Questo articolo riporta le riflessioni di Jean Guichard, Professore emerito dell’Institut National d’Etude du Travail et d’Orientation Professionnelle (INETOP) du Conservatoire National des Arts et Métiers (CNAM), Parigi
Giovedì 28 maggio 2026: alcuni appunti sulla conferenza
Il 28 maggio, alle 18, abbiamo partecipato ad un momento di dibattito organizzato dalla Facoltà di Scienze Sociali e Politiche dell’Università di Losanna, iniziato con la conferenza ‘L’immaginazione dei futuri fra visioni pluraliste e complesse di giustizia sociale, libertà e inclusione’ di Laura Nota.
La conferenza ha cercato di mettere in luce i legami tra le visioni del futuro e le concezioni di giustizia sociale, libertà e inclusione. Uno dei punti di forza della presentazione è stata l’analisi della pluralità di definizioni di libertà: neoliberale, liberale, democratica, sociale, ecocentrica, ecc. In un progetto di ricerca pilota è stato chiesto a studenti e studentesse universitari: “Se doveste spiegare a qualcuno il concetto di ‘libertà’, cosa direste?”. Quasi tutti gli intervistati ne hanno dato la definizione neoliberale. Ovvero “fare ciò che si vuole”, combinandola con il concetto liberale di libertà negativa: “agire senza ostacoli, divieti o vincoli”.
Questa concezione non esclude il fatto che, di fronte all’innegabile realtà dell’attuale policrisi globale, molti giovani esprimano ansia per il futuro. Ad esempio, un sondaggio condotto tra gli studenti e le studentesse delle scuole superiori italiane mette in luce la propensione verso una visione distopica del futuro stesso: essi credono che tra trent’anni (quando avranno tra i quaranta e i cinquant’anni) il mondo vivrà una catastrofe sia sociale che ambientale. Il problema fondamentale, sottolinea Laura Nota, è la finanziarizzazione dell’economia: il sistema capitalistico di accumulazione, cresciuto piuttosto lentamente attraverso la mediazione della produzione di beni, è stato progressivamente sostituito da un sistema molto più dinamico, basato sull’accumulazione di investimenti non produttivi (ad esempio: acquisto e successiva rivendita di “materie prime” sui mercati a termine).
L’argomentazione di Laura Nota mi colpisce profondamente. L’adesione massiccia alle ideologie (neo)liberali da parte degli studenti e delle studentesse italiani (che senza dubbio si può registrare nella maggior parte dei paesi occidentali) mi riporta alla mente la tesi di Herbert Marcuse in “L’uomo a una dimensione”. In particolare, mi ricorda il suo aggiornamento dell’osservazione di Karl Marx secondo cui il sistema economico capitalista produce non solo beni da scambiare sul mercato, ma anche, simultaneamente, soggetti che consumano questi beni. (Un esempio paradigmatico oggi: il telefono cellulare, dal quale molte persone, camminando per strada come zombi, non riescono a distogliere lo sguardo). Il capitalismo non è semplicemente un sistema di scambio di prodotti; è anche un insieme di processi psicosociali di soggettivazione che, nelle società tecnologicamente avanzate, si traducono nella produzione di una massa di individui incapaci di immaginare una forma di vita diversa dalla propria: esseri umani “a una dimensione”. Da qui, senza dubbio, il fallimento dei movimenti ecologisti nel preservare “la nostra casa comune”, per usare le parole di Papa Francesco.
La finanziarizzazione dell’economia si manifesta, a sua volta, con una crescita esponenziale delle disparità tra ricchi e poveri (tra Stati e tra cittadini e cittadine all’interno di uno Stato). È ciò che gli studi di Oxfam evidenziano anno dopo anno. Così, nel 2024: “dal 2020, i cinque uomini più ricchi del mondo hanno raddoppiato la loro ricchezza, mentre, allo stesso tempo, la ricchezza complessiva di cinque miliardi di persone è diminuita”. Sulla base di tali osservazioni, il consorzio globale di ricercatori – autori del Rapporto globale sulla disuguaglianza 2026 – conclude che per risolvere la policrisi del Capitalocene è necessario, prima di tutto, affrontare il problema di questa megacrescita della disuguaglianza di ricchezza. Per quanto riguarda gli aspetti climatici e ambientali di questa crisi, questi economisti e queste economiste specificano che la loro risoluzione richiede di reindirizzare il capitale detenuto dagli individui più ricchi del mondo verso le tecnologie eoliche, solari e altre energie rinnovabili, al fine di accelerare la completa decarbonizzazione ed elettrificazione dell’approvvigionamento energetico entro il 2050.
Sebbene una simile conclusione sia facile da formulare, la sua attuazione non lo è. In tutto il mondo, i miliardari o i loro rappresentanti detengono tutte le posizioni politiche chiave. Controllano praticamente tutti i mezzi di informazione. E tutto indica che credono che il loro interesse attuale sia quello di promuovere regimi politici proto-fascisti pronti a impegnarsi in conflitti armati (dato che la vendita di armi è estremamente redditizia).
Qui il link alla conferenza: https://www.unil.ch/news/1780058333990
L’essere a Losanna è stato anche un momento per riunire diversi membri del gruppo ‘Life Design’ e per stare insieme, sia ricordando il passato che pensando al futuro. Dopo un breve aperitivo, la serata si conclude con una cena sotto gli alberi di un piccolo ristorante vicino all’Università. Salvatore Soresi ricorda che vent’anni fa il gruppo “Life Design”, fondato da Raoul Van Esbroeck, si riunì per la prima volta a Bruxelles. Cinque dei suoi partecipanti sono seduti attorno al tavolo. Salvatore propone di intraprendere, seguendo il modello di Alexandre Dumas, il progetto “Vent’anni dopo”. Koorosh Massoudi condivide la sua preoccupazione per la madre e i parenti che vivono a Teheran.
Venerdì 29 maggio: alcuni appunti sulla cerimonia di premiazione.
Al mattino: la cerimonia di conferimento delle lauree honoris causa. Si è aperta con diversi discorsi, in particolare quelli di Frédéric Herman, Rettore dell’Università, che stava concludendo il suo mandato quinquennale, e di Frédéric Borloz, Consigliere di Stato e Capo del Dipartimento dell’Istruzione e della Formazione Professionale. Nessuno dei due ha menzionato gli Stati Uniti o il nome di Trump. Ma le loro ombre incombevano sui loro discorsi: le università avrebbero continuato a godere di una considerevole libertà nello svolgimento della ricerca? Avrebbero avuto budget sufficienti per accogliere tutti i giovani che si sarebbero riversati nelle loro porte? Nulla è stato affermato esplicitamente, ma il ricordo del 10 maggio 1933, in Germania, era presente nella mente di tutti. Una vignetta di Nicola Jennings, pubblicata dal Guardian, mi è sembrata riassumere questa grande apprensione.
La cerimonia è stata sobria. Dopo la premiazione di alcuni membri del personale universitario, si è conclusa con un ricevimento.
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Centro di Ateneo per i Diritti Umani
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