la sfida non è più solo militare


Sono trascorsi cento giorni dallo scoppio della guerra in Iran. Il conflitto, iniziato con l’idea di un’operazione lampo, continua invece ad andare avanti tra stop and go. È un fallimento della strategia? Lo abbiamo chiesto a Simona Epasto, docente di Geopolitica all’Università di Macerata.

Una guerra trasformata

«Una simile interpretazione rischierebbe di sovrapporre il piano tattico a quello strategico, finendo per attribuire a una dinamica profondamente complessa categorie interpretative eccessivamente lineari. Carl von Clausewitz osservava che la guerra è dominata dalla frizione, vale a dire da quell’insieme di fattori che inevitabilmente modificano ogni pianificazione iniziale. Ciò che emerge dopo cento giorni non sembra tuttavia riconducibile al fallimento di una strategia, quanto piuttosto alla sua progressiva metamorfosi: una guerra concepita per conseguire risultati rapidi si è trasformata in uno strumento di regolazione della competizione regionale».

Secondo Epasto è proprioi questo l’elemento maggiormente significativo: «Le dichiarazioni rilasciate nelle ultime ore dall’Amministrazione statunitense, che continuano a prospettare un cessate il fuoco mentre proseguono operazioni militari e si registra la riattivazione del fronte del Mar Rosso attraverso gli Houthi, mostrano chiaramente come la diplomazia contemporanea non si collochi più in alternativa alla guerra, ma al suo interno, concorrendo alla modulazione della sua intensità e della sua spazializzazione».

Guerra e negoziazione

Come emerge anche da recenti riflessioni dell’esperta sulle trasformazioni della conflittualità contemporanea «guerra e negoziazione tendono sempre più a coesistere, dando luogo a configurazioni spaziali ibride e continuamente reversibili. Raymond Aron ricordava che le relazioni internazionali consistono nella gestione di equilibri instabili più che nella loro definitiva soluzione. È precisamente questa la configurazione che sembra delinears».

Simona Epasto

A cento giorni dall’inizio della guerra, l’obiettivo resta fermare il programma nucleare iraniano o è più ampio, cioè ridefinire gli equilibri regionali?

«Occorre evitare una lettura meramente tecnico-militare della crisi, per non incorrere in semplificazioni che non restituiscono un quadro generale molto più complesso. Il programma nucleare iraniano costituisce certamente uno dei principali nodi del confronto, ma rappresenta soprattutto la manifestazione più evidente di una competizione assai più ampia che investe la distribuzione della deterrenza, il controllo delle infrastrutture strategiche e la ridefinizione dell’architettura di sicurezza dell’intero Mediterraneo allargato. Come ricordava Gianfranco Lizza, lo spazio geografico non costituisce mai uno sfondo neutro dell’azione politica, ma diviene esso stesso strumento di potere, di influenza e di competizione».

Il ritorno del Mediterraneo allargato

Secondo l’esperta non è casuale che proprio il Mediterraneo allargato torni oggi ad assumere una centralità geopolitica «che sembrava attenuata dopo la Guerra Fredda, configurandosi nuovamente quale spazio di connessione tra Europa, Medio Oriente, Africa e Indo-Pacifico e, al tempo stesso, quale principale laboratorio delle nuove dinamiche della competizione globale.

La vera posta in gioco riguarda infatti il controllo della mobilità più che quello del territorio. Stretto di Hormuz, Mar Rosso, Mediterraneo orientale, corridoi logistici, infrastrutture energetiche, reti digitali e catene globali di approvvigionamento costituiscono i nodi di una geografia delle connessioni nella quale il controllo dei flussi produce effetti geopolitici spesso superiori a quelli derivanti dal semplice controllo dello spazio fisico.

Henry Kissinger sosteneva che ogni ordine internazionale sopravvive soltanto finché gli attori riconoscono la legittimità dell’equilibrio esistente. È proprio tale equilibrio ad essere oggi oggetto di una profonda riconfigurazione».

Vincitori e sconfitti

Chi perde militarmente e chi vince politicamente?

«Le guerre contemporanee sembrano sottrarsi sempre più alle tradizionali categorie di vittoria e sconfitta. Israele conserva una superiorità tecnologica e operativa difficilmente contestabile, mentre l’Iran continua a dimostrare una significativa resilienza istituzionale e una capacità di proiezione indiretta che si estende ben oltre i propri confini nazionali. Il punto, tuttavia, non sembra essere questo. Come osservava Colin Gray, il successo militare acquista significato soltanto quando riesce a tradursi in un ordine politico stabile. Tale condizione appare oggi ancora lontana. Gli Stati Uniti riaffermano la propria centralità ma sono contemporaneamente chiamati a distribuire risorse strategiche tra Europa orientale, Indo-Pacifico e Medio Oriente; Israele ottiene risultati operativi senza eliminare definitivamente la percezione della minaccia; l’Iran mantiene una rilevante capacità negoziale pur operando in un contesto di forte pressione internazionale.

