Il presidente dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali Maurizio Brotini e il ricercatore Andrea Cagioni hanno presentato ieri al gruppo dirigente provinciale della Cgil di Siena i risultati del suo studio sull’economia senese.
I commenti di Ires e di Cgil
Ires Toscana: “In Italia profitti e salari vanno in direzioni opposte: mentre crescono i primi, i secondi restano fermi o arretrano. In Toscana questo squilibrio si intreccia con deindustrializzazione e lavori sempre più fragili, che spingono verso il basso i redditi e le prospettive economiche e sociali”.
Alice D’Ercole, Segretaria generale della Cgil di Siena: “Lo studio conferma le nostre preoccupazioni per un territorio segnato da stagnazione produttiva, arretramento dell’export, crisi industriale e fiammate inflattive oltre la media nazionale che hanno ridotto il potere di acquisto di salari e pensioni di oltre 2 mensilità. Quando si parla di aumento dell’occupazione non vengono guardate le tipologie contrattuali, che sono sempre più precarie, nemmeno la qualità lavorativa, con il lavoro povero che aumenta, non viene considerato che dentro quel dato ci sono oltre 4,7 milioni di ore di ammortizzatori sociali”.
Il quadro che emerge dallo studio
Nel processo di transizione iniziato nella prima metà degli anni ’90, alla diminuzione di occupati nell’industria e nella manifattura è corrisposta l’espansione di forza-lavoro in comparti, specie nel terziario arretrato, caratterizzati da precarietà, discontinuità contrattuale e una dinamica salariale debole. In definitiva, nella terziarizzazione debole la ricchezza si concentra nel capitale (rendita, profitti finanziari), mentre il lavoro viene svalutato, con conseguente aumento della quota di lavoratori e lavoratrici poveri e delle disuguaglianze territoriali e sociali.
I lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, resistono a fatica, hanno subito una contrazione del reddito reale nel decennio 2014-2024. Confrontando in questo periodo l’aumento dei redditi nominali con il corrispondente tasso di inflazione, risulta che i lavoratori e le lavoratrici dipendenti hanno perso potere d’acquisto in modo netto. Ciò vale nel settore nel pubblico in cui il reddito reale si è ridotto a livello regionale di -10,7 punti percentuali, ma soprattutto nel settore privato con una media regionale di -5,2 p. p. Siena arriva ad una contrazione dei redditi reali del -13,9% p.p.
Ecco alcuni dettagli formulati da Ires sulla provincia senese
Post Covid. Dopo il rimbalzo post-pandemico del 2021/2022, l’economia senese è in piena stagnazione, data dal forte rallentamento della crescita del PIL che, dopo un 2023 dal valore negativo, nel biennio 2024/2025 si attesta a stime di crescita prossime allo zero. Nel 2025 siamo allo 0,3% di crescita, percentuale al di sotto della già anemica crescita nazionale (0,5%) e regionale (0,4%). Una tendenza che rischia di diventare strutturale se guardiamo all’andamento del PIL reale che nel 2025 è ancora inferiore a quello del 2019.
I servizi. Si confermano la principale leva di occupazione dell’economia senese. Pur registrando un arretramento costante del suo valore aggiunto, passando da un dato di crescita del 5,6% del 2021 sul 2020 ad un dato dello 0,1% nel 2025 sul 2024, la sua incidenza sull’occupazione totale è fortemente incrementata fino ad arrivare ad essere il 71,8%, dal 66,4% del 2008. Questi dati mostrano come questo settore abbia svolto una funzione di ammortizzatore, compensando le difficoltà degli altri comparti e garantendo tenuta occupazionale del sistema ma se guardiamo alla massa salariale vediamo come sia un settore che genera povertà lavorativa. Il terziario arretrato occupa il 40,3% degli addetti coprendo solo il 26,3% della massa salariale.
