comitati denunciano rincari del 46% – Il Desk


Chiesta la procedura di concordato preventivo. La dura protesta dei cittadini: “Tariffe aumentate in modo retroattivo per pagare i debiti del passato”

L’acqua in Campania rischia di prendere la strada dei mercati azionari e delle grandi multiutility, malgrado la chiara volontà espressa da milioni di cittadini nel referendum del 2011. L’allarme, forte e documentato, arriva dal Comitato Acqua Pubblica Napoli Nord e dal Coordinamento Acqua Bene Comune di Caserta e Provincia, che hanno indirizzato una formale richiesta di confronto urgente al presidente della giunta regionale Roberto Fico.

Al centro della mobilitazione c’è il futuro della gestione del Servizio Idrico Integrato nei due distretti, territori in cui, denunciano apertamente i comitati, i cittadini sono esposti a un “rischio concreto e letale, quello di trovarsi un servizio essenziale messo sul mercato, in mano a poderose Multiutility come Acea e Italgas, per un intervallo di trenta anni”. Tutto questo, spiegano gli attivisti nella loro nota, avviene “in palese violazione dell’esito referendario del 2011” e in netto contrasto con la direzione politica di ripubblicizzazione che la stessa Regione Campania aveva tracciato in passato.

Napoli Nord: lo stop della Corte dei Conti e lo spettro della società mista

La frammentazione del sistema idrico campano ha radici precise. I comitati territoriali ricordano come la scissione tra i distretti Napoli e Napoli Nord abbia di fatto “interrotto la costruzione di un sistema integrato metropolitano, bloccando l’espansione dell’azienda speciale ABC verso una dimensione metropolitana”. In questo modo, accusano i portavoce delle associazioni, si è tolta la possibilità di includere progressivamente i comuni della provincia legati a gestori privati o misti, “impedendo la costruzione di un’alternativa pubblica su scala più ampia”.

Da allora la strada verso l’acqua pubblica è stata stravolta. Nel 2024 il Consiglio di distretto ha convertito la scelta iniziale di una gestione totalmente pubblica in una società mista a capitale privato per il 45%. Una decisione presa, denunciano i comitati nel comunicato, con “motivazioni sopraggiunte di nessun ordine tecnico se non la pressione che la Regione Campania aveva esercitato incombendo i poteri sostitutivi del Ministero dell’ambiente”.


I tentativi di percorrere questa strada hanno però subito duri stop. Recentemente, ad aprile 2026, la Corte dei Conti ha bloccato i provvedimenti per vizi nel procedimento e mancanza di una reale consultazione pubblica. La magistratura contabile ha inoltre sollevato forti dubbi sui patti statutari della nascente società mista, affermando — come opportunamente evidenziato dai comitati — che le previsioni rischiano “di limitare la capacità dei soci pubblici di esercitare un’influenza dominante sulla costituenda società, sia per l’attribuzione al socio privato della nomina dell’amministratore delegato e del direttore generale, sia per le modalità di esercizio del voto assembleare”.

Caserta: un buco da 255 milioni e tariffe in aumento del 46%

La situazione nel distretto di Caserta non è meno drammatica, segnata dal fallimento economico della gestione affidata a ITL S.p.A. I comitati di Caserta contestano una trasformazione in Spa realizzata “senza i passaggi per i consigli comunali degli Enti che facevano parte del Citl”, mentre l’Antitrust ha mosso rilievi ravvisando “diversi profili di criticità concorrenziale” e impugnando gli atti dinanzi al Tar.

A questo si aggiunge un crac finanziario di proporzioni enormi. Ad oggi il bilancio non risulta approvato, ma da documenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, portati alla luce nella denuncia dei comitati, è emersa “l’esistenza di un deficit di almeno 255 milioni di euro”, che ha costretto la società a ricorrere allo strumento di composizione della crisi d’impresa con una richiesta di concordato preventivo al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

La risposta a questo dissesto si è tradotta in una stangata per l’utenza. L’Ente Idrico Campano ha deliberato il passaggio alla società mista e ha approvato un piano che prevede un aumento del 46% nei primi tre anni. Questo incremento è stato applicato anche ad anni pregressi, una scelta definita illegittima dai comitati poiché agisce “in contrasto con il principio di irretrattività sancito dall’art. 11 disp. prel. c.c., finalizzato al recupero dei deficit di bilancio pregresso e posto a carico degli utenti a prescindere dalla fruizione del servizio”.

Le richieste al governo regionale

Di fronte a servizi inefficienti e costi in costante aumento, i comitati firmatari indicano chiaramente le responsabilità di un “fallimento acclarato di gestione e pianificazione” equamente distribuite tra gli organi di governo regionale e locali, ritenendo ormai “inevitabile una sostituzione guidata e illuminata dei vertici degli enti coinvolti”.


L’istanza presentata a Roberto Fico punta a ottenere garanzie precise affinché, come si legge nel testo dei comitati, “l’acqua deve essere la priorità della nuova Strategia regionale di Sviluppo Sostenibile che guiderà la politica regionale sul tema”. I cittadini pretendono che sia messa in atto una reale inversione di rotta rispetto alle vecchie politiche e chiedono con forza che “siano stoppati processi di privatizzazione che renderanno ancora più gravose le condizioni di uso del servizio per gli utenti”.

Per i movimenti per l’acqua bene comune restano due obiettivi non negoziabili per il futuro del territorio: deve essere reso nuovamente “agibile la riunificazione del Distretto Napoli e Napoli Nord” e deve essere “percorribile una uscita definitiva dalla procedura di concordato preventivo fallimentare di Itl Spa”, seguendo i modelli di salvataggio pubblico già visti sul territorio. La palla passa ora alle istituzioni, con i cittadini che ricordano come l’acqua sia un diritto e non una merce da profitto.

Alessandro Manna


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