Ci sono ferite che nemmeno il palcoscenico del Mondiale può rimarginare, ma che possono trasformarsi in una furia agonistica senza precedenti. La lettera che Yan Diomande ha rilasciato a The Players’ Tribune prima di iniziare questo Mondiale è un brivido che attraversa il cuore del calcio. È un testo intimo, doloroso, che racconta il meraviglioso rapporto con la sorella Roxane, scomparsa tragicamente solo pochi anni fa. Diomande ha rievocato l’infanzia condivisa in una casa affollata con 25 persone ad Abidjan, nella loro Costa d’Avorio, dove per sopravvivere era costretto a rubare patate con gli amici. Ecco i passaggi più profondi e toccanti della sua lettera.
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Diomande e Roxane: una vita difficile tra povertà e speranza
Nel primo passaggio della lettera scritta da Yan Diomande emerge con crudezza un contesto di povertà estrema. In quella miseria, l’unica via d’uscita rimasta era il calcio: una flebile speranza in cui Yan e Roxane hanno sempre creduto ciecamente. Di notte, il piccolo Yan guardava le partite in televisione di nascosto, sotto gli occhi vigili e protettivi della sorella, che ne ammirava la passione.

Queste sono le sue parole nel primo passaggio della lettera: “Ti ricordi come facevo sempre finta di dormire per poi intrufolarmi nella stanza della TV dopo mezzanotte? Mettevo il volume bassissimo. Solo due tacche. Guardavo il calcio al buio e sognavo. E ti ricordi quando gli adulti mi vedevano giocare nel fango e mi avevano soprannominato ‘Roberto Carlos’ per quanto calciassi forte? Ci rimanevo male segretamente, perché il mio idolo era CR7.
Ti ricordi quando tornavo a casa e tu dicevi ai miei amici del quartiere: ‘Perché vi siete fermati con gli allenamenti? Yan non vi comprerà le macchine. Dovete continuare a lavorare’. Avevi 10 anni, ed eri già il mio agente. Eri l’unica che ha sempre creduto che potessi essere il prossimo Cristiano, quando tutti gli altri ridevano”.
Il patto nel nome di CR7: la promessa tra i due fratelli
Il mito di Cristiano Ronaldo è il filo conduttore dell’adolescenza di Yan. Per lui, il portoghese non era un semplice idolo da poster, ma la via di fuga da inseguire a ogni costo per strappare Roxane, la persona che più amava al mondo, a quella miseria. La sua prima maglia fu proprio una replica contraffatta dello United, su cui Yan scrisse il nome del fenomeno col pennarello. Oggi, quel sogno è diventato realtà, ma il destino ha preteso il prezzo più alto, trasformando il debutto mondiale in una missione sacra per onorare Roxane e sfidare lo stesso CR7 sul campo: “Cara Roxane, ti ricordi quando qualcuno mi comprò una maglia falsa del Manchester United e io ci scrissi sopra ‘Ronaldo 7’ sulla schiena con il pennarello nero? Non sapevamo cosa significasse essere ricchi o poveri. Conoscevamo solo la felicità”.

Continua così pparlando del percorso ai Mondiali che la sorella non potrà vedere: “Domani partiamo per i Mondiali. Davvero. Tuo fratello giocherà per la Costa d’Avorio, come Drogba, come Yaya, come Gervinho. Non la vedo nemmeno come una partita. La vedo come un palcoscenico. Questa è la mia occasione per mostrare al mondo intero ciò che tu vedevi in me. Ogni volta che segnerò, farò in modo che tutti conoscano il tuo nome. Farò in modo che non ti dimentichino. Dicevi sempre che avrei potuto essere meglio di Cristiano. Se lo vedo là, gli porterò i tuoi saluti. Farò quello che avevi previsto, lo giuro. Prima ancora che avessi dei veri scarpini, dicevi a tutti: ‘Mio fratello sarà il più grande del mondo’. Dimostrerò che avevi ragione, o morirò provandoci. Tuo fratello, Yan”.
Il dramma di Roxane: “Le hanno messo qualcosa nel bicchiere”
La sorella di Yan Diomande è venuta a mancare solo un paio di anni fa. Un dolore devastante, che il calciatore non è ancora pronto ad affrontare a voce; per questo ha scelto la penna per ripercorrere il momento in cui il suo sogno si è trasformato nel più atroce degli incubi, proprio mentre toccava l’apice della sua giovanissima carriera:
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“Da quando sei morta, sono completamente vuoto. Chi è che debutta a 18 anni contro il Real Madrid? Era troppo pazzesco. Era un sogno. E poi è diventato un incubo. Qualcuno continuava a chiamarmi da casa. Ho risposto, e non hanno usato giri di parole. Sai come funziona da noi. Niente emozioni. Solo… ‘Tua sorella non c’è più. È morta. Qualcuno le ha messo qualcosa nel bicchiere a una festa e non si è più svegliata‘. Avevi 15 anni. 15. So che non dimenticherò. Tutto quello che posso fare è usare il dolore per lavorare più duramente e per realizzare tutto ciò che avevamo sognato. Ho scritto questo perché non riesco a parlarne. Voglio che tu sappia che farò in modo che tu continui a vivere. Farò in modo che tutti conoscano il tuo nome. Il mondo intero. Tutto ciò che faccio su un campo da calcio, è per te. Il campo è l’unico posto in cui mi sento ancora a casa. È il posto in cui mi sento calmo, e in cui posso parlare con te. Vorrei solo che tu fossi ancora qui così potrei dirti….. Ce l’abbiamo fatta”.
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Giorgio Abbratozzato
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