Alex Pineschi e la cancel culture del coraggio


Roma, 30 mag – La morte di Alex Pineschi nel Donbass ha prodotto, nella stampa italiana, una reazione ormai automatica. Prima ancora del rispetto, prima ancora della ricostruzione biografica, prima ancora del pudore davanti a un uomo morto in guerra, è arrivata la parola d’ordine con cui chiudere subito il personaggio dentro un’etichetta: contractor. Termine abbastanza inglese da sembrare tecnico, abbastanza opaco da sottrarsi alla responsabilità morale di ciò che insinua, abbastanza sporco da ottenere l’effetto desiderato. Perché nel linguaggio giornalistico italiano contractor non indica quasi mai una categoria precisa di professionisti. È un modo educato per dire mercenario.

Alex Pineschi, il volontario italiano caduto sul fronte orientale

Il punto, però, non riguarda solo Pineschi. Riguarda la qualità antropologica di un intero apparato mediatico. La stampa italiana, quando incontra una figura che eccede la sua misura ordinaria, non prova a capirla: la riduce. Se qualcuno sceglie una vita estrema, bisogna trovare l’interesse nascosto. Se qualcuno combatte, bisogna ipotizzare il piacere torbido della violenza. Se qualcuno muore lontano da casa, bisogna insinuare che in fondo se l’è cercata. È una forma di moralismo rancido, travestito da lucidità, che non ama la verità ma il fango. Non cerca di capire le ragioni degli uomini: cerca il dettaglio che consenta al lettore di sentirsi migliore di loro. Alex Pineschi, evidentemente, non era una figura semplice. Era un ex alpino, un istruttore, un uomo d’armi, uno che aveva scelto la guerra come orizzonte professionale ed esistenziale. Aveva combattuto con i curdi contro l’Isis, poi con gli ucraini contro l’aggressione russa. Aveva scritto, parlato, raccontato la propria idea di addestramento, disciplina, militanza, combattimento. Si può descrivere una vita del genere chiudedola automaticamente dentro l’orizzonte del mercenariato?La parola “mercenario” ha senso solo se indica un uomo che combatte principalmente per interesse privato, senza appartenenza reale, senza adesione alla causa, senza vincolo morale con la parte per cui rischia la vita. Nel caso di Pineschi, questa riduzione appare grottesca. Non attraversava i fronti come un tecnico neutrale della violenza, disponibile al miglior offerente. Era stato con i curdi contro l’Isis e con gli ucraini contro i russi. Due fronti diversi, certo, ma uniti da una costante evidente: popoli minacciati da forze più grandi, guerre identitarie, comunità aggredite, nemici riconoscibili. Può non piacere. Ma non è indifferenza mercenaria scegliere un campo.

La parola “mercenario” non spiega un bel niente

Eppure in Italia basta che un volontario muoia al fronte perché parta la solita liturgia: era pagato, dunque era un mercenario. Come se la paga fosse il discrimine morale della guerra. Come se la storia militare non fosse attraversata, da sempre, da forme di sostentamento, premio, bottino, soldo, donativo, terra, carriera, pensione, status. I legionari romani ricevevano denaro e terre. I soldati della Grande Guerra erano stipendiati. Gli eserciti moderni pagano i propri militari, li nutrono, li equipaggiano, li inquadrano, li premiano. I condottieri italiani vissero dentro un sistema di contratti e fedeltà armate. I garibaldini, i volontari transnazionali, le legioni straniere, i combattenti ideologici di ogni epoca hanno sempre mandato in frantumi la distinzione artificiosa tra soldato puro e mercenario impuro. Se il denaro bastasse a definire il mercenario, bisognerebbe riscrivere metà dell’epica europea come storia della compravendita armata, da Achille ai Diecimila di Senofonte. Ma nessuno lo fa, naturalmente. Perché la parola “mercenario” non viene applicata secondo un criterio storico coerente. Viene usata come arma morale. Serve a disinnescare il volontario contemporaneo, cioè l’uomo che sceglie una guerra non perché mobilitato dal proprio Stato, non perché trascinato da una leva, non perché protetto dall’anonimato dell’apparato, ma perché riconosce in quel fronte una causa propria. È questa figura a risultare intollerabile. Il soldato amministrato, burocratizzato, coperto dalla procedura, può ancora essere accettato. Il combattente che decide, parte, rischia e muore per qualcosa che ritiene superiore alla propria sicurezza diventa invece scandaloso.

