I tempi di Lysistrata, quando tutte si trovarono d’accordo persino a fare uno sciopero del sesso pur di raggiungere il loro obiettivo, sono lontani.
Oggi le donne litigano e si spaccano attorno all’opportunità di prevedere o meno le preferenze nella prossima legge elettorale.
C’è il gruppo (bipartisan) che non le vuole assolutamente, e per questo mette giù anche un appello pubblico.
E c’è il gruppo (il cui cuore batte nel campo liberale) che le vorrebbe, e per questo risponde a muso duro alle colleghe.
E quindi: niente Lysistrata, nessuna solidarietà femminile. Ma un nuovo capitolo di Eva contro Eva.
Perché le donne stanno litigando per le preferenze nella legge elettorale
Preferenze sì, preferenze no. È diventato ormai un classico della politica italiana spaccarsi su questo tema. Mai, però, sono state le donne ad andare sul fronte come in questa occasione.
Nei giorni scorsi, alcune parlamentari di vari partiti hanno lanciato un appello contro il ritorno delle preferenze nella prossima legge elettorale.
A firmarlo, tra le altre, Elena Bonetti (Azione), Silvana Comaroli (Lega), Isabella De Monte (Forza Italia), Chiara Gribaudo (Partito Democratico) e Luana Zanella (Alleanza Verdi e Sinistra), tutte unite dalla convinzione che il nuovo sistema rischi di penalizzare ulteriormente la rappresentanza femminile in Parlamento.
Ad oggi, tra Camera e Senato, arriva al 33,6%.
Fatto sta che la questione è stata sollevata in un momento cruciale, proprio mentre la riforma è già approdata in Aula alla Camera e le preferenze restano uno dei nodi più divisivi del testo.
Secondo le firmatarie, reintrodurre le preferenze in un contesto politico ancora segnato da forti squilibri di rappresentanza potrebbe favorire logiche di competizione interna e reti di consenso tradizionalmente più maschili.
Secondo loro, se si lascia decidere all’elettorato il nome e cognome del parlamentare da cui farsi rappresentare si metterebbe la battaglia elettorale su un terreno su cui si muovono meglio i maschi.
L’allarme, quindi, è che, senza correttivi adeguati, le donne finiscano per dover affrontare campagne elettorali costose, aggressive e con minori chance rispetto ai candidati maschi già radicati sui vari territori.
Il messaggio, in sintesi, è questo: non basta ampliare la partecipazione dal punto di vista formale, se poi il meccanismo elettorale continua a produrre disuguaglianze sostanziali.
La spaccatura nel campo femminile
E allora: le donne vogliono essere paracadutate dall’alto, magari nei listini bloccati, per essere elette in parlamento?
Vogliono essere selezionate dai leader dei partiti rinchiusi nelle varie segreterie anziché essere scelte dal popolo sovrano?
In realtà, l’appello bipartisan delle donne che dicono no alle preferenze ha tutt’altro che trovato unanimità di consensi.
C’è chi, almeno a parole, non ha paura di andare a pescare il consenso porta a porta.
In generale, Lega e Forza Italia mostrano riserve, ma Fratelli d’Italia, ad esempio, valuta un emendamento unitario per consentire agli elettori di esprimere le loro preferenze. Anche Futuro Nazionale del Generale Vannacci si è detto a favore.
Nel centrosinistra il fronte, però, è ulteriormente spaccato: una parte del Pd, insieme al M5S, guarda con favore al ritorno delle preferenze, ma Avs resta contraria.
Fatto sta che contro le donne dell’appello, si sono scagliate in particolare altre donne.
Pina Picierno, ad esempio. La vicepresidente del parlamento europeo, nel 2024, quando militava ancora nel Pd, fu confermata a Bruxelles raccogliendo oltre 121 mila preferenze. E oggi la mette così:
Se a decidere della mia elezione fosse stato un posto in lista stabilito sulla base della fedeltà al capo, io non sarei stata eletta perché considerata “non in linea” almeno dagli ultimi due segretari del Pd. I listini bloccati non hanno mai aiutato le donne libere e generano un preoccupante circolo vizioso: si allontanano sempre di più gli eletti dai cittadini, per avvicinarli invece sempre di più a chi decide i posti in lista
Negli ultimi tempi, anche il politologo Roberto D’Alimonte ha fatto un ragionamento simile: si è detto a favore delle preferenze perché uno dei mali della nostra democrazia è il forte astensionismo. E se si privano gli elettori della possibilità di scegliere il parlamentare da cui farsi rappresentare, si finirà per allontanarli ulteriormente dalle urne.
E comunque: in linea con Picierno è anche l’eurodeputata di Azione Elisabetta Guernini alla quale, evidentemente, viene l’orticaia solo a ripensare alle quote rosa:
Le preferenze vanno inserite assolutamente, non bisogna avere paura di chiedere il voto dei cittadini e di metterci la faccia. La politica è una questione seria; devono essere eletti uomini e donne capaci ma che abbiano anche il consenso dei cittadini. No a listini protetti o a carriere dorate e pluridecennali in parlamento senza essere votati da nessuno ma solamente perché cooptate per fedeltà al capo bastone di turno
Non sono per niente d’accordo con l’appello bipartisan di diverse deputate italiane relative al NON mettere le preferenze nella legge elettorale. Tutto il contrario, le preferenze vanno inserite assolutamente, non bisogna avere paura di chiedere il voto dei cittadini e di…
— Elisabetta Gualmini (@gualminielisa) July 5, 2026
Come dire: le donne che non vorrebbero essere giudicate dai cittadini, vorrebbero esserlo solo da un uomo, il capo del loro partito. Anche se, a dirla tutta, mai come in questo momento storico, i primi due partiti italiani sono guidati da donne.
Ma tant’è: la frattura è di fondo. Per alcuni le preferenze rendono i cittadini più liberi di scegliere, per altri possono indebolire la tutela della parità di genere.
Il tema riguarda la qualità della rappresentanza.
Le parlamentari dell’appello No-preferenze sostengono che la priorità debba essere rafforzare la presenza femminile con regole rigide che evitino di affidarsi a una competizione che rischia di premiare soprattutto chi dispone di più risorse e visibilità, di solito un maschio.
Ma le controindicazioni, come visto, non mancano.
Se ne saprà di più a partire da domani, 7 luglio: entro la metà del mese, la maggioranza vorrebbe approvare la nuova legge elettorale almeno in un ramo del parlamento.
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Giovanni Santaniello
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