L’Italia ha un deficit di competenze per il futuro e mette a rischio vita e lavoro delle nuove generazioni



L’Italia è un paese carico di Storia e amante delle storie. Ricco di documenti antichi e monumenti. E la sua scuola più prestigiosa è il liceo classico. Purtroppo, però, ha interrotto da tempo quel legame forte tra storia e futuro che ha fatto da fondamento della nostra stagione storica migliore, il Rinascimento, così ben raccontato dalla “Scuola di Atene”, il grande dipinto di Raffaello che sta nei Musei Vaticani e il cui cartone preparatorio arricchisce una delle sale dell’Ambrosiana a Milano, con Aristotele e Platone, i maggiori filosofi che conversano, attorniati da matematici e astronomi, artisti e un misterioso ragazzetto, i cui capelli sono scompigliati dal vento, simbolo del cambiamento.

Conoscenza e innovazione, in quel dipinto, coesistono. Metafora affascinante della relazione tra memoria e futuro. La cultura, d’altronde, è un mondo complesso, ricco di diversità ma anche unitario, senza separazione tra saperi umanistici e scientifici.

E oggi? Mentre da tempo (anche per merito della diffusione della cultura d’impresa) il dibattito sulle “due culture” è ripreso, l’Italia rivela una drammatica deficienza di saperi scientifici, di “competenze per il futuro”. Di tutto ciò che serve per orientare lavoro e società nel tempo del primato della “economia della conoscenza”.

Lo confermano i dati del QS (Quacquarelli Symonds) World Future Skill Index 2027, con l’autorevolezza di chi ogni anno monitora qualità e prospettive dei sistemi universitari dei maggiori paesi del mondo. Ebbene, il giudizio, guardando all’Italia, è molto duro: siamo appena 22° a livello internazionale per le “competenze del futuro”. I primi della classifica sono Usa, Australia e Regno Unito. E vengono comunque prima di noi anche altri grandi paesi europei, come Germania, Paesi Bassi, Spagna, Francia, Svezia, Danimarca, Polonia e Irlanda. Il ranking QS dice che a fronte di una buona preparazione universitaria, “paghiamo il disallineamento tra domanda e offerta per l’AI (Artificial Intelligence) e la doppia transizione digitale e ambientale. Un limite che riguarda il mondo delle imprese (la miriade di quelle piccole, legate al mercato interno e scarsamente propense all’innovazione) e soprattutto le scelte di politica industriale del governo, poco attento agli investimenti in tecnologie innovative, infrastrutture high tech e formazione e ricerca d’avanguardia: tutto ciò che, come scelte strategiche di politica industriale (a cominciare da energia e sicurezza), può potenziare la produttività delle imprese e la competitività del sistema Italia, nel contesto della crescita dell’Europa. “Invertire la rotta – commenta Nunzio Quacquarelli, presidente e fondatore dell’istituto di ricerca – non è infatti una sfida che le università possono affrontare da sole: richiede un allineamento tra politiche, stanziamenti e scelte degli attori principali. Sarà dunque necessario rafforzare la collaborazione tra università, imprese, istituzioni, affinché il capitale umano formato in Italia possa tradursi in maggiore innovazione, produttività e sviluppo”.


Ci sono altri dati allarmanti: il 27% dei nostri giovani, tra i 25 e i 34 anni, ha “conoscenze scarse”, titoli di studio medio bassi, ridotte competenze cognitive, scarsa conoscenza del mondo del lavoro. E secondo una ricerca Inapp-Ocse, siamo ultimi dietro Regno Unito, Germania e Spagna (IlSole24Ore 5 luglio).

Eccoci dunque a una serie di paradossi: abbiamo sempre meno giovani (dato l’andamento negativo della demografia), molti dei più bravi e intraprendenti emigrano verso mercati migliori, le conoscenze di chi resta sono inadatte alle evoluzioni tecnologiche delle imprese, che non trovano la mano d’opera che volentieri assumerebbero. E così l’Italia cresce poco e male e vede a rischio il suo futuro di grande potenza industriale.

E allora? Viene in mente la lezione di Seneca: “Non esiste vento favorevole per chi non sa dove andare” e, subito dopo, la scelta di intervenire sull’andamento dei fatti, delle scelte, delle azioni: “Non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele”. Nonostante Seneca sia un punto essenziale dei programmi del liceo classico, non sembra proprio che nel corso del tempo gli italiani abbiamo saputo fare compiutamente tesoro dei suoi insegnamenti.

Così, alle “prove tecniche di futuro”, l’Italia, tranne eccezioni (i Politecnici di Torino e Milano, per esempio e le imprese, grandi e medie più innovative che usano compitamente l’AI per la ricerca, il miglioramento della produttività, la sicurezza, la logistica, il marketing, etc.) e alcuni grandi centri scientifici (Sissa a Trieste, Made a Milano) naviga con grande difficoltà.

“La sfida con Usa e Cina – sostiene Guido Saracco, ex rettore del Politecnico di Torino – si affronta in data center, reti elettriche, chip, cloud, scuole, sanità, manifattura, difesa. L’Europa ha ricerca eccellente, mercato unico, manifattura di qualità. welfare e cultura giuridica. Troppo spesso però ha separato etica e potenza, diritto e industria, norme e capacità produttive”.


E se è vero che tutto il mondo AI va governato per evitarne limiti, conseguenze negative su lavoro e libertà, concentrazioni di potere senza controllo e responsabilità (l’Enciclica del Papa Leone è in questo senso un documento fondamentale anche per la cultura laica), è altrettanto vero che l’Europa non può pensare di fare il regolatore di mondi altrui, delle scelte americane, cinesi e, domani, di quelle indiane. Deve pure saper competere. E contemporaneamente insistere sulle regole, con accordi internazionali.

Una strada viene indicata da Saracco: “L’Europa deve fare dell’AI una infrastruttura civile, produttiva, sicura, verificabile, al servizio di formazione, salute, energia, ambiente, lavoro, democrazia”. E sono le nostre sofisticate conoscenze, scientifiche e umanistiche, a darci “muscoli industriali” e materiali per uno sviluppo umano, di qualità.

C’è per fortuna chi si occupa di mettere insieme intelligenze e istituzioni per costruire un “Ecosistema Futuro”. L’iniziativa è dell’Asvis, l’Associazione per lo sviluppo sostenibile, guidata da Enrico Giovannini, avendo come fondamento l’articolo 9 della nostra Costituzione (che riconosce e tutela diritti e interessi delle nuove generazioni) e il Patto sul Futuro approvato dall’Assemblea generale dell’Onu nel settembre 2024. Si lavora su divulgazione, educazione e cultura, ricerca e partecipazione e si pensa a fare vivere, ambiziosamente, un “Museo dei futuri”, anzi meglio una rete di musei. Ne sono partner, finora, università e istituti di ricerca. Si dialoga con il mondo delle imprese. E si definisce il futuro come “un bene comune”. Quel “bene” verso cui orientare le vele del sapiente marinaio di Seneca.


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 di Antonio Calabrò

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