La nutrita presenza di imprenditori tedeschi al Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) è un primo, prudente ma chiaro segnale di attrito tra la logica del business tedesco e la linea fortemente bellicista del governo Merz.
Fra i nomi più in vista spicca Thomas Bruch, azionista di peso della catena GLOBUS Markthallen, con una lunga presenza nella grande distribuzione russa. Altro volto chiave è Stefan Dürr, alla guida del gruppo agricolo Ekosem-Agrar/EkoNiva, tra i maggiori produttori di latte in Russia, la cui carriera imprenditoriale è strutturalmente intrecciata al mercato russo.
Accanto a loro compaiono altri imprenditori “ponte” come Leo Eppinger, con doppia cittadinanza tedesca e russa, e figure dell’industria come Polina Sharova, alla guida di Hermes-Ural, produttore di macchinari industriali con base negli Urali.
A questo tessuto imprenditoriale si affianca anche una rappresentanza politica dell’AfD che da tempo propone una linea apertamente favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Mosca, oltre alla presenza del proprietario della Berliner Zeitung, Holger Friedrich, e l’ex cancelliere Gerhard Schröder, storicamente vicino al Cremlino.
Lo scopo immediato di questo ritorno non è ideologico ma difensivo: tutelare fino a 100 miliardi di euro di asset tedeschi ancora bloccati o operativi in Russia, e non lasciare completamente la scena agli investitori asiatici nei segmenti dove la Germania è tuttora presente.
La presenza degli imprenditori tedeschi al SPIEF 2026 è il segnale che una parte sempre più grande dell’élite economica tedesca vuole riavviare una politica di distensione e cooperazione economica con la Russia per risollevare l’economia della Germania.
Da quando è iniziata la guerra in Ucraina, la scelta di Berlino di allinearsi pienamente alla strategia NATO di contenimento della Russia, con pacchetti di sanzioni e il drastico taglio delle forniture energetiche russe, ha fatto pagare alle imprese tedesche un prezzo altissimo.
L’energia a basso costo proveniente dalla Russia, in particolare il gas, era uno dei pilastri della competitività dell’industria pesante e manifatturiera tedesca, e la sua improvvisa sostituzione con forniture più costose ha alimentato una crisi energetica acuta.
La combinazione tra caro energia, incertezza geopolitica, rottura di catene di fornitura consolidate e la diminuzione del commercio sul mercato russo ostacolato dalle sanzioni UE ha accompagnato l’ingresso dell’economia tedesca in una crisi protratta: nel 2023–2025 la Germania ha vissuto due anni consecutivi di stagnazione o recessione tecnica, con calo della produzione industriale e caduta degli investimenti. Le previsioni per il 2026 sono ancora più peggiori.
Nel frattempo, la decisione politica di puntare su un massiccio riarmo, fino a triplicare il bilancio della difesa in cinque anni e portare le spese militari verso il 3,5% del PIL, ha comportato lo sblocco del “freno al debito” costituzionale per finanziare l’espansione dell’apparato militare. Queste risorse, che prima sostenevano infrastrutture civili, transizione energetica e innovazione industriale, vengono sempre più dirottate verso l’industria bellica, presentata come “opportunità economica e tecnologica” per la Germania.
Una sostanziale parte del mondo imprenditoriale, specie quello più integrato nel commercio estero, guarda però con grande preoccupazione a una strategia che sostituisce l’export di macchinari, auto e prodotti chimici con l’export di armi, e che brucia capitale politico ed economico nel confronto prolungato con la Russia.
La linea del Cancelliere Friedrich Merz è quella di un pieno allineamento allo sforzo NATO, con sostegno militare e finanziario di lungo periodo all’Ucraina e pressione costante per rafforzare il dispositivo di deterrenza verso Mosca. A livello europeo, la coppia franco‑tedesca, con Parigi e Berlino schierate per una “autonomia strategica” che però resta interamente incardinata su NATO e riarmo, ha abbandonato il tradizionale ruolo di mediatori e ponte verso la Russia.
Questa traiettoria è in netto contrasto con la fase storica seguita alla riunificazione tedesca, resa possibile dalla scelta di Gorbaciov di accettare una Germania unita in cambio della promessa, mai scritta ma politicamente centrale, di una cooperazione pacifica e di un intenso scambio economico ed energetico tra Berlino e Mosca.
Per decenni, il modello “macchine tedesche contro gas russo” è stato il motore di uno sviluppo economico e sociale che ha reso la Germania la potenza industriale d’Europa, mentre la Russia trovava nell’export energetico un pilastro della propria modernizzazione.
Oggi, la scelta russofoba di Merz non solo congela o distrugge questo patrimonio di interdipendenza, ma trascina la Germania in un’economia di guerra permanente, con il rischio reale di un allargamento del conflitto e di un coinvolgimento diretto del paese nelle ostilità.
