Ci sono persone che rispondono alle domande. E poi ce ne sono altre che, senza accorgersene, finiscono per raccontare sé stesse, come fa Andrea Candeo. All’inizio di questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, appare controllato, quasi prudente. Le risposte sono misurate, essenziali, come se ogni parola dovesse trovare il proprio posto prima di essere pronunciata. Poi, lentamente, qualcosa cambia. Un ricordo richiama un altro ricordo. Una domanda sul lavoro conduce all’infanzia. Un ragionamento sul successo si trasforma in una riflessione sulla paura. E dietro il titolo di Più Bello d’Italia, dietro l’immagine pubblica costruita attraverso la televisione, la moda e i social network, emerge una persona molto diversa da quella che ci si potrebbe aspettare. C’è un passaggio che aiuta a comprendere chi sia davvero Andrea Candeo. Quando gli si chiede quale sia il dono più grande ricevuto nella vita, non parla di opportunità professionali, di riconoscimenti o di traguardi raggiunti. Parla di sua nonna. Parla dei boschi dell’Alto Lago di Como, delle estati trascorse tra prati e fattorie, delle piante che ha imparato a riconoscere da bambino e di un legame familiare che ancora oggi rappresenta il centro emotivo della sua esistenza. In un’epoca in cui l’apparenza sembra aver assunto un valore assoluto, colpisce ascoltare un uomo che ha costruito parte della propria notorietà sull’immagine e che, allo stesso tempo, sembra attribuire molta più importanza a ciò che non si vede. La determinazione, la responsabilità, il lavoro, gli affetti. Perfino le sue paure non riguardano il giudizio degli altri o il trascorrere del tempo, ma la possibilità di smettere di meritare ciò che ha costruito. La paura che il telefono non squilli più. La paura di adagiarsi. La paura, in fondo, di perdere il contatto con la realtà. Nel corso della conversazione emerge continuamente una parola, anche quando non viene pronunciata: equilibrio. Equilibrio tra due professioni che sembrano appartenere a mondi opposti. Equilibrio tra ambizione e qualità della vita. Equilibrio tra il desiderio di crescere e la volontà di non sacrificare ciò che conta davvero. Equilibrio tra la forza necessaria per affrontare il rischio e una sensibilità che lui stesso definisce contemporaneamente un pregio e un difetto. Perché Andrea Candeo, appena insignito del Diploma Segni di pace per il suo impegno nella difesa dell’ambiente e degli animali, racconta spesso la determinazione, ma ciò che resta impresso è soprattutto la vulnerabilità con cui sceglie di parlarne. Parla apertamente delle delusioni sentimentali, della sofferenza che alcune esperienze gli hanno lasciato addosso e persino del percorso affrontato con uno psicologo in un momento difficile della sua vita. Lo fa senza compiacimento e senza retorica, con la naturalezza di chi considera la fragilità una componente inevitabile dell’esperienza umana e non qualcosa da nascondere. Forse è proprio questo l’aspetto più interessante della sua storia. Dietro un titolo che richiama immediatamente l’estetica, emerge una persona che riflette continuamente sul significato delle proprie scelte. Dietro la figura pubblica compare un professionista che ha investito tutto su sé stesso senza alcuna garanzia di successo. Dietro l’uomo che sale su un palco compare il bambino che ancora oggi prova malinconia ogni volta che si allontana dalla propria famiglia. E forse è proprio lì che si trova la chiave di questa conversazione. Non nel concorso che ha vinto. Non nelle fotografie. Non nei riflettori. Ma in quel bambino cresciuto tra i boschi del Lago di Como che, diventato adulto, continua a guardare il mondo con lo stesso stupore, la stessa tenacia e la stessa sensibilità di allora.
Lei vince la fascia di Più Bello d’Italia nel 2024. Che cosa comporta, dal punto di vista psicologico, un riconoscimento di questo tipo? Rappresenta uno stimolo ulteriore? Porta con sé nuove responsabilità o pressioni che non aveva previsto?
