Il Cantico dei cantici – 1/2


Da Adamo ed Eva passano millenni e un anonimo poeta del Vicino Oriente compone il testo più incompreso dell’intera Bibbia, quello che ha imbarazzato i teologi e fatto sospirare i mistici.

Origene Alessandrino, nel III secolo, scrive un commento in dieci volumi in cui ogni bacio, ogni frutto, ogni spezia diventa una tappa dell’ascesa mistica dell’anima verso il Logos.

Bernardo di Chiaravalle, nel XII secolo, dedica al Cantico 86 sermoni, fermandosi al versetto 1,2 del primo capitolo e non va oltre, perché già lì si cela l’intero mistero dell’unione divina.

Il ‘Cantico dei cantici’ non sembra avere teologia, non ha legge, non ha tempio, ha solo due individui che si cercano e un linguaggio che è interamente, ostinatamente gastronomico. Ogni parola è un cibo, ogni gesto d’amore un assaggio.

Il libro, il cui titolo è un superlativo ebraico che significa “il cantico più bello” o “il cantico per eccellenza”, si presenta come una raccolta di poemi d’amore in forma dialogica.

A livello letterale, narra l’appassionata storia d’amore tra i due protagonisti: un giovane pastore e una fanciulla della campagna, la Sulamita. Sulla scena compare anche un coro, le “figlie di Gerusalemme”, che commenta l’azione.

La narrazione si sviluppa attraverso diverse fasi: il corteggiamentoun dialogo intenso in cui i due innamorati si scambiano complimenti ardenti, esprimendo il desiderio reciproco e la gioia di potersi incontrare; il matrimonio – con la celebrazione descritta con immagini poetiche e festose e la relazione matura – che affronta momenti di difficoltà, simbolo di un amore che supera le crisi e si rafforza.

Oltre le parole, ci sono i livelli di significato.

La vera ricchezza del ‘Cantico’ sta nel suo essere un testo polisemico, capace di parlare a livelli diversi e l’interpretazione si è mossa storicamente sul significato letterale, che è la lettura più immediata e cioè la celebrazione dell’amore umano, del desiderio e dell’unione sponsale tra uomo e donna.

In questa prospettiva, il libro afferma la sacralità e la bellezza dell’amore creaturale, un bene in sé voluto da Dio. E poi il significato allegorico che è l’interpretazione che ha permesso al ‘Cantico dei cantici’ di entrare nel canone biblico. Lungi, quindi, dall’essere una semplice metafora aggiunta in un secondo momento, è considerato il significato profondo che intesse l’intero testo come nucleo nascosto e prezioso.

La sua stessa canonizzazione fu tormentata: nel I secolo d.C., i rabbini di Yavne discussero a lungo se «renderlo impuro», cioè dichiararlo non ispirato, data la sua esplicita carnalità. Prevalse l’opinione di Rabbi Akiva, che lo definì «il Santo dei Santi» dell’intera Scrittura, a patto di leggerlo come allegoria dell’amore tra Dio e Israele.

Infatti, il ‘Cantico’, in questa chiave di lettura, è stato interpretatoncome un viaggio dell’anima che ritorna a Dio, in tre tappe: purificazione del cuore dalle passioni disordinate, l’illuminazione per contemplare la verità divina e l’unione a Dio nell’amore.

Quindi, il bacio non sarebbe un gesto fisico, ma un contatto tra anima e Logos, il frutto è la sapienza spirituale che è nutrimento per l’anima. La spezia paragonabile alle virtù.

Per San Bernardo la sposa è l’umanità prima di Cristo in attesa di qualcosa che superasse le parole umane e le immagini scure. Come il bacio era l’incarnazione del Verbo e l’imperturbabile pace era la perfezione dello Spirito Santo, nell’indissolubile amore divino.

Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue carezze sono migliori del vino.
Bibbia – Ct 1,2

L’apertura del ‘Cantico dei Cantici’ è già, di per sé, un gesto da sommelier dell’assoluto. Non dichiarazione astratta, ma un confronto gustativo col vino – già considerato nella cultura biblica una delle vette del piacere sensibile – che viene posto accanto a qualcosa che lo supera, il bacio.

La poesia d’amore diventa all’istante una carta dei vini dell’anima, dove il primo nettare viene declassato a termine di paragone per un’intimità più importante.

Non è un caso e non è retorica, il bacio è un frutto colto. Tutto il ‘Cantico’ può essere letto come un raffinato ricettario esoterico, un testo dove le metafore gastronomiche non sono decorazioni, ma costituiscono l’ossatura stessa di un percorso iniziatico.

I cibi, le bevande, gli aromi, i giardini recintati e le dispense, sono lì per colorire una storia d’amore? No. Sono l’amore stesso, colto nel suo farsi sostanza, nel suo passare da desiderio indistinto a nutrimento masticabile, digeribile, assimilabile.

Questo articolo si propone di prendere sul serio questo codice culinario, mostrando come il ‘Cantico dei cantici’ riveli una grammatica alchemica completa, dove l’amore di coppia funge da laboratorio e la gastronomia da linguaggio operativo.

Non si tratta di forzare il testo, ma di riconoscervi ciò che la tradizione cabalistica e alchemica ci ha sempre letto: la mappa di una trasformazione che, partendo dalla fame, conduce all’unione estatica.

Per cogliere la portata in questa lettura, occorre anzitutto osservare con attenzione l’inventario gastronomico del testo, vasto e preciso: vino, latte, miele, mirra, incenso, nardo, zafferano, cannella, aloe, melograne, mele, uva passa, mandragole, frumento, noci… Ogni elemento citato non è un semplice ingrediente, ma un segno che rimanda a uno stato di coscienza o a una fase dell’Opera.

Iniziamo prendendo l’apertura della Sulamita:

Sono nera, ma bella.
Ct 1,5

Questo verso, parla di nigredo, lo stato iniziale della materia prima di potersi purificare.

È come se la Sulamita stia dichiarando l’avvio del processo. È la materia prima che, posta nell’athanor del desiderio, comincia a decomporsi per poter rinascere.

Il banchetto non è ancora cominciato, ma già siamo in cucina.

Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto… Alla sua ombra mi siedo con desiderio, e il suo frutto è dolce al mio palato. Mi ha introdotto nella cella del vino.
Bibbia – Ct. 2,3-4

Non «io amo», ma «io mangio», il talamo nuziale è una dispensa.

Ogni a morso, sospiro e sorso. Chi si dona diventa frutto. E nel buio profumato della camera, i corpi si scambiano come pietanze in un banchetto sacro: l’amato è il pane che si spezza, l’amata il vino che si versa, ove il desiderio si fa boccone e l’estasi, sazietà.

Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con mele, perché sono malata d’amore.
Bibbia – Ct. 2,3-4

La malattia d’amore si cura con il cibo, perché la fame d’amore è fame.

Mangiare e amare dunque sono due aspetti della stessa fame primordiale, quella che Adamo e Eva scoprirono insieme e che il Cantico sa così bene che descrive l’amata come “giardino recintato, fonte sigillata” (Ct. 4, 12), un hortus conclusus gelosamente custodito i cui frutti sono riservati all’amante.

Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!

Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!


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 Investigatore Culinario

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