Più che vincitori e sconfitti, emergono, dunque, attori impegnati in una continua ridefinizione del proprio posizionamento geopolitico».

Pace o instabilità prolungata

Siamo vicini alla pace o è più probabile un conflitto che durerà anni?

«Una risposta fondata su una rigida contrapposizione tra guerra e pace rischierebbe di non cogliere la natura della conflittualità contemporanea. Yves Lacoste affermava che la geografia serve innanzitutto a fare la guerra. Oggi tale intuizione appare ulteriormente rafforzata, poiché il conflitto non occupa semplicemente lo spazio ma lo produce, lo gerarchizza e lo riorganizza, ridefinendo continuamente centralità e marginalità geopolitiche. L’elemento maggiormente innovativo consiste proprio nella progressiva reticolarizzazione della guerra. Il confronto non si sviluppa più lungo un’unica linea del fronte, ma attraverso una pluralità di spazi interconnessi – Libano, Mar Rosso, Golfo Persico, infrastrutture energetiche, reti digitali, mercati finanziari e cyberspazio – dando luogo ad una geografia della deterrenza nella quale il controllo della mobilità dei flussi assume un’importanza strategica almeno pari a quella del controllo dei territori. Per questa ragione appare più plausibile una lunga fase di instabilità regolata, caratterizzata da tregue temporanee, negoziati parziali ed escalation selettive, piuttosto che una pace definitiva».

Ucraina e Medio Oriente, scenari distinti ma connessi

Parallelamente prosegue la guerra tra Russia e Ucraina: sono due guerre separate o fronti della stessa competizione politica?

«Una simile distinzione rischierebbe di occultare le profonde connessioni sistemiche che attraversano l’attuale ordine internazionale. Edward Luttwak aveva anticipato come la geoeconomia sarebbe progressivamente divenuta la prosecuzione della geopolitica con altri mezzi. Energia, finanza, dati, tecnologia, infrastrutture e catene logistiche costituiscono oggi strumenti di competizione non meno rilevanti degli apparati militari tradizionali.

L’Ucraina rappresenta il principale spazio della sicurezza continentale europea; il Medio Oriente continua ad essere il crocevia delle connessioni energetiche globali. Due scenari differenti, dunque, ma riconducibili alla medesima trasformazione geopolitica, caratterizzata dal progressivo superamento dell’ordine unipolare e dall’emergere di una configurazione sempre più policentrica nella quale il controllo delle connessioni tende progressivamente ad affiancare quello dei territori».

Il ruolo della Russia

Il Cremlino di Mosca
Il Cremlino di Mosca

Putin sta a guardare o è un protagonista nascosto della guerra tra Stati Uniti e Iran?

«L’apparente prudenza russa non dovrebbe essere interpretata come marginalità strategica. Sun Tzu osservava che il massimo risultato consiste nell’ottenere un vantaggio senza essere costretti allo scontro diretto. Mosca sembra oggi perseguire precisamente questa logica, lasciando che l’attenzione strategica statunitense venga distribuita su una pluralità di fronti senza assumere un coinvolgimento esplicito.

Parallelamente, il mantenimento dei rapporti con l’Iran ed il progressivo consolidamento dell’intesa con la Cina consentono alla Federazione Russa di rafforzare la propria profondità strategica e di ampliare il proprio margine di influenza all’interno di un sistema internazionale sempre più fluido.

Più che un protagonista nascosto, Putin appare un attore che utilizza il tempo e la geografia come strumenti di potere».

Cosa aspettarsi

Cosa dobbiamo aspettarci?

«Come geografi siamo abituati a diffidare delle interpretazioni esclusivamente congiunturali. I cento giorni di questa guerra non rappresentano soltanto una fase di un conflitto regionale, ma il sintomo di una più ampia riconfigurazione della geografia del potere, nella quale il controllo dei territori tende progressivamente ad intrecciarsi con quello delle connessioni, delle infrastrutture critiche, dei dati, dell’energia e della mobilità.

Henry Kissinger sosteneva che ogni ordine internazionale nasce, vive e si esaurisce quando muta la distribuzione della potenza. Oggi tale mutamento sembra svilupparsi attraverso una nuova geografia delle connessioni, nella quale il Mediterraneo allargato torna ad assumere una centralità strategica che va ben oltre la dimensione regionale.

Se il Novecento è stato il secolo della competizione per il controllo dello spazio, il XXI secolo sembra configurarsi sempre più come il secolo della competizione per il controllo dei flussi. Ed è probabilmente in questa lenta ma profonda ristrutturazione dello spazio geopolitico, più ancora che nella cronaca quotidiana delle operazioni militari o delle dichiarazioni diplomatiche, che si colloca il significato più autentico dei primi cento giorni di guerra e la chiave interpretativa delle trasformazioni destinate ad accompagnare il sistema internazionale negli anni a venire».




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 Annalisa Appignanesi

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