“Oggi riesco a parlarne con maggiore distacco, perché sono trascorsi quasi due anni. Ho vinto il 26 agosto e, alla fine dell’estate, ricorrerà il secondo anniversario di quel momento. La prima considerazione che mi sento di fare è che un premio del genere debba essere considerato un punto di partenza e non un punto di arrivo. È un passaporto che può aprire molte porte e offrire opportunità diverse. Consente di presentarsi con un’esperienza significativa alle spalle, di raccontare un percorso e di costruire nuove occasioni professionali. Naturalmente, la vittoria da sola non basta. Ritengo che contino molto anche le persone che si hanno accanto. Si può conquistare un titolo importante, ma senza continuità il rischio è che rimanga un episodio isolato. Nel mio caso ho avuto la fortuna di essere circondato da persone che hanno continuato a credere in me. Simone Di Matteo, per esempio, è una figura alla quale sono molto legato. Mi ha sostenuto in questi anni, continua a farlo e sono certo che sarà al mio fianco anche in futuro. Grazie a questo supporto, il percorso non si è fermato alla vittoria: sono nati progetti, idee e nuove opportunità. Per questo motivo sostengo sempre che vincere sia importante, ma rappresenti soltanto l’inizio. Successivamente servono continuità, progettualità e persone con cui costruire un percorso nel tempo”.
Quando ha deciso di partecipare al concorso coltivava già aspirazioni nel mondo dello spettacolo oppure è stata un’opportunità che si è presentata lungo il percorso e che ha colto al balzo?
“In realtà, è nato tutto piuttosto casualmente. Avrei dovuto partecipare già nel 2023. In quel periodo, però, stavo affrontando alcune difficoltà personali legate alla relazione che vivevo allora. Ci furono divergenze importanti e alla fine non riuscii a prendere parte al concorso. Accantonai completamente l’idea. Successivamente accadde qualcosa di molto semplice. Mi trovavo a Laigueglia, il paese vicino ad Alassio. Ero con alcuni amici e passeggiavo sul lungomare, tra un aperitivo e una passeggiata. A un certo punto incontrai Fabio, il direttore artistico del concorso. Gli chiesi che cosa stessero organizzando e mi spiegò che erano impegnati con la finale e che le candidature erano ancora aperte. A quel punto decisi quasi spontaneamente di partecipare, anche perché mi trovavo già lì. Ripensandoci oggi, posso dire che tutto è nato davvero per caso. Spesso gli eventi più belli della vita arrivano proprio così, senza essere pianificati nei minimi dettagli. Decisi di partecipare e, alla fine, le cose andarono molto bene. Nonostante questo, continuo a considerare quella vittoria come l’inizio di un percorso e non come un traguardo definitivo”.
Parallelamente a questa esperienza, svolge una professione molto diversa. È agronomo, ha seguito un percorso di studi specifico e costruito una carriera. In che modo quel concorso ha cambiato o influenzato la sua vita?
“In effetti, la mia vita si sviluppa su due binari paralleli. Da una parte c’è il mio lavoro. Sono agronomo, opero come libero professionista e porto avanti un’attività che nasce da una passione molto radicata. Questa passione affonda le sue radici nell’infanzia. Sono cresciuto in gran parte con mia nonna. Non perché i miei genitori non volessero occuparsi di me, ma semplicemente perché lavoravano, come accade in moltissime famiglie. Di conseguenza, i nonni finiscono spesso per trascorrere molto tempo con i nipoti. Mia nonna è originaria dell’Alto Lago di Como. Ho trascorso molte estati in quel contesto, in una casa di campagna affacciata sul lago e immersa nella natura, tra prati, fattorie, galline e pecore. È lì che ho sviluppato il mio rapporto con l’ambiente naturale. Mi sono appassionato agli animali, alle piante e al territorio. Da quell’interesse sono nati prima gli studi e poi la professione che svolgo oggi. Dall’altra parte c’è il mondo dello spettacolo. Anche in questo caso la famiglia ha avuto un ruolo importante. Mia madre ha sempre lavorato in un contesto legato alla moda e alle grandi firme, attraverso l’attività di uno zio che opera nel settore delle stamperie e collabora con marchi prestigiosi. Crescendo in quell’ambiente mi sono avvicinato naturalmente anche a quel settore. Oggi queste due realtà convivono. L’aspetto interessante è che il titolo conquistato e tutte le attività legate alla televisione, alle interviste e agli eventi hanno un impatto molto maggiore di quanto si possa immaginare anche sulla mia professione di agronomo. Molti pensano che si tratti di mondi completamente separati, ma non è così. Anche dal punto di vista professionale e commerciale si rivelano estremamente complementari. Lavoro insieme a un collega. Lui eccelle nella componente tecnica e teorica della professione, che rappresenta il suo principale punto di forza. La mia caratteristica distintiva, invece, è sempre stata la capacità di relazionarmi con le persone. Sono una persona espansiva ed estroversa e mi piace il contatto umano. Rilasciare interviste, parlare davanti alle telecamere, salire su un palco, sfilare e confrontarsi costantemente con il pubblico sono esperienze che migliorano inevitabilmente le capacità comunicative. Quando poi occorre incontrare clienti, presentare un progetto o costruire una relazione professionale, tutto questo si traduce in un vantaggio concreto”.