L’insopportabile moraletta del pacifismo

Ancora più rivelatore è il pacifismo che in queste ore si è affrettato a dichiarare il proprio disgusto verso chi “fa la guerra per mestiere”. È un disgusto selettivo, comodo, perfettamente borghese. Si può vivere di pubblicità, finanza, manipolazione mediatica, industria pornografica. Si possono costruire carriere sulla rovina degli altri. Si può guadagnare quasi da tutto, senza che nessuno avverta il bisogno di interrogarsi troppo sulla purezza del mestiere. Ma se un uomo vive nel mondo delle armi, se sa addestrare, combattere, muoversi dentro il pericolo, allora diventa immediatamente un’anomalia. Non un professionista di una funzione umana antica quanto il sesso, ma un difetto antropologico. Il pacifista assoluto può permettersi questo lusso perché non paga mai il prezzo della propria innocenza. Dice che la guerra gli fa schifo, e avrebbe anche ragione, se non fosse che il pacifismo contemporaneo sembra allergico non solo alla guerra, ma a ogni forma di vita scomoda. “La guerra fa schifo”, certo. Ma da questa constatazione non discende nulla, se non si ha il coraggio di aggiungere che ci sono momenti in cui la guerra arriva comunque, e allora non bastano i comunicati, le veglie, gli editoriali dolenti, le frasi sulla pace universale. Davanti all’Isis, i curdi non avevano bisogno di qualcuno che spiegasse loro quanto fosse brutta la guerra. Davanti all’invasione russa, gli ucraini non avevano bisogno di lezioni italiane sulla purezza morale del non combattere. Avevano bisogno di uomini capaci di stare sul fronte. È sgradevole, ma è vero. E la verità, a differenza del moralismo, non chiede il permesso alla sensibilità di chi osserva da lontano.

La cancel culture del coraggio

La vera malattia contemporanea è questa incapacità di pensare il coraggio senza patologizzarlo. Chi parte deve essere fanatico. Chi combatte deve essere sadico. Chi si addestra deve essere ossessionato. Chi muore in guerra deve essere stato ingannato, pagato, comprato, rovinato da una deviazione interiore. L’ipotesi più semplice, e insieme più insopportabile, non viene quasi mai considerata: che un uomo possa scegliere lucidamente una vita pericolosa perché ritiene che alcune cause meritino il rischio della morte. Non perché sia puro. Non perché sia santo. Non perché sia immune da contraddizioni. Ma perché esiste ancora un tipo umano per cui la sicurezza non è il valore supremo. È questa la cancel culture del coraggio. Non la censura spettacolare delle statue o delle parole proibite, ma qualcosa di più profondo: la cancellazione preventiva di ogni grandezza possibile. Ogni gesto deve essere ricondotto al calcolo. Ogni sacrificio deve essere smascherato come interesse. Ogni fedeltà deve essere spiegata come fanatismo. Ogni scelta irrevocabile deve essere abbassata a patologia, mestiere, contratto, devianza. La società che ha fatto della prudenza il proprio idolo non può tollerare chi vive esposto al rischio.

Ad Alex Pineschi non possono perdonare nulla

La morte di Alex Pineschi avrebbe potuto aprire una riflessione seria sulla figura del volontario europeo nel XXI secolo, sul ritorno della guerra nel cuore della storia, sulla distanza tra società spiritualmente disarmate e uomini che cercano ancora un fronte, una causa, una forma concreta di appartenenza. Invece molta stampa ha scelto la scorciatoia più miserabile: soddisfare la cupidigia di fango dell’indignato medio collettivo. Così nessuno deve interrogarsi davvero. Nessuno deve chiedersi perché, mentre l’Europa ufficiale parla il linguaggio della sicurezza, dei diritti, della gestione e della neutralizzazione del conflitto, esistano ancora uomini che prendono una strada opposta, dura, scandalosa, definitiva. Nessuno deve ammettere che il coraggio, quando riappare, mette in imbarazzo chi ha costruito la propria rispettabilità sulla distanza da ogni rischio. A Pineschi, in fondo, non perdonano questo: non la paga, non l’addestramento, non il mestiere delle armi. Gli rimproverano di avere preso sul serio parole che il nostro tempo prova a cancellare: onore, fedeltà, sacrificio. Gli rimproverano la bella morte, non nel senso estetizzante e superficiale con cui la modernità fraintende tutto, ma nel senso antico e terribile di una vita portata fino al proprio compimento, dentro una scelta assunta senza arretrare. Per questo devono sporcarla. Per questo devono chiamarla con un altro nome. Perché il fango consola i mediocri. Il coraggio, invece, li accusa.

Sergio Filacchioni




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