Al Cavalieri di Monte Mario, cinque stelle che domina Roma dall’alto, quattro tenori in smoking intonano “O Sole Mio” alle nove del mattino. È il benvenuto in grande stile scelto dal Future Investment Initiative Institute di Riad per il suo appuntamento annuale in esterna che quest’anno si tiene nella capitale italiana. In platea completi scuri e mocassini Loro Piana si ripetono a perdita d’occhio tra delegazioni cinesi, manager sauditi e uomini d’affari occidentali con l’aria di chi vuole discutere solo di business. Sul palco è il padrone di casa ad aprire davvero i lavori. Cravatta blu e completo grigio-verde. È Yasir Al-Rumayyan, il governatore del Public Investment Fund, il fondo sovrano saudita con oltre 1000 miliardi di dollari in gestione, chairman del colosso petrolifero Saudi Aramco e dello stesso FII. Al summit itinerante, che scaturisce dalla “Davos del deserto”, la conferenza annuale che si tiene a Riad, è venuto a presentare 140 nuove opportunità di investimento tra Europa e Arabia Saudita per un valore di 10 miliardi di euro. Eppure a fare rumore sul serio è un altro passaggio: l’avvertimento che le normative europee non ostacolano solo i nuovi investimenti, ma rischiano di compromettere quelli già in essere.
Il governatore non entra troppo nei dettagli, ma il bersaglio è chiaro, il Foreign Subsidies Regulation. Si tratta del regolamento europeo sui sussidi esteri, entrato in vigore nel 2023, che consente a Bruxelles di bloccare o condizionare fusioni, acquisizioni, appalti pubblici e persino la vendita di beni e servizi nel mercato unico da parte di aziende che ricevono contributi pubblici da governi stranieri. In particolare, può imporre la notifica obbligatoria all’Ue per qualsiasi acquisizione in cui la società target abbia un fatturato europeo superiore a 500 milioni di euro e l’acquirente abbia ricevuto oltre 50 milioni di finanziamenti pubblici esteri. Soglie che un fondo sovrano come quello saudita supera quasi per definizione, con il rischio di oneri burocratici rilevanti come revisioni prolungate, misure correttive o blocchi delle transazioni.
“Le sfide normative e alcune delle leggi che avrebbero dovuto essere attivate stanno danneggiando seriamente investitori come noi, Aramco, Sabic”, dice Al-Rumayyan, “non solo nell’investire di più, ma anche nel mantenere i propri investimenti in Europa”. I policy maker europei, aggiunge, “stanno osservando questa questione” e la speranza è che si arrivi a “soluzioni migliori”. Parole misurate, ma che nascondono una posizione tutt’altro che morbida. Non è la prima volta, infatti, che Al-Rumayyan solleva dubbi sulla complessità normativa europea. Lo scorso anno a Tirana, dallo stesso summit, aveva definito “scandalose” le norme ESG, citando oltre mille parametri di conformità da rispettare e sanzioni fino al 5% del fatturato, applicabili non solo alle attività europee ma all’intera società madre, per chi non le rispetta. Un quadro legislativo così imprevedibile da poter spingere, a suo dire, le imprese a delocalizzare fuori dal continente, indicando la mancanza di chiarezza e coerenza come il principale ostacolo agli investimenti. Una posizione che 12 mesi dopo a Roma trova sponda anche nelle parole di Richard Attias, presidente del comitato esecutivo del FII, che dal palco invita Bruxelles ad “abbracciare l’ambizione, non regolamentarla”.
Nonostante le frizioni con l’Europa, però, i capitali continuano ad arrivare. Una presenza tutt’altro che in discussione. Dal 2017 al 2025 il fondo ha investito 98 miliardi di euro tra Unione europea e Regno Unito, generando 70 miliardi di contributo al Pil e 160mila posti di lavoro. A questi si sommano gli 80 miliardi impiegati da Aramco presso fornitori europei, di cui circa 20 miliardi in Italia attraverso forniture e contratti. I numeri, però, meritano un’analisi più attenta, perché la mappa di quegli investimenti non sempre combacia con la narrativa saudita. I dati del Pif non distinguono mai tra Unione europea e Regno Unito, ma sfogliando il portafoglio nel dettaglio la concentrazione Oltremanica appare più sbilanciata. Tra i principali asset ci sono le partecipazioni nell’aeroporto di Heathrow (15%), nella catena di grandi magazzini di lusso Selfridges (40%) e nel gruppo alberghiero Rocco Forte (49%). E sempre in Uk c’è il Newcastle United, di cui i sauditi detengono l’85%, anche se una quota di minoranza potrebbe presto essere ceduta.
Nel blocco europeo la presenza è invece più rarefatta. Degli 84,7 miliardi di dollari investiti in Europa fino alla fine del 2024 – cifra che include anche gli impieghi oltremanica – 8,6 miliardi sono andati certamente in Francia. Un mercato in cui il fondo è presente, tra l’altro, con una quota del 55% in AccorInvest, il ramo immobiliare del colosso alberghiero francese Accor, e a cui ha dedicato un ufficio inaugurato a maggio 2025 alla presenza del presidente Macron. Il fondo investe anche nella penisola iberica, con una quota del 10% in Telefonica acquisita attraverso Saudi Telecom Company. Sul fronte italiano, le partnership con Pirelli, Pagani e Azimut Benetti raccontano invece un interesse per le eccellenze manifatturiere come alleati industriali della trasformazione economica della monarchia.
Per non parlare delle incursioni nel gaming europeo tramite Savvy Games Group, la controllata che negli ultimi anni ha rilevato alcune società del settore nel giochi continente. Una presenza variegata, dunque, che stando ai numeri dichiarati a Roma starebbe crescendo a ritmo sostenuto: il sito ufficiale del fondo indica 84,7 miliardi di dollari investiti in Europa fino al 2024, mentre Al-Rumayyan ha dichiarato 98 miliardi di euro al 2025. Una differenza che lascia intuire un’accelerazione di oltre 20 miliardi di euro solo nell’ultimo anno, ma forse spinta di più dal Regno Unito. Sullo sfondo c’è un cambio di rotta che Al-Rumayyan sintetizza con una formula netta: “Dal 2016 abbiamo portato il regno dell’Arabia Saudita al mondo. La nostra nuova strategia è portare il mondo verso l’Arabia Saudita”. Gli investimenti internazionali continueranno a crescere, assicura, ma in proporzioni diverse. Ma il messaggio implicito è chiaro. I capitali hanno alternative, a meno che l’Europa non sappia fare la sua parte.
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di Maria Sole Betti
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