigatori di ricostruire l’organizzazione dell’agguato e il contesto nel quale matura. Secondo quella ricostruzione, a sparare sarebbe stato Santo Maesano, trasportato sulla motocicletta da Enzo Di Bona. Il supporto logistico sarebbe stato assicurato invece da Domenico Testa e Giovanni Riggio, destinato negli anni successivi a diventare collaboratore di giustizia.
Il delitto, secondo la Direzione distrettuale antimafia, rientra nella strategia della cosca Paviglianiti, impegnata in quegli anni a consolidare il controllo del territorio di San Lorenzo, degli appalti pubblici e dell’amministrazione comunale. Le mancate dimissioni di Pontari rappresentano un ostacolo che la cosca decide di eliminare.
L’inchiesta individua nel boss Domenico Paviglianiti il mandante dell’omicidio. Nel 2009 la Corte d’Assise di Reggio Calabria lo condanna anche per questo delitto. In appello, però, l’accusa non supera il vaglio probatorio e Paviglianiti viene assolto dall’imputazione relativa all’omicidio Pontari. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia vengono ritenute insufficienti a dimostrare la responsabilità penale oltre ogni ragionevole dubbio. Resta invece confermato il contesto mafioso nel quale il delitto si colloca.
Quella ricostruzione trova riscontro anche negli eventi successivi. Nell’agosto del 1990 il Comune di San Lorenzo viene commissariato. Le elezioni convocate per il rinnovo del Consiglio comunale non raggiungono il quorum. Per gli investigatori, il clima di paura creato dagli omicidi e dalle intimidazioni tiene molti elettori lontani dalle urne.

Dietro gli atti processuali rimane una famiglia spezzata

Nel 2016 in un’intervista al Quotidiano del Sud, la sorella Rossella ricorda quella mattina. Stava imbiancando una stanza di casa quando arrivarono gli agenti per eseguire i primi accertamenti. Ancora non sapeva che il fratello era stato assassinato. Sarà la madre a ricevere per prima la notizia della sua morte. Da quel momento la vita della famiglia cambia per sempre. Il padre morirà appena otto mesi dopo, mentre la madre resterà a lungo schiacciata da un dolore dal quale sembra impossibile riemergere. Toccherà a Rossella cercare di tenere insieme ciò che resta della famiglia, convivendo per anni con domande rimaste senza risposta e con la paura generata da un delitto di cui nessuno, almeno inizialmente, riesce a spiegare il motivo.
Le spiegazioni arriveranno soltanto con le dichiarazioni dei pentiti. Una verità processuale solo parziale, incapace di restituire ciò che quella famiglia aveva perduto.
Antonino Pontari continua invece a essere ricordato da chi lo ha conosciuto come un amministratore rigoroso, poco incline ai compromessi e convinto che il proprio incarico dovesse essere esercitato senza condizionamenti.
Oggi il suo nome compare tra le vittime innocenti della ‘ndrangheta. Per anni, però, è rimasto ai margini della memoria pubblica, uno dei tanti amministratori locali uccisi durante una stagione in cui la criminalità organizzata sceglieva di colpire anche le istituzioni per imporre il proprio controllo sul territorio. La sua storia racconta quel tempo e ricorda il prezzo pagato da chi decise semplicemente di non arretrare. (f.v.)


Le storie dimenticate

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