L’industria. Dopo la ripresa post pandemica nel biennio 2021-2022 (+11,3% cumulato), il settore ha iniziato subito una brusca frenata con dati che nel triennio 2023-2025 non sono mai stati positivi. Nel 2025 il settore si attesta in decrescita del -1,1%, un dato che preoccupa se letto insieme a quello occupazionale che ha vissuto una tendenza di contrazione delle ULA (Unità Lavorative Annue) occupate che passano dalle oltre 20.000 del 2008 a meno di 18.000 nel 2025. L’arretramento industriale sta producendo effetti pesanti sui dati reddituali considerando la qualità occupazionale della sua forza lavoro come mostra il fatto che nonostante il settore occupi il 22,9% dei lavoratori contribuisce alla massa salariale per il 30,6%.
Le costruzioni. Dopo aver beneficiato in modo significativo degli incentivi fiscali e dei finanziamenti del PNRR, che hanno consentito al settore di dare il maggiore contributo alla crescita dell’economia, con un incremento stratificato del valore aggiunto nel triennio 2021-2023 del 39,6%, si intravedono ora chiari segni di esaurimento della spinta. Dopo la flessione del -0,2% del 2024, il 2025 si chiude con un fragile 1% di crescita. E’ evidente che la fine dei bonus fiscali consegnerà un futuro incerto a questo settore, con significativi rischi di contrazione e occupazionali rilevanti.
L’agricoltura. Ha avuto nell’ultimo quinquennio un andamento discontinuo con valori positivi nel 2024 e previsioni di crescita nel 2025. Un dato che viene confermato anche dalla tenuta del numero di unità di lavoro occupate nel settore ma che soffrono di forme di reclutamento non trasparenti e spesso soggette a forme di sfruttamento.”
La cassa integrazione. Le ore autorizzate sono esplose nel 2025 del +322% rispetto al 2023. In particolar modo incide il ricorso alla cassa straordinaria del +1861% che certifica difficoltà strutturali per un numero crescente di aziende, che necessitano interventi più profondi. Nel 2025 la stragrande maggioranza delle ore autorizzate di cassa integrazione è concentrata nell’industria (il 95%), a significare una crisi conclamata che rischia di tradursi in espulsione definitiva di forza lavoro qualificata.
Esportazioni. Dopo la crescita registrata nel triennio 2021-2023, le esportazioni hanno iniziato una lenta e preoccupante decrescita con un dato che inizia ad arretrare nel 2024 ed arriva a ridursi in un triennio del 40% attestandosi a meno di 2478 milioni nel 2025 (dai 4140 milioni del 2023). Questi dato profondamente negativo preoccupa un territorio con una bilancia commerciale fortemente trainata dall’export. Soprattutto nella misura in cui il nostro principale partner commerciale, gli USA, hanno avviato una politica protezionistica di dazi.
I redditi al netto dell’inflazione. Nel periodo 2023-2025 si registra un aumento nominale medio del +8,7%. Questo dato apparentemente positivo merita alcune specificazioni. Ovvero viene sostanzialmente annullato dal dato di inflazione stratificata che nello stesso periodo sul piano nazionale si attesta al 8,5%. Se allarghiamo la lente di ingrandimento alla fiammata inflattiva del nostro territorio arriviamo ad una stratificazione che supera dell’11,5% la media italiana con effetti nefasti sulla riduzione del reddito reale. Al contrario, i redditi nominali di ampie fasce del lavoro autonomo (artigiani +41,1%, commercianti +32,7%, cariche elettive +40,1%) sono aumentati ben al di sopra del tasso di inflazione, beneficiando di una dinamica redistributiva favorevole. Ne risulta un quadro di crescente disuguaglianza socio-economica, in cui i redditi da lavoro dipendente perdono potere d’acquisto, mentre il lavoro autonomo lo aumenta.
Il futuro? Un quadro che ha queste traiettorie di stagnazione e inflazione rischia di venire ulteriormente compromesso dal cosiddetto ‘risiko’ della finanza, che vede la Banca Monte dei Paschi di Siena al centro di operazioni finanziarie. Non solo perché il rischio di uno smembramento dell’Istituto potrebbe avere conseguenze pesanti per gli oltre 2200 lavoratori diretti e per quelli dell’enorme indotto che occupa, ma soprattutto per gli effetti che un diverso sistema di credito, orientato alla finanza piuttosto che al radicamento nel territorio e al sostegno all’economia reale, potrebbe produrre in un tessuto produttivo fragile come quello senese, in cui il 98% delle aziende occupa meno di 10 dipendenti.
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