Il conto della frenata sulla difesa. I miliardi che perdono le aziende degli armamenti



Vicino Napoli, a Castellammare di Stabia, c’è una nave da rifornimento di supporto logistico e ospedaliero in bilico. Si chiama Prometeo, la sta costruendo Fincantieri e vale 345 milioni di euro. Il cantiere aspetta ancora di sapere con quali fondi si andrà avanti, dopo che Roma ha rallentato l’accesso ai prestiti europei per la difesa su cui contava anche questo genere di commesse. Non è un caso isolato. Più a nord, negli stabilimenti di Leonardo, si attende per capire quando partirà la produzione dei nuovi carri armati Panther. Oltre 270 unità per 8,4 miliardi di euro e coperture ancora da trovare. Stessa cosa per il cingolato Lynx, oltre mille esemplari per 15 miliardi complessivi, di cui 8,4 già stanziati con fondi nazionali ma altrettanti ancora al palo. Un conto che sfiora i 17 miliardi di euro solo per questi due programmi, intestato a quel “disarmo populista” che il governo Meloni sta portando avanti in vista delle elezioni. 

Non si tratta di ipotesi di spesa, ma di contratti già annunciati, alcuni dei quali già parzialmente firmati, che aspettano però ancora di essere coperti. L’impegno era finanziarli tramite il fondo Safe, il prestito che l’Unione europea mette a disposizione degli stati membri per sostenere proprio questo tipo di acquisti. L’Italia aveva ottenuto 14,9 miliardi lo scorso autunno, pensando di poterli usare per colmare in un colpo solo diverse lacune della difesa, dai carri armati ai droni. Eppure, da allora, non li ha più reclamati, e anzi ha rimandato ogni decisione all’autunno, quando si saprà anche se il deficit ci permetterà di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo. 

Certo, qualcosa si è mosso. Come certifica il rendiconto 2025 approvato dal Consiglio dei ministri, gli investimenti nei programmi della difesa sono saliti lo scorso anno a 8,34 miliardi di euro, il 32,5% in più sull’anno precedente e il doppio rispetto al 2021. A questo si aggiunge il piano B rispetto al prestito europeo, allo studio dell’esecutivo in vista del vertice di Ankara. Stiamo parlando del meccanismo di flessibilità che Bruxelles concede per le spese di difesa e sicurezza, lo stesso già usato quest’anno per l’energia. A Palazzo Chigi si starebbe convergendo su questi numeri: lo 0,3% del Pil nel 2027 e lo 0,6% nel 2028. Tradotto in euro rispettivamente 5,3 e 11,6 miliardi, che porterebbero la spesa dichiarata alla Nato dal 2,8% al 3,35% del Pil entro il 2028. Un modo per recuperare svariati miliardi per i costi militari negli anni a venire – i prossimi due – ma senza alcuna garanzia sui contratti già scoperti oggi. Nulla dice infatti che quei fondi serviranno a sbloccare Panther o Lynx, coprendo la parte più consistente del fabbisogno delle commesse pluriennali o dei nuovi investimenti. 

Il nodo, in altre parole, non si è ancora spostato. Restano lì, fermi, i grandi contratti con le aziende dell’industria bellica che né il Safe né la nuova flessibilità concessa da Bruxelles, per ora, sembrano in grado di sbloccare. Il risultato è un costo reale che continua a vedersi nel business delle aziende di armamenti e nella filiera che ci lavora intorno, tutt’altro che piccola. Secondo la relazione annuale della Banca d’Italia il comparto conta oltre 3300 aziende, circa 97mila addetti e investimenti saliti dell’11% nel 2025, più del doppio della media industriale. Ma non tutte hanno lo stesso margine per assorbire l’attesa. Per i fornitori del settore le vendite alla difesa pesano in media solo il 5% del fatturato, ma per quelli più esposti quella quota può arrivare a superare il 30%. Aziende che, nota via Nazionale, tendono in generale ad avere produttività, ricavi e investimenti superiori alla media del settore privato, senza che questo basti a metterle al riparo da eventuali rinvii che invece si sentono, eccome.


Il caso più diretto, tra i grandi gruppi, è quello di Fincantieri. Recentemente il sindacato dei metalmeccanici della Uil ha segnalato il rischio concreto che salti la costruzione della terza nave logistica di classe Vulcano, sempre nel cantiere campano di Castellammare di Stabia, con circa 1500 posti di lavoro a rischio. Una prospettiva che stona con la fotografia complessiva del gruppo, che nel 2025 ha chiuso con ricavi a 9,19 miliardi di euro (+13,1%) e a marzo ha comunicato un carico di lavoro complessivo record di 74,2 miliardi, il livello più alto della sua storia. Nella relazione che il governo trasmette ogni anno al Parlamento sull’export di armamenti, Fincantieri è però scivolata fuori dalle prime quattro posizioni nel 2025, dopo essere stata seconda l’anno prima. 

In ambito terrestre la situazione non è diversa. A occuparsene è Leonardo Rheinmetall Military Vehicles, la joint venture italo-tedesca che deve sostituire i vecchi carri Ariete e i blindati Dardo con i nuovi Panther e Lynx. Il primo lotto, 21 veicoli firmati a novembre, ha già consegnato i suoi primi quattro Lynx a gennaio, ma i contratti successivi – quelli che avrebbero dovuto far partire la produzione su larga scala – non sono stati firmati a inizio giugno, sempre per mancanza di risorse. Motivo per il quale gli stabilimenti di La Spezia, Bolzano, Ronchi dei Legionari e Castelfranco Veneto restano ancora in attesa. Eppure, anche qui, il gruppo Leonardo non sembra risentirne. Da sola l’azienda copre oggi più della metà di tutto ciò che l’Italia vende all’estero in materia di difesa. A inizio luglio si è affiancato anche un contratto da 5,47 miliardi per il caccia Gcap, sviluppato con la britannica Bae Systems e la giapponese Jaie.

Sul fronte aereo aspetta il proprio turno anche Mbda, il consorzio europeo dei missili. Qui il programma coinvolto è il Samp/t di nuova generazione, il sistema di difesa aerea sviluppato dal consorzio italo-francese Eurosam. Anche in questo caso la produzione aspetta gli stessi fondi Safe di Panther, Lynx e Prometeo e l’attesa, di riflesso, si vede anche sul prezzo. Il suo costo è salito da 3 a 5,34 miliardi di euro, con un ultimo incremento di 2,3 miliardi approvato solo a gennaio. Insomma, i contratti e le somme in gioco per il futuro sono enormi. Lo stesso vale per le cifre in fase di definizione da parte del governo, quelle da portare sul tavolo di Ankara martedì. Ma sono numeri sulla carta che parlano soprattutto agli alleati Nato e che alle aziende che aspettano di sapere quando riprenderà la produzione potrebbero non bastare. I progetti esistono già, alcuni firmati o quasi. Manca solo una cosa, la più semplice da dire ma la più difficile da ottenere: i soldi per realizzarli.


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 di Maria Sole Betti

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