La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per impedire a Donald Trump di ordinare ulteriori attacchi contro l’Iran, aumentando la pressione sull’amministrazione affinché trovi una soluzione per porre fine una guerra percepita come impopolare. Si tratta di un segnale politico molto forte, giunto per la prima volta dall’inizio del conflitto nell’Aula a maggioranza repubblicana, grazie al sostegno compatto dei democratici e di quattro deputati del partito del presidente. Il provvedimento è passato con 215 voti favorevoli e 208 contrari. Sulla carta, Trump non è tuttavia costretto a seguire le direttive del Congresso. Ovviamente a suo rischio e pericolo politico.
Cosa ha deciso la Camera Usa sulla guerra contro l’Iran
Gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra in Iran dal punto di vista strategico, in quanto non ne hanno frenato né la corsa nucleare né il ripristino della capacità missilistica a medio-lungo raggio.
Gli ambienti politici statunitensi e una fetta di apparati incolpa Trump di essersi fatto trascinare da Benjamin Netanyahu in un conflitto che si sarebbe dovuto risolvere nel giro di pochi giorni. E che invece ha addirittura portato gli Usa a spostare uomini e mezzi da teatri assai più importanti come l’Indopacifico.
L’assenza di obiettivi chiari e di una exit strategy ha spinto la Camera ad approvare una risoluzione per i poteri di guerra con il voto di quattro repubblicani, oltre a tutti i democratici, che obbliga il presidente a chiedere al Congresso l’autorizzazione per proseguire lo stato di conflitto. O, per l’appunto, di ritirare le truppe.
Bisogna però intendersi sull’effettiva valenza di questa risoluzione. Per ora è stata spiccata dalla sola Camera e dovrà passare al vaglio del Senato. Se anche quest’ultimo la approverà, servirà la firma presidenziale. E il presidente non sarà comunque tenuto a rispettarla.
Il Senato aveva già approvato una misura simile il mese scorso con un voto procedurale, a testimonianza della crescente impazienza nei confronti di una guerra non autorizzata dal Congresso.
Cos’è la risoluzione sui poteri di guerra del presidente
La questione chiama direttamente in causa la Risoluzione sui poteri di guerra del 1973, la legge che i Democratici hanno usato per forzare il voto alla Camera. La norma impone al presidente in carica di ritirare le forze statunitensi da qualsiasi conflitto non autorizzato dal Congresso entro 60 giorni.
Sulla carta Donald Trump ha rispettato questa soglia, scaduta il 1° maggio, ma l’ha poi elusa sostenendo che le ostilità erano finite da quando era entrato in vigore il cessate il fuoco, nonostante gli Stati Uniti continuassero e continuino tuttora ad applicare il blocco navale all’Iran. Un cavillo, ma tanto basta a prendere tempo.
In questa battaglia, Trump può contare su alleati politici all’interno della sua amministrazione. Il deputato repubblicano Brian Mast, presidente della Commissione Affari Esteri, ha ribadito la tesi del tycoon secondo cui la guerra è tecnicamente finita. Tutto il resto è “difesa” contro gli attacchi iraniani.
Per arrivare sulla scrivania di Trump, la Camera dovrebbe approvare la risoluzione votata dal Senato. Il tycoon quasi certamente porrebbe il veto, costringendo il Congresso a superarlo con una maggioranza di due terzi in entrambe le Camere prima che la risoluzione possa entrare in vigore.
Dal punto di vista storico, nessuna risoluzione sui poteri di guerra è mai riuscita a superare un veto presidenziale.
Cosa può e cosa vuole fare Donald Trump
Trump ha bisogno di una sbandierare una vittoria sia con gli elettori, che gli hanno chiesto di ridurre l’impegno all’estero per concentrarsi sull’America, sia con il proprio partito, ormai stanco dell’imprevedibilità delle sua mosse.
Così, mentre la Camera boccia la postura trumpiana nei confronti della guerra, il presidente punta sul consueto personalismo affaristico e afferma di essere pronto a incontrare addirittura la guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei. Il tutto ovviamente se Teheran accetterà di frenare la propria corsa nucleare.
Ecco, questo è l’unico margine di manovra sul quale deve e può puntare il tycoon. Tutti gli apparati americani, dal Pentagono alla Cia, sono d’accordo infatti sul proposito strategico principale: l’Iran non deve ottenere la bomba atomica.
Trump si trova nella delicata situazione di non poter sbagliare più nulla, soprattutto in vista delle elezioni di Midterm di novembre e alla luce delle tensioni crescenti all’interno del Partito Repubblicano.
Da parte sua, il presidente afferma dunque che l’intesa con la Repubblica Islamica potrebbe essere firmata già “nel fine settimana”, ma allo stesso tempo non esclude che il blocco navale dello Stretto di Hormuz possa durare fino alla festa del Labor Day, cioè settembre.
La tattica di Trump sembra insomma la medesima: prendere tempo e vedere dove si arriva. Intanto va sistemato il sistemabile: misure economiche, impedire a Israele di rovinare i possibili accordi con l’Iran e appaltare parte della difesa europea agli Stati Ue, mentre si riallacciano i rapporti con la Russia.
Nello stesso giorno, lo Stato ebraico ha raggiunto un accordo (temporaneo e fragile) col Libano per l’attuazione del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, subordinandone però il successo al disarmo di Hezbollah e al ritiro dei suoi combattenti dal sud del Paese. Le parti torneranno a negoziare a fine giugno per cercare un accordo complessivo sulla sicurezza dell’area.
Cosa può succedere ora
In privato ai suoi collaboratori, Trump ha affermato che prenderebbe in considerazione la possibilità di porre fine alla tregua con l’Iran qualora dovessero restare uccisi soldati americani.
Funzionari statunitensi interpellati dal Wall Street Journal hanno sottolineato che la tregua nei raid aerei, in atto da settimane, resta in vigore nonostante il susseguirsi dei combattimenti.
La riluttanza del presidente a riaccendere la guerra suggerisce che potrebbe essere disposto a sopportare risacche di violenza per settimane o addirittura mesi, pur di evitare un conflitto più ampio in Medio Oriente.
I ripetuti attacchi anche ai Paesi arabi e la conseguente crisi della globalizzazione hanno però aumentato la pressione su Trump e messo in dubbio la sostenibilità a lungo termine del cessate il fuoco.
Ci si aspetta un’accelerazione da parte americana per negoziati che consentano di tirare un attimo il fiato. Alla disperata ricerca di una vittoria tattica, l’amministrazione Trump sta pressando al massimo anche Cuba e gli Stati sudamericani. Cioè il proprio emisfero d’appartenenza. America first in senso letterale.
ANSA
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