E viceversa? Il fatto di essere agronomo, di avere alle spalle anni di studio e una professione ben definita, quali vantaggi le offre nel mondo dello spettacolo?
“Sicuramente offre diversi vantaggi. Anzitutto perché ogni ambiente che si frequenta permette di conoscere persone diverse. E più si amplia la propria rete di relazioni, maggiori sono le possibilità che nascano nuove opportunità. Credo però che ci sia anche un altro aspetto da considerare. Oggi, a mio avviso, la figura del ‘bello e basta’ non funziona più. Forse quindici o vent’anni fa poteva essere sufficiente una buona presenza scenica. Oggi non credo che basti. Naturalmente l’aspetto esteriore ha la sua importanza e sarebbe ipocrita negarlo. Tuttavia è altrettanto fondamentale saper comunicare, argomentare e avere contenuti da condividere. Andare in televisione soltanto per commentare il gossip del momento o affrontare argomenti privi di reale sostanza mi sembra un esercizio fine a sé stesso. Nel corso degli anni ho rilasciato diverse interviste, scritto articoli e partecipato a servizi dedicati alla mia professione e alla mia attività quotidiana. Ritengo che questo abbia un valore concreto. Una persona deve essere preparata, interessante e competente in un determinato ambito. Deve poter offrire contenuti autentici. Per questo considero una professione, una competenza specifica e un percorso di studi solidi un importante valore aggiunto”.
Almeno evita di far scrivere le didascalie dei suoi post social dall’intelligenza artificiale…
“Probabilmente sarò controcorrente, ma utilizzo l’intelligenza artificiale e non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo. Credo però che l’aspetto fondamentale sia il modo in cui viene impiegata. Faccio un esempio. Non si può pensare di diventare improvvisamente un ingegnere elettronico soltanto perché si ha accesso a uno strumento di intelligenza artificiale. Non funziona in questo modo. Prima occorre possedere competenze, esperienza e preparazione in una determinata materia. Solo allora uno strumento del genere può diventare davvero utile. A mio avviso si tratta di una risorsa straordinariamente potente. Sono convinto che avrà un ruolo sempre più centrale nel futuro, ma dovrà essere utilizzata con consapevolezza e responsabilità. Mi viene in mente un episodio che mi ha fatto riflettere. Qualche mese fa collaboravo con un’impresa di costruzioni a Como. Durante una conversazione con uno dei titolari, mi raccontò che nel pomeriggio avrebbe dovuto aiutare il figlio con i compiti. Mi spiegò che il ragazzo utilizzava ChatGPT chiedendogli di scrivere un tema come se fosse stato redatto da un dodicenne o da un tredicenne. Non solo: chiedeva persino di inserire errori tipici della sua età, in modo da rendere il testo più credibile. È un esempio che mi ha colpito molto. Quando ero ragazzo, e immagino valga anche per lei, ciò che scrivevamo era interamente frutto del nostro lavoro. Non esisteva uno strumento in grado di svolgere il compito al nostro posto. Per questo continuo a ritenere che l’intelligenza artificiale sia una risorsa eccezionale, purché venga utilizzata con criterio e nel modo corretto”.
Lei è cresciuto a Como. Chi era il piccolo Andrea?
“Non credo di essere cambiato poi così tanto da allora: il bambino che ero e la persona che sono oggi si assomigliano molto. Sono cresciuto con valori solidi e con un forte senso di appartenenza alla famiglia. In particolare a mia nonna, la persona con cui ho trascorso gran parte dell’infanzia. Con il passare degli anni quel legame si è rafforzato sempre di più. Più tempo si condivide con una persona, più il rapporto diventa profondo. Ancora oggi tra noi esiste un legame fortissimo, quasi viscerale. Questo attaccamento alla famiglia è rimasto immutato. Le faccio un esempio concreto. In questi giorni mi trovo ad Alassio e la prossima settimana dovrò recarmi a Saint-Tropez per seguire alcuni clienti sotto il profilo professionale. Ogni volta che parto, anche soltanto per pochi giorni, provo sempre una lieve malinconia nel lasciare la mia famiglia. Non lo dico perché siamo in un’intervista: è una sensazione autentica. Per questo posso dire che quel bambino profondamente legato ai propri affetti è ancora presente. Naturalmente alcuni aspetti sono cambiati. Da ragazzo, per esempio, avevo maggiori difficoltà a parlare in pubblico; oggi non è più così. I valori fondamentali, però, sono rimasti gli stessi”.
