«La Natura umana sarà l’ultima porzione di Natura che si arrenderà all’Uomo. A quel punto la battaglia sarà vinta. Avremo “sottratto il filo della vita dalle mani di Cloto” e da allora in poi saremo liberi di fare della nostra specie ciò che vogliamo. La battaglia sarà vinta davvero. Ma chi, precisamente, avrà vinto? Infatti, il potere dell’Uomo di fare ciò che vuole di sé stesso significa, l’abbiamo visto, il potere di alcuni uomini di fare ciò che essi vogliono di altri» [C. S. Lewis, L’abolizione dell’uomo (1943), tr. it. Adelphi 2026, ebook, 3]
In questo passo della terza sezione del breve ma densissimo saggio L’abolizione dell’uomo (1943), da poco pubblicato da Adelphi, il filosofo, teologo e romanziere inglese C.S. Lewis (1898-1963) concentra in poche righe l’intera posta in gioco dell’opera concepita in pieno conflitto mondiale (un contesto che non manca di risuonare nel testo): quando l’uomo avrà finalmente conquistato la natura umana, chi sarà davvero il vincitore? La domanda incrina dall’interno una delle grandi mitologie della modernità, quella secondo cui ogni aumento del potere tecnico porterebbe con sé un corrispondente aumento della libertà umana. Lewis chiede di osservare più attentamente il rovescio del trionfo. Ogni volta che si celebra la “conquista della natura da parte dell’uomo”, si dimentica che la natura da conquistare comprende anche l’uomo stesso, il suo corpo, i suoi desideri, la sua immaginazione morale e la sua capacità di distinguere il bene dal male. Quando l’oggetto della manipolazione coincide con l’umanità, il lessico del progresso cambia improvvisamente significato. Scompare l’immagine di un soggetto collettivo, “l’Uomo”, che estende il proprio dominio sul mondo esterno, e compare la realtà assai meno edificante di alcuni uomini che, servendosi di apparati tecnici, educativi, psicologici e politici, acquistano il potere di plasmare altri uomini. Qui sta il nervo scoperto del passo. La vittoria sulla natura umana non promette una libertà superiore della specie, perché introduce una divisione verticale tra condizionatori e condizionati, tra artefici e materiale da modellare. L’interrogativo “Chi, precisamente, avrà vinto?” demolisce così la retorica collettiva dell’emancipazione e costringe a riconoscere il carattere oligarchico del potere tecnico. L’umanità, considerata come totalità, non conquista nulla, si tratti del cielo (con gli aerei), dell’etere (con la radio) o del controllo della riproduzione (con la contraccezione); una minoranza acquisisce la facoltà di determinare gli standard cognitivi, affettivi e morali della maggioranza. In questa luce il discorso di Lewis rivela una radicalità che supera di molto una semplice protesta antimoderna. Il suo bersaglio è l’uso di una concezione scientista e riduzionista della realtà per dissolvere il linguaggio del valore e rendere l’umano interamente disponibile alla manipolazione.
Per capire la portata di questo esito bisogna risalire all’intera architettura del libro. Lewis prende le mosse da un caso apparentemente modesto, l’analisi di un manuale scolastico, il Libro verde di Tizio e Caio (titolo e nomi inventati, perché il punto sono le idee e non libri e autori specifici), e mostra come un gesto presentato come chiarimento linguistico nasconda una decisione metafisica di enorme portata. Se ai ragazzi si insegna che giudizi come “Questo è sublime” non esprimono alcuna qualità reale, ma soltanto stati emotivi soggettivi, allora si formano generazioni incapaci di riconoscere un ordine oggettivo del valore. Il risultato è una mente disarmata. Una cultura che riduce sistematicamente i giudizi di valore a proiezioni interiori priva gli individui delle risorse concettuali e sentimentali necessarie per opporsi alla manipolazione. In questo quadro si comprende la celebre figura degli “uomini senza petto”. Il “petto”, nell’antropologia tripartita di Lewis, che riecheggia Platone, designa la sede intermedia fra intelletto e appetito: il luogo delle emozioni educate, della magnanimità, dell’onore, della vergogna, del gusto morale, di quelle disposizioni affettive che permettono alla ragione di governare i desideri senza ridursi a un’astrazione impotente. Una civiltà che irride questi sentimenti formativi, che li interpreta come residui sentimentali o automatismi culturali, finisce per pretendere virtù di cui ha sradicato l’organo. Da qui la forza della sua diagnosi: si estirpa il petto e poi si pretende il coraggio; si dileggia l’onore e poi ci si scandalizza per il tradimento; si dissolve ogni nobiltà d’animo e poi si invoca la responsabilità civica. Il passo sulla conquista della natura umana costituisce il punto terminale, politico e biotecnologico, di questa critica educativa. Una volta distrutto il terreno del valore oggettivo, nulla impedisce che l’educazione si trasformi in condizionamento, che la psicologia diventi tecnologia del comportamento, che la biologia si converta in programma di selezione e che il linguaggio della cura copra un progetto di normalizzazione.
