Nella stessa settimana in cui a Cagliari una mano anonima ha appiccato il fuoco al portone di una moschea, a Modena si è discusso della possibilità di garantire a centinaia di cittadini musulmani un luogo dignitoso in cui pregare. È su questo crinale, tra violenza e convivenza, che si colloca oggi l’Italia, sospesa fra una deriva di odio razziale e religioso e il faticoso tentativo di costruire una società pluralista.
Cagliari, quando la retorica diventa benzina
Nella notte tra il 10 e l’11 giugno un attentato incendiario ha colpito la moschea di via del Collegio, nel quartiere Marina di Cagliari. Ignoti hanno dato alle fiamme il portone del luogo di culto islamico in una zona densamente abitata. Il tempestivo intervento di alcuni residenti, che hanno spento il principio d’incendio prima dell’arrivo dei vigili del fuoco, ha evitato conseguenze ben più gravi.
Non si tratta di una semplice bravata notturna né di un episodio isolato. L’attacco rappresenta il punto di approdo di un clima culturale costruito nel tempo, nel quale i musulmani vengono spesso descritti come un problema di sicurezza, un corpo estraneo o una potenziale minaccia. Un clima che non nasce dal nulla, ma da anni di narrazioni che sostituiscono l’analisi con la paura, la complessità con gli slogan e il diritto con il risentimento.
Le responsabilità della politica
Quando si parla di responsabilità è necessario distinguere tra responsabilità penale e responsabilità politica. La prima riguarda chi materialmente compie un attentato; la seconda riguarda chi contribuisce a creare un contesto nel quale quell’atto diventa pensabile, giustificabile o addirittura percepito come logico da una parte dell’opinione pubblica.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha guidato una stagione politica nella quale la questione migratoria è stata spesso raccontata in termini emergenziali, associando l’arrivo degli stranieri a problemi di sicurezza, identità nazionale e tenuta del welfare. Pur rimanendo all’interno della legalità democratica, questa narrazione ha contribuito a diffondere l’idea che esistano culture incompatibili e quartieri da difendere.
Il vicepremier Matteo Salvini ha costruito larga parte della propria comunicazione politica sulla contrapposizione tra italiani e immigrati, utilizzando slogan che hanno spesso trasformato il migrante nel capro espiatorio delle insicurezze sociali. Dalle campagne contro i campi rom alle polemiche sulle moschee, il collegamento tra immigrazione e pericolo è stato una costante della sua retorica politica.
Anche Roberto Vannacci, europarlamentare della destra sovranista, ha contribuito alla diffusione di una narrazione identitaria che descrive intere comunità come problemi demografici, culturali o di ordine pubblico. Il suo successo politico è stato reso possibile anche dalla progressiva normalizzazione di linguaggi e concetti che fino a pochi anni fa sarebbero rimasti confinati ai margini dell’estrema destra.
In questo contesto, le reazioni tardive o insufficienti di fronte a episodi di islamofobia rischiano di apparire contraddittorie. Quando per anni si alimenta una diffidenza sistematica verso moschee, centri islamici e fedeli musulmani, le successive condanne della violenza possono apparire prive della necessaria credibilità politica.
Gli imprenditori dell’odio e le responsabilità trasversali
Gli imprenditori dell’odio sono coloro che trasformano il rancore in consenso politico. Costruiscono narrazioni semplici e polarizzanti, dividendo la società tra un “noi” e un “loro” indicato come minaccia alla sicurezza, alla coesione sociale o all’identità nazionale.
In questo schema i musulmani sono diventati uno dei bersagli privilegiati, perché rappresentano una minoranza visibile, numerosa e spesso vulnerabile.
Sarebbe però troppo semplice attribuire ogni responsabilità esclusivamente alle destre populiste. Anche una parte del centrosinistra ha spesso rinunciato a costruire un discorso forte sulla società multiculturale, limitandosi a difendere in modo timido il principio della libertà religiosa. Questa debolezza ha finito per lasciare il monopolio della discussione pubblica a chi alimenta paure e contrapposizioni.
Modena, il laboratorio fragile della convivenza
La vicenda modenese racconta una storia diversa. Da anni la città discute della presenza di luoghi di culto islamici, dalla moschea della Sacca ai più recenti progetti di centri culturali con spazi di preghiera.
Come accade spesso, le polemiche si sono concentrate sul traffico, sul decoro urbano e sulla destinazione degli spazi. Tuttavia Modena offre anche l’esempio concreto di una convivenza che, pur con difficoltà e tensioni, funziona da decenni.
Nei quartieri dove vivono famiglie musulmane e italiane, la quotidianità è fatta di lavoro, scuola, vicinato e relazioni sociali condivise. Molti residenti giudicano la presenza di un centro islamico non sulla base della propaganda, ma dell’esperienza concreta. Vedono persone che entrano, pregano, escono e tornano alla loro vita quotidiana senza alterare gli equilibri della comunità.
Per questo una parte significativa della città ritiene naturale riconoscere ai cittadini musulmani ciò che dovrebbe essere ovvio in uno Stato democratico: il diritto di professare la propria fede in luoghi adeguati e dignitosi.
Due città, due possibili strade
Cagliari non è la capitale dell’odio, così come Modena non rappresenta un paradiso perfetto della convivenza. A Cagliari molti cittadini hanno reagito immediatamente all’attentato, spegnendo l’incendio e manifestando solidarietà alla comunità islamica. Nelle ore successive numerosi residenti hanno persino spostato le proprie automobili per consentire ai fedeli di pregare in strada in condizioni di sicurezza.
A Modena, al contrario, non sono mancate opposizioni ideologiche ai nuovi spazi di culto islamici. Tuttavia le due vicende mostrano con chiarezza l’esistenza di due strade alternative.
La prima è quella della paura, dell’ostilità e della ricerca continua di nemici interni. È la strada che attribuisce problemi come precarietà, disagio sociale e carenza di servizi alla presenza degli immigrati, invece che a precise scelte economiche e politiche.
La seconda è quella della convivenza tra culture e religioni diverse. Non una convivenza ingenua o priva di conflitti, ma una costruzione quotidiana fondata su diritti, doveri reciproci e spazi condivisi.
Scegliere questa seconda strada significa riconoscere pienamente la libertà religiosa, garantire pari dignità a tutti coloro che vivono e lavorano in Italia e contrastare ogni forma di discriminazione.
Significa anche che i media devono abbandonare linguaggi stigmatizzanti e semplificazioni che trasformano intere categorie di persone in bersagli permanenti del dibattito pubblico. Le comunità islamiche e gli immigrati devono essere raccontati come soggetti sociali, culturali e civili, non soltanto come oggetto di cronaca nera o di polemiche politiche.
Di fronte a questo bivio non esistono neutralità innocenti. Anche il silenzio e l’indifferenza hanno un peso.
L’attacco incendiario di Cagliari e le polemiche di Modena ci ricordano che il tempo delle ambiguità è finito. O si continua ad alimentare un discorso che trasforma il vicino di casa in un nemico interno, oppure si investe nella costruzione di una società capace di considerare le differenze non come una minaccia, ma come una componente essenziale della propria democrazia. Noi scegliamo la seconda strada.
Fortunato Depero
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