Sua nonna compirà novant’anni quest’anno. Ha già pensato a un regalo per questa occasione speciale?
“In parte sì. Qualche mese fa l’ho portata a fare un volo in idrovolante sopra il Lago di Como. A dire il vero è stato più difficile convincerla a salire a bordo che organizzare l’esperienza. Fortunatamente è ancora autosufficiente e gode di ottima salute. Non le avevo anticipato nulla perché temevo che potesse spaventarsi. L’ho accompagnata all’hangar, le ho presentato il pilota e soltanto allora le ho spiegato che avremmo sorvolato il lago per un giro panoramico. Ne è stata entusiasta. Ancora oggi continua a parlarne. Ogni volta che vede un aereo nel cielo torna con il pensiero a quella giornata e la ricorda con grande emozione. Per il compleanno vero e proprio deciderò più avanti. Quando arriverà settembre penserò a qualcosa di altrettanto speciale”.
Qual è invece il dono più importante che sua nonna le ha lasciato?
“Senza alcun dubbio, gli insegnamenti. Mi sento molto simile a lei. Gran parte dei valori che possiedo oggi mi sono stati trasmessi proprio da mia nonna. In trentatré anni mi ha insegnato moltissimo e sarebbe impossibile riassumere tutto in poche parole. Mi ha trasmesso un modo di guardare alla vita, ma anche un patrimonio enorme di conoscenze pratiche. Ricordo le giornate trascorse nei boschi. Mi ha insegnato a riconoscere i funghi, a distinguere i porcini dai finferli e dalle altre varietà. Mi ha insegnato a muovermi in montagna, a conoscere il territorio, a riconoscere le piante e ad osservare la natura con attenzione. Se oggi svolgo questa professione e coltivo una passione così profonda per l’ambiente naturale, una parte importante del merito è sicuramente sua. Ha avuto un’influenza determinante sulla mia formazione, sia personale sia professionale. Per questo il dono più prezioso che mi abbia lasciato non è di natura materiale. È l’insieme dei valori, delle conoscenze e degli insegnamenti che mi ha trasmesso nel corso della vita”.
Tutti la conoscono per il suo aspetto, ma molti meno sanno come ragiona davvero. Per questo vorrei rivolgerle una domanda più personale: quali sono oggi le sue paure più grandi?
“Credo che una delle mie paure principali coincida anche con uno dei miei maggiori punti di forza. Oggi, in Italia, già il semplice fatto di aprire una partita IVA e mettersi in gioco richiede una buona dose di coraggio. Io e il mio collega abbiamo investito somme importanti in strumenti, mezzi e attrezzature. Le spese vengono condivise, ma se dovessi fare il conto delle migliaia di euro investite negli anni probabilmente farebbero impressione a chiunque. Per questo considero la determinazione una delle mie qualità più importanti. Sono una persona che sente il bisogno di verificare personalmente le situazioni. Anche quando tutti sostengono che una strada sia impraticabile, sento l’esigenza di provarci comunque. Dietro questa tenacia, però, si nasconde anche una paura. Quando abbiamo aperto la partita IVA non avevamo alcun cliente. Io lavoravo per un’azienda, il mio collega collaborava con un altro professionista. Prima ancora avevamo maturato esperienze lavorative poco gratificanti dal punto di vista economico, nonostante anni di studi universitari e il superamento dell’esame di Stato. Ricordo che, dopo due lauree e l’abilitazione professionale, percepivo compensi inferiori rispetto a quelli di molte altre attività che richiedevano percorsi formativi molto più brevi. A un certo punto ho capito che non volevo continuare in quel modo. Dopo un periodo di apprendistato professionale, io e il mio collega abbiamo deciso di rischiare. Abbiamo acquistato strumenti, mezzi e attrezzature, investendo decine di migliaia di euro senza alcuna certezza e senza un portafoglio clienti consolidato. Oggi, fortunatamente, quella scelta sta producendo risultati importanti. La paura, però, non è mai scomparsa. Ogni volta che arriva un incarico, che si tratti di una piccola consulenza o di un progetto più rilevante, provo sempre la stessa sensazione. Non mi sento mai arrivato. Anzi, a volte mi domando: e se domani il telefono smettesse di squillare? E se non arrivassero più richieste di consulenze o sopralluoghi? È un pensiero che mi accompagna costantemente. Allo stesso tempo, però, rappresenta uno stimolo. Mi impedisce di adagiarmi e mi spinge a cercare nuove opportunità, costruendo il mio lavoro giorno dopo giorno. Per questo, paradossalmente, considero quella paura anche una risorsa”.