Il ricordo di Berlino 1945, delle rovine materiali e morali della guerra totale e di un Paese diviso in due, rimane vivo nella memoria storica tedesca, e proprio per questo una parte del mondo economico, soprattutto quello più internazionale, vede con crescente allarme il ritorno a una logica di contrapposizione frontale con la Russia. Questi industriali sono ben consapevoli che la ripresa tedesca passa da Mosca.
Sempre più studi sottolineano che la normalizzazione dei rapporti con la Russia, accompagnata a un allentamento delle sanzioni e al ripristino dei flussi energetici e commerciali, contribuirà in modo significativo alla ripresa del PIL tedesco.
Secondo diverse analisi economiche, il venir meno della rottura strutturale con la Russia potrebbe aggiungere diversi punti percentuali alla crescita nel medio termine, riducendo i costi energetici e riaprendo un mercato chiave per macchinari, tecnologie e beni di consumo tedeschi.
La logica è semplice: una Germania che vuole restare potenza industriale ha bisogno di energia abbondante e relativamente economica, e di mercati extra‑UE dove il made in Germany resti competitivo.
In assenza della Russia, Berlino si ritrova intrappolata fra energia costosa e concorrenza asiatica, mentre le proprie imprese storicamente radicate nello spazio russo, dall’agroalimentare alla grande distribuzione fino alla meccanica, lottano per non perdere in modo irreversibile decenni di investimenti.
Da questo punto di vista, la presenza di Bruch, Dürr e degli altri imprenditori tedeschi a San Pietroburgo assume un preciso valore politico: segnala che una parte dell’élite economica tedesca è pronta a farsi promotrice di una linea di normalizzazione pragmatica, anche controcorrente rispetto al governo.
Il messaggio implicito è che la Germania non può permettersi, in una fase di recessione prolungata, di tagliare per principio uno dei suoi partner storici, consegnando l’intero spazio economico russo alla Cina e ad altri attori asiatici.
Gli imprenditori tedeschi hanno diversi strumenti, formali e informali, per provare a frenare la corsa al riarmo e alla radicalizzazione anti‑russa di Merz. In primo luogo, possono usare il proprio peso nelle associazioni di categoria, nelle Camere di commercio e nei grandi media economici per rendere evidente il nesso tra recessione, caro energia e rottura con la Russia, spostando il dibattito pubblico dal terreno emotivo a quello dei costi concreti per lavoratori e PMI.
In secondo luogo, possono intensificare i contatti economici “legali” e compatibili con le normative vigenti, mostrando che esiste una domanda di cooperazione che non viene solo da Mosca ma anche dal tessuto produttivo tedesco, e che il mantenimento di canali aperti conviene all’Europa quanto alla Russia.
Infine, il mondo delle imprese può esercitare pressione politica diretta, sostenendo forze e correnti interne ai partiti più favorevoli a una soluzione diplomatica del conflitto e contrarie a un’ulteriore escalation militare, facendo capire che un’economia permanentemente militarizzata è incompatibile con la vocazione industriale ed esportatrice della Germania.
La presenza dei leader del partito di destra Alternative für Deutschland al Forum economico di San Pietroburgo, accanto agli imprenditori tedeschi, è importante perché rende visibile una convergenza politica ed economica per la distensione con Mosca e la ripresa della cooperazione. La delegazione AdF era composta dai deputati del Bundestag Markus Frohnmaier e Steffen Kotré, responsabili della politica estera e energetica nel gruppo, dal deputato europeo Petr Bystron e dal presidente del gruppo e del partito in Sassonia, Jörg Urban.
AfD, che attualmente gode del 30% del consenso popolare, può presentarsi all’opinione pubblica tedesca come unico partito disposto a difendere gli interessi industriali danneggiati da sanzioni, crisi energetica e rottura con la Russia. Questo rafforza il suo profilo presso imprenditori, ceti produttivi e cittadini delle regioni più colpite dalla deindustrializzazione, offrendo un chiaro messaggio: riaprire il dialogo con Mosca, riattivare scambi energetici e commerciali, riportare la Germania su un corso di realpolitik economica invece che di confronto militare.
In questo senso, la domanda implicita del titolo: “La nutrita presenza di imprenditori tedeschi al International Economic Forum di San Pietroburgo è un segnale di contrasto alle follie belliciste di Merz?” – trova una risposta sfumata: non siamo ancora di fronte a una frattura aperta, ma i segnali di un conflitto latente tra la logica del profitto e la logica della guerra stanno emergendo con forza.
Più la crisi economica morderà e più la memoria delle macerie del 1945 tornerà a pesare: da quel momento in poi, la cooperazione con la Russia smetterà di essere un tabù politico e tornerà a imporsi come necessità storica per la sopravvivenza del modello industriale tedesco. L’alternativa di Merz è la guerra e la distruzione della Germania che potrebbe trasformarsi in una zona radioattiva off limit.
Vladimir Volcic
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