Salari fermi, prezzi alti, negozi che si svuotano: non sono poveri, ma non ce la fanno più. Il declino del ceto medio in un Paese dove la produttività del lavoro è cresciuta dell’1% contro il 20% dell’Europa
Carla ha quarantadue anni, tre figli, un mutuo e uno stipendio da impiegata amministrativa in una struttura sanitaria nella periferia di Roma. Non ha perso il lavoro. Non ha debiti fuori misura. Sulla carta, non è povera. Eppure, da tre anni, controlla il conto corrente in modo quasi compulsivo. “Ho smesso di comprare vestiti nei negozi normali. Vado al mercato del Quarticciolo la domenica”.
Carla non è un caso limite. È, sempre più spesso, la norma.
Vent’anni di salari fermi
C’è un numero che racconta vent’anni di economia italiana meglio di qualsiasi discorso politico. Tra il 2000 e il 2024, la produttività del lavoro in Italia è aumentata dell’1,3%. In Europa, nello stesso periodo, l’incremento è stato del 19,5%. Quando la produttività ristagna, anche gli stipendi smettono di crescere.
Il risultato è che, tra il 2019 e il 2024, i salari reali italiani hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto. Non quelli nominali, che in alcuni casi sono persino aumentati. Ma il potere d’acquisto reale si è eroso, anno dopo anno.
Secondo l’Istat, oggi quasi un quarto della popolazione (il 23,1%) è a rischio povertà o esclusione sociale. Non solo chi non ha nulla. Anche chi ha un lavoro, una casa, una famiglia, ma non riesce più a stare al passo con il costo della vita.
I conti non tornano
Un commesso di quarto livello guadagnava 1.584 euro lordi al mese nel 2019. A novembre 2025 ne guadagnava 1.802: un aumento del 13,77%. Peccato che nello stesso periodo l’inflazione abbia raggiunto il 20,6%. La perdita reale è di circa 2.400 euro l’anno.
Gli sgravi fiscali dei governi Draghi e Meloni hanno recuperato circa 1.158 euro. Il saldo resta negativo con quasi 930 euro annui in meno, dopo tutti gli interventi pubblici.
C’è poi il fiscal drag, una trappola silenziosa. Quando i salari nominali aumentano per inseguire l’inflazione, i lavoratori scivolano verso scaglioni IRPEF più alti, pagando più tasse su un reddito che in termini reali non è cresciuto. E’ come correre su un tapis roulant.
I rinnovi contrattuali arrivano sempre tardi. Il contratto del comparto Istruzione e Ricerca (950.000 insegnanti) copriva il triennio 2019-2021 ed è stato firmato nel dicembre 2022. Quattro anni di attesa per aumenti già erosi dall’inflazione nel momento stesso in cui venivano messi in busta paga.
Le spese che non si possono tagliare
Marisa ha settantaquattro anni e una pensione da 1.320 euro netti. Vive sola, in un piccolo appartamento di proprietà. “La mia fortuna”, dice. Ma la bolletta del gas nell’inverno scorso è stata di 180 euro al mese. La spesa alimentare le costa 380. Dopo le utenze, le restano poco più di 400 euro per tutto il resto.
“Ho smesso di uscire a cena. Aspetto il giorno prima della scadenza al supermercato. Non mi lamento, ho la casa. Ma non è questa la vecchiaia che pensavo di avere”.
Il suo caso riflette una dinamica strutturale. Nel 2026, secondo Confesercenti-CER, la spesa delle famiglie crescerà dello 0,8%, pari a circa 9,1 miliardi in più. Ma quella crescita sarà quasi interamente assorbita da bollette, mutuo, alimentari, trasporti. La spesa discrezionale (vestiti, vacanze, cultura, ristoranti) resterà compressa.
In cinque anni i salari reali hanno perso il 10,5% del potere d’acquisto: stipendi più alti sulla carta, ma sempre più leggeri nella vita reale (ph. Pexels, Karolina Grabowska)
Discount e lusso: sparisce il ceto medio
La fotografia del cambiamento è nei dati della distribuzione. Tra il 2015 e il 2025, le vendite dei supermercati sono cresciute del 25,8%. Quelle dei discount del 69%. I piccoli negozi specializzati hanno perso terreno. Nel 2025 l’abbigliamento indipendente ha segnato un calo dello 0,6%, mentre l’e-commerce cresceva dell’8,3%.
La classe media non ha smesso di consumare. Ha imparato a consumare al ribasso nei discount, private label, promozioni, acquisti online. Il mercato del lusso regge. Chi può permetterselo non è toccato dall’erosione salariale. Il segmento intermedio, quello che sosteneva la piccola bottega e il ristorante di quartiere, si assottiglia. Gli economisti chiamano questo processo “polarizzazione dei consumi”. Nella vita quotidiana si chiama la scomparsa del ceto medio come soggetto economico.
Il magazzino pieno di Luigi
Luigi gestisce un negozio di abbigliamento a Piazza Vittorio dal 2009, eredità del padre. Ha tre dipendenti e un magazzino che, negli ultimi due anni, fatica a svuotarsi.
“”Prima vendevo una giacca e mi restava il margine per l’affitto. Adesso ne vendo tre e arrivo a stento. Le persone entrano, guardano, poi vanno su internet. Oppure rimandano. Se continua così, arriveremo a un punto in cui le famiglie non potranno più comprare nulla e non riusciremo più a svuotare i magazzini”.
Le vendite al dettaglio nel 2025 hanno segnato una flessione dell’1,4%. Le previsioni per il 2026 indicano volumi sostanzialmente fermi (+0,2%), con le piccole superfici ancora in calo dello 0,5%. Una tendenza negativa che dura da tre anni. Il magazzino pieno di Luigi è il segnale forte di una domanda che si è ritirata.
Il circolo che si chiude
A un certo punto il problema smette di essere individuale e diventa sistemico. La catena è semplice. Le famiglie con meno potere d’acquisto comprano meno. I commercianti tagliano i costi, incluso il personale. Meno reddito significa meno acquisti. E il ciclo ricomincia.
Secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, anche con i rinnovi contrattuali previsti nel biennio 2026-2027, i salari reali resteranno al di sotto dei livelli precedenti al ciclo inflattivo del 2021.
Nel terzo trimestre del 2025 il potere d’acquisto è cresciuto dell’1,8%. Un segnale positivo, ma da leggere nel contesto di una perdita del 10,5% in cinque anni. Non basta ancora per parlare di inversione di tendenza.
Carla la sera controlla le app dei supermercati per vedere gli sconti del giorno dopo. “Non è che mi vergogno,” dice. “È che mi sembra assurdo. Ho un lavoro, uno stipendio, sono istruita. Non è quello che immaginavo”.
Non è quello che immaginava nessuno. Le famiglie italiane non stanno crollando. Stanno abbassando le aspettative. In silenzio, un carrello della spesa alla volta.
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Giovanni Ierfone
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