Se pensa invece ai sacrifici che il suo percorso le ha richiesto, quale considera il più importante?
“Senza dubbio gli anni di studio. Non tornerei indietro per nulla al mondo. Non rinnego quel percorso e non cambierei le scelte che ho compiuto. Tuttavia è stato un periodo molto impegnativo. Il motivo è semplice: sono una persona estremamente dinamica. Ho bisogno di fare esperienza diretta, osservare e confrontarmi con la realtà concreta. Per carattere mi sento più vicino alla pratica che alla teoria. Naturalmente lo studio è fondamentale. Senza una solida preparazione non si va lontano. Tuttavia, per quanto mi riguarda, il lavoro prende davvero forma sul campo. Faccio spesso un paragone: l’architetto sta al muratore come l’agronomo sta al giardiniere. Naturalmente esistono giardinieri straordinariamente preparati che, grazie all’esperienza maturata negli anni, possiedono competenze superiori a quelle di molti professionisti. Ho collaboratori e amici che stimo profondamente. Ciò che distingue determinate professioni è però il percorso formativo che le sostiene. Per ottenere lauree, abilitazioni e qualifiche professionali ho dovuto affrontare anni particolarmente impegnativi. Sono orgoglioso di averli portati a termine, ma se mi chiedesse di ripercorrere esattamente la stessa strada probabilmente le risponderei di no. Sono stati anni molto duri”.
Qual è oggi il suo sogno più grande?
“Se dovessi rispondere d’istinto, direi che il mio desiderio più grande è riuscire a vivere bene, trovando un equilibrio tra lavoro e vita personale. Potrei dirle che mi piacerebbe diventare uno dei professionisti più autorevoli del settore agronomico a livello nazionale. E probabilmente, grazie alla determinazione che condivido con il mio collega, esistono i presupposti per crescere ancora molto. Le competenze che sto acquisendo e le persone che mi stanno accompagnando in questo percorso potrebbero portarci lontano. C’è però un’altra riflessione che considero importante. Collaboro con studi di grande rilievo e conosco professionisti che hanno raggiunto i massimi livelli nei rispettivi ambiti. Spesso, però, ho visto persone arrivare al vertice pagando un prezzo molto elevato. Ho incontrato colleghi sottoposti a pressioni enormi, professionisti che lavorano senza sosta e che finiscono per sacrificare la salute, il tempo libero e gli affetti. Per questo mi chiedo spesso se ne valga davvero la pena. Oggi il mio obiettivo non è diventare il numero uno a qualsiasi costo. Vorrei lavorare bene, costruire qualcosa di solido, seguire i miei clienti nel migliore dei modi e continuare a crescere sia come agronomo sia nelle attività legate alla comunicazione, allo spettacolo e alla moda. Sono ambiti che si alimentano reciprocamente: ciò che nasce da uno spesso genera opportunità anche per l’altro. Allo stesso tempo, però, desidero conservare una vita equilibrata. Vorrei poter godere di una domenica libera. Vorrei dedicare tempo alla mia famiglia, a mia nonna, a mia madre, a mia sorella e al mio cane. Osservando alcuni colleghi più grandi di me, ho compreso che esiste una forma di successo che rischia di assorbire ogni altra dimensione dell’esistenza. E non è questo il futuro che immagino per me”.
Sogna una famiglia tutta sua? E quale rapporto ha oggi con l’amore?
