Nel 1986 viene approvato l’Atto Unico Europeo, che avvia il processo di costruzione del Mercato Unico all’interno di una fase di globalizzazione sempre più intensa. Una trasformazione che avrebbe modificato profondamente gli assetti produttivi mondiali, ricombinando settori e funzioni e influenzando in maniera decisiva l’organizzazione dell’economia globale.
È in quegli anni che assume crescente rilevanza il concetto di catena del valore, già delineato a partire dal 1980 dall’economista industriale Michael Porter.
All’epoca l’Europa rappresentava circa il 28-30% della produzione industriale mondiale, gli Stati Uniti si attestavano intorno al 25%, il Giappone rivestiva un ruolo di primo piano con circa il 15%, mentre la Cina non raggiungeva il 5%.
Quarant’anni dopo lo scenario è radicalmente cambiato: l’Europa è scesa al 15-18%, gli Stati Uniti al 17%, mentre la Cina è salita intorno al 30%, affermandosi come la principale manifattura del mondo.
In quel periodo l’industria contribuiva per circa il 30% alla formazione del prodotto mondiale e la manifattura ne rappresentava circa un quinto. E in Italia?
Una recente ricostruzione, per quanto ancora provvisoria, realizzata dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne mostra come, nell’anno dell’Atto Unico, il valore aggiunto dell’industria pesava per il 33% sul totale dell’economia nazionale. In quarant’anni questa quota si è ridotta di circa un quarto. Ma il dato forse più significativo riguarda la profonda ricomposizione territoriale avvenuta nel frattempo.
Erano gli anni dell’affermazione dei distretti industriali del Made in Italy, della diffusione della piccola impresa e di percorsi imprenditoriali che spesso nascevano dall’esperienza di famiglie operaie. Da queste realtà prendevano forma imprese inizialmente legate alla subfornitura, ma capaci in molti casi di conquistare progressivamente autonomia e presenza sui mercati.
In termini relativi, nell’arco di quarant’anni il peso dell’industria si è ridotto di circa un terzo nel Nord-Ovest, dell’11% nel Nord-Est, del 27% nel Centro e del 21% nel Mezzogiorno. Un dato particolarmente significativo per quest’ultima area, che già disponeva di una dotazione industriale inferiore rispetto al resto del Paese.
Naturalmente, il ridimensionamento dell’incidenza industriale è un fenomeno globale, legato alla progressiva terziarizzazione delle economie avanzate. Tuttavia, un’analisi territoriale più approfondita, intrecciata con le dinamiche complessive dello sviluppo nazionale, può aiutare a comprendere anche alcuni cambiamenti politici e istituzionali degli ultimi decenni.
L’industria, e in particolare la manifattura, è stata infatti portatrice di una cultura produttiva fortemente identitaria, caratterizzata da sistemi di valori relativamente omogenei e spesso riconducibili a tradizioni cattoliche o social-comuniste. Nel 1986 ben 27 province registravano un’incidenza del valore aggiunto industriale superiore al 40% del totale; oggi ne restano soltanto tre: Vicenza, Modena e Lecco.
La contrazione ha interessato in modo particolare il vecchio triangolo industriale. In Lombardia il peso dell’industria sulla produzione totale è passato dal 41% al 26%; in Piemonte dal 41% al 30%.
Nel complesso si è verificata una profonda ricombinazione dello sviluppo territoriale, che non può essere interpretata semplicemente come contrapposizione tra Nord e Sud. Cinquantotto province hanno perso posizioni nel valore aggiunto pro-capite rispetto alla media nazionale, mentre quarantanove le hanno migliorate, con una presenza significativa di territori meridionali tra questi ultimi.
Oggi sono 71 le province con un valore aggiunto pro capite inferiore alla media italiana, contro le 68 di quarant’anni fa. È però il Nord-Ovest l’area in cui questa situazione si è aggravata maggiormente, passando da 9 a 13 province sotto la media nazionale, mentre nel Nord-Est il numero si è ridotto da 7 a 4.
Sembra emergere una certa correlazione tra questi processi e l’affermazione di forme di voto di protesta nei confronti dei partiti tradizionali a livello locale. Un fenomeno che, nato verso la fine degli anni ‘80, si è successivamente consolidato attraverso il sostegno a movimenti populisti di diversa natura, trovando nella crescente delusione della classe media e, in parte, anche di quella operaia, un terreno fertile per la costruzione del consenso.
Non di rado, la geografia della contrazione industriale coincide con quella del sostegno a queste formazioni politiche e, più in generale, alla diffusione di liste civiche locali.
Lo sfilacciamento della componente industriale, percepito in Italia con particolare intensità a causa della rilevanza del nostro apparato manifatturiero — ancora oggi il secondo d’Europa — ha contribuito a erodere il sistema di valori tradizionalmente associato alla manifattura, sostituendolo con modelli più fluidi e frammentati, tipici dell’economia dei servizi.
In altri termini, il ridimensionamento territoriale della manifattura, accompagnato dal declino relativo di alcuni territori e alimentato dalle dinamiche della globalizzazione, ha rappresentato un elemento non secondario nella crisi di principi, identità e riferimenti collettivi. In assenza di modelli alternativi di sviluppo capaci di raccogliere e reinterpretare la tradizione produttiva diffusa del Paese, si è aperta una fase di disorientamento che ha favorito una crescente volatilità elettorale. Un fenomeno che non riguarda soltanto l’Italia, ma che si riscontra anche in altri Paesi a forte vocazione industriale.
Da qui nasce una domanda cruciale: per restituire maggiore stabilità a una classe media che si è sentita, spesso non senza ragioni, penalizzata da queste trasformazioni, non è forse necessario rilanciare una nuova stagione di fiducia nella manifattura?
Servono politiche che sappiano collocare le dinamiche territoriali all’interno dei grandi cambiamenti globali, ma che al tempo stesso ne governino le conseguenze in termini di sviluppo, opportunità e prospettive positive. Una strategia che guardi al futuro e non si limiti alla sola difesa dalle pressioni esterne. Diversamente, il rischio è quello di alimentare ulteriormente i processi di declino territoriale, lasciando spazio a narrazioni fondate più sulla protesta che sulla costruzione di nuove traiettorie di crescita.
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di Gaetano Fausto Esposito
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