l’adattamento della natura dopo il fallout



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Nel trambusto di eventi e criticità che hanno segnato finora quest’anno, un anniversario è passato un po’ in sordina: quello del disastro nucleare più grave della storia. Il 26 aprile 1986, all’una e ventitré della mattina, un errore umano durante un test di sicurezza causò l’esplosione del reattore 4 della centrale di Chernobyl, in Ucraina.

Il disastro rilasciò una massiccia nube radioattiva su gran parte dell’Europa, e nei mesi e negli anni successivi, circa 350 mila persone furono progressivamente evacuate dalle zone contaminate. Oltre alle gravissime conseguenze sulla salute umana, le radiazioni causarono una contaminazione ambientale devastante, con ricadute catastrofiche su 4,5 milioni di ettari di terreni agricoli ricoperti di polvere radioattiva.

Il terreno sabbioso e torboso delle aree colpite tra Ucraina, Russia e Bielorussia, infatti, agiva come una spugna per il Cesio-137, trasferendolo direttamente alle radici delle piante e, di conseguenza, al latte e alla carne degli animali tramite l’erba. Per questo, a poche settimane dal tragico incidente, in Italia e Europa vennero bannate frutta fresca, ortaggi, latticini, carne, pesce e altro che provenisse da Est.

Eppure, quarant’anni dopo, quei terreni un tempo contaminati, interdetti e abbandonati sembrano propendere più per la vita che per la morte.

Il paesaggio sta guarendo

Alcune recenti scoperte hanno dell’incredibile. I dati scientifici raccolti nelle fonti di uno studio del 2025, “A protocol for the radiological assessment for agricultural use of land in Ukraine abandoned after the Chornobyl accident”, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Environmental Radioactivity nel 2025 indicano che il paesaggio sta guarendo; le dosi di radiazioni sono diminuite drasticamente a causa del decadimento radioattivo naturale, della ridistribuzione degli elementi nel profilo del suolo e dei processi di erosione.

Questi fenomeni hanno ridotto la mobilità di isotopi come il radiocesio, aprendo la strada a una rivalutazione significativa dello status dei suoli situati al di fuori della Zona di Esclusione. Laddove un tempo regnava l’abbandono obbligatorio, oggi emerge la possibilità concreta di una “derestrizione”, lasciando spazio a un ritorno sicuro all’agricoltura. Oggi quel terreno è ricoperto di vegetazione erbacea spontanea, e sembra impaziente di tornare produttivo.

I dati sull’assorbimento dei radionuclidi in otto colture fondamentali — tra cui cereali, girasole, patate — indicano che i raccolti sarebbero conformi agli standard di sicurezza alimentare ucraini. Le simulazioni mostrano inoltre che i lavoratori agricoli sarebbero esposti a dosi di radiazioni minime.

Un risultato con ricadute che vanno ben oltre l’agronomia: suggerisce che la gestione di queste terre possa finalmente basarsi sul dialogo con le comunità locali e sulla dignità di chi le abita, piuttosto che sulla sola restrizione. A quarant’anni dal disastro, i protocolli scientifici non descrivono più una terra senza futuro, ma un ecosistema che ha saputo integrare il trauma e che ora, monitorato e compreso, è pronto a offrire nuovamente i suoi frutti.

I funghi ghiotti di radiazioni

Nel contesto delle ricerche sugli effetti delle radiazioni nucleari sulla vita a Chernobyl e dintorni, è emersa una scoperta ancor più sbalorditiva: la presenza di esseri viventi che non si sono limitati a sopportare le radiazioni, ma si sono evoluti per sfruttarle.

Negli anni Novanta, durante l’esame dell’interno del reattore 4, i ricercatori hanno trovato dei funghi neri sulle pareti del sarcofago di cemento costruito per contenere il disastro. Colonie dense e scure che mostravano una crescita protesa verso le sorgenti radioattive, come se ne fossero attratte. E in effetti, lo erano.

Quei funghi, tra cui specie come Cladosporium sphaerospermum, Wangiella dermatitidis e Cryptococcus neoformans, appartengono a una categoria che la scienza ha dovuto inventarsi una parola nuova per descrivere, i radiotrofici. Il loro meccanismo chiave è la melanina, lo stesso pigmento che scurisce la nostra pelle sotto il sole estivo, o la pelle della rana arboricola orientale nera di Chernobyl.

Nei funghi radiotrofici, la melanina cattura le radiazioni gamma e le converte in energia metabolica, in un processo che i ricercatori hanno chiamato radiosintesi; un meccanismo analogo a quello della fotosintesi, con la differenza che al posto della luce solare viene sfruttata la radiazione ionizzante.

La conferma sperimentale del 2008, grazie a un team dell’Albert Einstein College of Medicine di New York guidato dalla dottoressa Ekaterina Dadachova, trovò che le tre specie di funghi di Chernobyl, esposte a livelli di radiazione cinquecento volte superiori al fondo naturale, crescevano significativamente più in fretta dei campioni tenuti al riparo. E quando i ricercatori presero i mutanti albini delle stesse specie (geneticamente identici, ma privi di melanina), il vantaggio spariva del tutto.

Questi funghi, inoltre, orientavano i loro filamenti verso le sorgenti radioattive, attratti dalla radiazione come le piante dalla luce. Un comportamento che, visto alla luce della storia di Chernobyl, ha un significato quasi filosofico: dove l’uomo ha creato la distruzione, la vita non solo sopravvive, ma prospera, nutrendosi del veleno.

Vivere su Marte?

Le implicazioni pratiche di questa scoperta si estendono oltre il campo. Un team congiunto dell’Università del North Carolina a Charlotte e di Stanford ha testato concretamente la possibilità di usare uno di questi funghi come scudo contro le radiazioni cosmiche per gli astronauti, un problema serio per la loro sopravvivenza senza l’atmosfera e il campo magnetico terrestre.

I ricercatori hanno convinto la Nasa a mandare un campione del fungo di Chernobyl sulla Stazione Spaziale Internazionale, dove gli astronauti hanno monitorato per trenta giorni una piastra di Petri: un lato ricoperto di fungo, l’altro lasciato libero come controllo, con un rilevatore di radiazioni applicato sul retro. Il risultato: il lato con il fungo registrava circa il 2 per cento di radiazioni in meno.

Un risultato apparentemente scarso, ma il punto era dimostrare che funziona, e che il fungo cresce anche nello spazio. In teoria, una missione verso Marte potrebbe portarne a bordo una quantità minima, coltivarlo in loco su strutture di schermatura e lasciarlo ispessire nel tempo: uno strato di protezione quasi gratuito, autoprodotto dal pianeta stesso.

Ekaterina Dadachova, nel frattempo, sta lavorando a come la melanina potrebbe proteggere i pazienti sottoposti a radioterapia, e sta sviluppando tute spaziali a base di questo pigmento per schermare gli astronauti durante le missioni di lunga durata.

L’ipotesi che affiora da queste ricerche — speculativa, ma non ignorabile — è che la radiosintesi non sia un adattamento d’emergenza nato nell’ombra di un reattore esploso, ma una strategia energetica arcaica, forse precedente alla fotosintesi stessa. Una memoria biologica che Chernobyl ha riportato alla luce.

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 Carlo Gibertini

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