Lewis chiama “Tao” la tradizione universale della legge naturale, cioè l’insieme dei princìpi primi del giudizio pratico riconosciuti, in forme diverse, dalle grandi civiltà. La sua tesi è che fuori dal Tao troviamo solo la scelta arbitraria di alcuni impulsi elevati a norma. Chi pretende di fondare i valori dal nulla scivola verso il decisionismo più cinico. Qui Lewis tocca un nodo classico della filosofia morale, vicino al problema humeano dell’impossibilità di derivare un dover essere da un puro essere. Quando ogni norma viene ricondotta a un fatto, a un interesse, a un desiderio o a un meccanismo evolutivo, il dovere scompare e restano la forza e la gestione tecnica delle conseguenze. Così il condizionatore del futuro potrà sempre giustificare le proprie scelte appellandosi alla sopravvivenza della specie, all’efficienza sociale, alla salute collettiva o al benessere generale: formule talora nobili, ma incapaci di fondare un limite invalicabile contro la strumentalizzazione dell’uomo da parte dell’uomo. Il punto decisivo è che la neutralizzazione dei valori non produce neutralità, perché il vuoto assiologico viene subito occupato dal potere. Quando nessun bene è riconosciuto come reale, qualcuno decide quali preferenze debbano prevalere e quali esseri umani debbano essere modellati perché prevalgano. Il presunto realismo del positivismo prepara così il terreno a una metafisica assai più rozza, quella della manipolazione efficace. In questo senso il brano citato colpisce anche il sogno prometeico di un’umanità padrona di sé in senso assoluto. Se l’uomo prende in mano il proprio codice biologico, la propria formazione emotiva, i propri processi cognitivi, la propria riproduzione e la propria durata vitale, chi esercita davvero quel controllo? Non l’astratta Umanità, bensì istituzioni, élite tecniche, gruppi dirigenti, medici, pianificatori, apparati statali o economici.
La manipolazione di sé della specie coincide sempre con la manipolazione di altri in una cornice di dominio. Da qui l’immagine del filo della vita sottratto alle mani di Cloto. Nella tragedia greca il limite conservava un’aura cosmica, mentre nel laboratorio del condizionamento moderno viene trattato come un fastidio amministrativo. Il cupo punto finale del ragionamento è che coloro che sembrano dominare l’umano hanno già rinunciato a ciò che li rende umani. Usciti dal Tao, privi di un criterio oggettivo del bene, essi non scelgono più secondo la ragion pratica, ma secondo impulsi biologici, estetici, politici o capricciosi. Lewis intravede qui una forma estrema di servitù mascherata da sovranità. I condizionatori appaiono dominatori e tuttavia agiscono come strumenti di forze che essi stessi ignorano. La natura, espulsa a parole, rientra dalla finestra sotto forma di istinto, volontà di potenza e pulsione di controllo. Per questo l’esito finale del processo prende il nome di “abolizione dell’uomo”. Se non esiste una natura umana dotata di dignità intrinseca e di orientamento normativo, nulla impedisce di trattare gli esseri umani come materiale da riorganizzare.
In questa prospettiva acquista rilievo anche il nesso con Weston, lo scienziato di Lontano dal pianeta silenzioso (1938), il celebre romanzo di fantascienza di Lewis che apre la sua Trilogia cosmica. Weston rappresenta, sul piano narrativo, il “Condizionatore” delineato teoricamente nel saggio: l’uomo che separa il progresso tecnico dalla legge morale oggettiva e perciò trasforma l’umanità in un oggetto di manipolazione. La “pazzia pura” che Ransom, da lui rapito per essere offerto in sacrificio ai marziani, gli rimprovera nell’importante quarto capitolo (ed. Adelphi 2025 della Trilogia, p. 35) coincide con il mondo del Libro verde: un mondo in cui i fatti sono privi di valore e i sentimenti privi di verità. Attraverso Weston, Lewis mostra che la pretesa di dominare il destino umano al di fuori del Tao conduce verso la distruzione dell’umano stesso. L’uomo che sogna di farsi dio, non avendo più una natura umana da custodire, consegna il mondo a un’epoca di post-umanità amministrata da uomini senza petto e da condizionatori disumanizzati. Qui sta, ancora oggi, la forza inquietante del testo di Lewis. Esso costringe a porre la domanda preliminare che ogni civiltà tecnicamente potente preferirebbe eludere, cioè che cosa valga davvero e in nome di quale criterio. Finché questa domanda resta aperta, la tecnica può ancora servire l’umano. Quando viene liquidata come un relitto metafisico, la tecnica diventa regista del teatro, mentre l’uomo, convinto di essersi installato nella cabina di comando, scopre di essere stato ricollocato sul tavolo anatomico.
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Marco Trainito
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