“Le esperienze negative sono state più numerose di quelle positive. Nel corso degli anni ho vissuto diverse relazioni e, purtroppo, molte si sono concluse in modo doloroso. Oggi sono single e sto concentrando gran parte delle mie energie sulle persone che considero davvero importanti. Non sono molte. Innanzitutto la mia famiglia. Poi alcune persone molto vicine a me: ho un paio di amici che considero veri fratelli. In questo momento la mia attenzione è rivolta soprattutto a loro. Detto questo, mi piacerebbe certamente costruire una famiglia. Sono cresciuto con determinati valori e il desiderio di avere un giorno una famiglia mia non è mai venuto meno. La vera difficoltà è incontrare la persona giusta. Parlare di questi aspetti non mi è semplice perché, nonostante possa apparire il contrario, sono una persona molto sensibile. Quando mi affeziono a qualcuno lo faccio profondamente. Se una persona diventa importante nella mia vita, assume un ruolo centrale, un punto di riferimento autentico. E quando quel punto di riferimento viene meno, il contraccolpo è inevitabile. Per questo oggi sono molto più prudente rispetto al passato. Dopo le esperienze vissute preferisco procedere con maggiore cautela. Naturalmente non penso che le responsabilità ricadano sempre sugli altri. Una relazione si costruisce in due e probabilmente, in alcune circostanze, ho avuto anch’io le mie mancanze. Anche il mio lavoro rende complesso conciliare la professione con una relazione tradizionale. Chi lavora come dipendente spesso dispone di orari definiti. Nel mio caso non è così. Capita di lavorare nei fine settimana, la sera o nei giorni festivi. Ci sono clienti da seguire e urgenze che non possono essere rimandate. In passato questo ha sicuramente creato difficoltà. Per questo credo che accanto a me serva una persona capace di comprendere davvero questo stile di vita e di condividere determinati valori. Se un giorno dovessi incontrarla, sarei assolutamente aperto all’idea di costruire insieme una famiglia”.
Quando si guarda allo specchio, chi vede? Le piace la persona che trova riflessa, sia dal punto di vista fisico sia da quello caratteriale?
“Sì, assolutamente. Sono soddisfatto della persona che sono. Dal punto di vista fisico cerco sempre di migliorarmi. Nutro una grande passione per l’attività sportiva e per il benessere. Appena ne ho l’opportunità mi alleno. Non è soltanto una questione estetica: rappresenta anche un modo per scaricare tensioni e ritrovare equilibrio. Mi sveglio presto, lavoro per l’intera giornata e spesso sento il bisogno di uno sfogo fisico. Sono un grande appassionato di palestra e culturismo. Inoltre pratico boxe con un allenatore che è stato due volte campione italiano e che mi segue con grande competenza. Negli ultimi mesi ho affrontato una preparazione particolarmente intensa. In vista di alcuni progetti ho perso circa dieci chilogrammi, passando da ottantadue a poco più di settantuno. Quando si lavora davanti alle telecamere anche questi aspetti richiedono attenzione. Sul piano caratteriale, invece, sono soddisfatto del percorso che ho compiuto. A quasi trentaquattro anni credo che la personalità sia ormai consolidata. Si possono correggere alcune imperfezioni e migliorare determinati aspetti, ma difficilmente ci si trasforma radicalmente. Conosco i miei punti di forza e sono altrettanto consapevole dei miei limiti. E va bene così. Non credo nella perfezione. Nessuno è perfetto. Sono sereno rispetto alla persona che sono diventato e non sento il bisogno di modificare ciò che mi definisce più profondamente”.
Che rapporto ha con il suo lavoro di agronomo e quali sono le ragioni che lo spingono a svolgerlo?
“Spesso si pensa che questa professione nasca esclusivamente dalla passione per la natura e per le piante. Quella passione esiste ed è fortissima, ma c’è anche qualcosa di più profondo. Sono consapevole che nessuno possa cambiare il mondo da solo. Credo però che tante piccole azioni, sommate nel tempo, possano produrre effetti significativi. Negli ultimi anni, ad esempio, sono diventato il volto della campagna ‘Rispetto per tutti gli animali’, un progetto al quale tengo particolarmente. È un’iniziativa nella quale si incontrano le due dimensioni della mia vita: quella professionale e quella legata alla comunicazione. Penso che ciascuno debba fare la propria parte. Anche un contributo apparentemente piccolo può aiutare a diffondere maggiore consapevolezza”.
In che senso?
