Gli Usa tentano ancora una volta di aumentare la pressione sull’Iran fino al punto di rottura. Dopo aver inaugurato una nuova ondata di attacchi su decine di obiettivi nel Paese mediorientale, le Forze statunitensi hanno bersagliato Teheran e centri di comando dei Pasdaran, innescando l’attivazione dei sistemi di difesa aerea. Non solo: i raid americani hanno colpito anche una petroliera transitante nello Stretto di Hormuz, mentre le Forze iraniane hanno lanciato droni contro due basi americane in Giordania.
Gli Usa di Trump pensano a un’offensiva su vasta scala
L’obiettivo tattico degli Stati Uniti di questa fase della guerra è duplice: ridurre ulteriormente la capacità balistica dell’Iran e “scommettere” sullo sfaldamento interno.
Come abbiamo più volte sottolineato su Virgilio Notizie, la posizione americano non è però delle più felici. Gli imperativi strategici non potrebbero essere più diversi da quelli di Teheran, il che rende di fatto inutili e impossibili i negoziati per una tregua. La quale sarebbe inevitabilmente temporanea.
Inoltre gli Usa sono in svantaggio proprio dal punto di vista strategico, per due motivi principali:
- non hanno interrotto la corsa nucleare dell’Iran;
- hanno dimostrato di non avere il pieno controllo di Hormuz e, di conseguenza, della totalità degli stretti marittimi sui quali si fonda la sua egemonia globale.
Tutta questa pressione, unita alla stanchezza imperiale e ai dissidi interni, genera fibrillazioni crescenti nell’amministrazione Trump. Che ora pensa a una nuova offensiva su vasta scala contro la Repubblica Islamica.
La minaccia statunitense agli ayatollah chiama in causa “centrali e ponti”, individuati come le principali leve per costringere Teheran a scendere a patti. La situazione interna al Paese è decisamente critica, e i collegamenti e l’approvvigionamento di acqua ed energia sono diventati un problema diffuso.
Trump: “Gli attacchi continueranno finché dirò basta”
Nonostante la nuova ondata di raid statunitensi e il ripristino del blocco navale contro i porti di Teheran, il presidente americano lascia dunque aperta la possibilità di un nuovo pugno duro militare per sbloccare nello Stretto di Hormuz.
Gli attacchi “proseguiranno finché io non dirò basta”, ha tuonato il tycoon, aggiungendo che l’Iran “non ha altra scelta” se non quella di raggiungere un accordo. “Vogliono raggiungerlo, ma ogni volta che lo fanno lo violano”.
Martedì Donald Trump ha tenuto una riunione nella Situation Room per discutere un’offensiva di portata ben maggiore rispetto agli attuali raid nell’area di Hormuz.
Secondo alcune fonti, rilanciate da Axios, la Casa Bianca punta a infliggere danni sufficienti per indurre Teheran ad aprire il choke point e ad accettare le richieste americane sul dossier nucleare.
“La prossima settimana la situazione diventerà davvero grave per loro, perché toccherà alle centrali elettriche. Metteremo fuori uso tutti i loro ponti, a meno che non si siedano al tavolo delle trattative”, ha dichiarato Trump a Fox News.
La petroliera colpita nello Stretto di Hormuz
Secondo il Centcom, una petroliera registrata a Curaçao e diretta verso il terminal petrolifero iraniano dell’isola di Kharg avrebbe ignorato ripetuti ordini di fermarsi durante il nuovo blocco navale imposto dagli Stati Uniti.
Dopo diversi avvertimenti, le forze americane hanno lanciato un missile contro la ciminiera della nave, immobilizzandola.
Washington ha precisato che l’imbarcazione era vuota e che l’obiettivo era impedirne il proseguimento della navigazione verso il principale terminal petrolifero iraniano. Nella stessa operazione altre due navi sono state costrette a modificare la rotta senza essere colpite.
Verso un’operazione di terra degli Usa?
Come nei precedenti frangenti di inasprimento degli attacchi americani, la domanda di analisti e media d’oltreoceano è stata: gli Stati Uniti si lanceranno in un’operazione terrestre in Iran?
Assai difficile e, soprattutto, tanto tanto rischiosa. Per farlo gli Usa dovrebbero mobilitare migliaia di soldati, dopo aver promesso anzi di ritirarli dal Medio Oriente. Inoltre dovrebbero essere certi dell’appoggio di fazioni e gruppi etnici locali.
Senza contare che, una volta invaso un Paese, bisogna presidiarne i centri nevralgici ed essere abbastanza forti da soffocare la resistenza interna. Un piano decisamente fuori dalla portata americana, allo stato attuale dei fatti.
Tutto ciò si scontra, come sempre, con la propaganda. Il presidente statunitense è tornato infatti a ventilare l’ipotesi di un’operazione di terra. A un blitz per l’isola di Kharg “non direi di no se lo ritenessi appropriato”, ha detto.
“A volte è necessaria una campagna di terra, ma abbiamo altre persone che la farebbero per noi. Ma abbiamo già colpito l’isola di Kharg due volte, anzi tre. Ho detto: colpite tutto ma non il petrolio”.
ANSA
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