“Nel senso che dietro il mio lavoro c’è una convinzione molto profonda. Quando mi impegno per salvaguardare una pianta, preservare un albero o recuperare una situazione compromessa, non lo faccio soltanto perché è la mia professione. Lo faccio perché credo sinceramente nel valore che il mondo vegetale ha per la nostra esistenza. Che si tratti di una piccola pianta o di un albero monumentale alto quaranta metri, il principio rimane lo stesso. Parlando di amore, mi viene in mente una riflessione che può sembrare insolita. A mio avviso la più grande storia d’amore non è quella raccontata nei romanzi. Non è Romeo e Giulietta. La più grande storia d’amore è quella tra gli esseri umani e le piante. Noi siamo ospiti di questo pianeta. Le piante esistevano molto prima di noi e continueranno ad avere un ruolo essenziale per la vita sulla Terra. Respiriamo ossigeno ed espelliamo anidride carbonica. Le piante compiono il processo complementare: assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno. Contribuiscono alla qualità dell’aria, all’equilibrio ambientale e, in definitiva, alla possibilità stessa della nostra esistenza. Per questo considero il rapporto tra uomo e natura qualcosa di straordinario. Naturalmente è necessario mantenere equilibrio e buon senso. Esistono situazioni nelle quali un albero deve essere abbattuto per ragioni di sicurezza. Il punto non è l’estremismo, ma il rispetto. Credo che la tutela del patrimonio verde sia una responsabilità collettiva”.
Se la sua stanza, o il luogo in cui dorme, potesse raccontarmi qualcosa di Andrea, che cosa direbbe?
“Probabilmente racconterebbe ciò che, in parte, è già emerso durante questa intervista. Quando metto da parte il lavoro, i ruoli e le etichette che mi vengono attribuite, rimango semplicemente una persona molto sensibile. Forse non è la prima caratteristica che emerge a uno sguardo superficiale. Chi mi conosce soltanto attraverso una fotografia o l’immagine pubblica potrebbe immaginarmi diversamente. Tuttavia credo che, dopo questa conversazione, sia più facile cogliere questo aspetto. La sensibilità è una componente fondamentale del mio carattere. E, come accade per la tenacia, rappresenta allo stesso tempo un pregio e un limite. La determinazione è una qualità preziosa, ma può trasformarsi in ostinazione e spingere ad assumere rischi eccessivi. Lo stesso vale per la sensibilità. Essere sensibili permette di cogliere sfumature che spesso sfuggono agli altri. Consente di comprendere meglio determinate dinamiche nei rapporti affettivi, nelle amicizie, nel lavoro e nelle relazioni umane in generale. Tuttavia questa capacità comporta anche un prezzo. Esistono situazioni che faccio fatica a lasciarmi alle spalle. Penso, ad esempio, alla relazione di cui parlavamo prima. È stata una storia che mi ha fatto soffrire profondamente. Chi mi conosce bene lo sa. Sono sempre stato una persona sorridente, abituata ad affrontare la vita con leggerezza. Eppure c’è stato un periodo in cui quel sorriso era completamente scomparso. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere di essermi rivolto a uno psicologo. Anzi, ritengo sia importante parlarne. Ci sono momenti nei quali le proprie risorse non bastano e avere accanto un professionista può aiutare a ritrovare equilibrio e lucidità. Se la mia stanza potesse raccontarmi, credo che parlerebbe soprattutto di queste due caratteristiche: la tenacia e la sensibilità. Sono gli aspetti che più mi rappresentano”.
Qual è l’ultimo gesto di tenerezza che Andrea ha dedicato a sé stesso?
“Credo che la risposta sia legata ancora una volta a mia nonna. Non c’è nulla che mi faccia stare meglio del vederla sorridere. Lo dico con assoluta sincerità. Sono perfettamente consapevole che nessuno sia eterno. Fa parte dell’ordine naturale delle cose. Per questo considero ogni giornata trascorsa insieme a lei un dono. Sono una persona credente e sento che ogni momento che possiamo ancora condividere rappresenti una fortuna. Ecco perché quel volo sul Lago di Como ha avuto per me un significato speciale. Vederla a quattrocento metri d’altezza, osservare dall’alto Como, Varenna, Bellagio e Cernobbio, condividere il suo entusiasmo e la sua gioia è stata una delle soddisfazioni più grandi degli ultimi anni. Ma l’emozione più intensa arriva dopo. Arriva quando siamo seduti insieme e lei, vedendo passare un aereo nel cielo, mi guarda e dice: ‘Andrea, ti ricordi quando mi hai portata a volare?’. Ecco, per me quel momento non ha prezzo. Non esiste alcun bene materiale che possa eguagliare quel sorriso”.18
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