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Roma, 20 giu – Le recenti dichiarazioni sul femminicidio trapelate dal mondo della politica hanno riaperto il dibattito sulla liceità dell’utilizzo di questo termine per indicare l’assassinio di una donna, sia dal punto di vista giuridico che sociale. Nel dicembre 2026 è stato infatti introdotto il reato di femminicidio come fattispecie autonoma: una mossa che mirerebbe a imprimere un cambiamento culturale nella società, generando un improbabile asse Schlein-Meloni, che almeno su questo tema sembrano essersi trovate concordi.
Tralasciando l’anomalia giuridica e l’inutilità pratica dell’introduzione di un reato del genere, in una nazione come l’Italia in cui la violenza, di genere e non, è molto circoscritta rispetto ad altri Paesi, come gli Stati Uniti, vale la pena soffermarsi sull’impatto socio-culturale che questa retorica può generare.
Il femminicidio nasce da un deficit del maschile
Se da un lato la questione della violenza sulle donne viene derubricata in maniera molto semplicistica a fattore isolato dal più ampio contesto sociale, dall’altro vengono create rigide impalcature ideologiche volte esclusivamente alla criminalizzazione del genere maschile in quanto tale. Entrambe le interpretazioni del fenomeno rivelano la loro inconsistenza di fronte a un fatto innegabile: gli autori dei recenti casi di femminicidio si sono dimostrati tutto fuorché individui mascolini e capaci di contenere le proprie emozioni. Anzi, si sono rivelati, nella grande maggioranza dei casi, guidati da impulsi incontrollabili, insicurezze e fragilità personali che tutto hanno a che fare tranne che con il modello patriarcale classico. È impossibile non collegare questi episodi alla martellante propaganda femminista che da decenni pretenderebbe di annullare l’identità maschile nel nome di un astratto concetto di “uguaglianza”, al fatto che alcuni uomini abbiano iniziato a seguire l’emotività più incontrollata e ad abbandonare quelle che da sempre sono considerate le virtù maschili per eccellenza: stoicismo, autocontrollo e disciplina personale.
Una nuova morale degli schiavi
Virtù che, per ironia della sorte, proprio dal femminismo vengono considerate indice massimo di tossicità maschile. Una nuova morale degli schiavi che non si manifesta più nell’odio verso il “padrone” o il “capitalista”, ma che prova il medesimo godimento nell’autocommiserazione e nella percezione di inferiorità di fronte al nuovo oppressore incarnato dal maschio bianco eterosessuale cisgender. L’identificazione nichilista con la propria presunta condizione di inferiorità è una posizione sicuramente più comoda rispetto a chi vede nella gerarchia una scala da salire, non da abbattere. L’introduzione del reato di femminicidio non è altro che il punto di approdo di questa deriva livellante che, lungi dal risolvere alla radice le cause del fenomeno, da ricercare piuttosto nel culto della debolezza e della gratificazione istantanea, le cristallizza sempre di più.
Il maschio moderno è immerso fin dall’infanzia in questo sistema cripto-matriarcale: i percorsi educativi moderni sono spesso improntati esclusivamente all’empatia, all’inclusività e all’uguaglianza. Tutto ciò lascia poco spazio ad una pedagogia fondata sui tratti che storicamente hanno sempre definito l’identità maschile: sacrificio, autonomia, resilienza. Questo alla lunga finisce per generare un prototipo di maschio “castrato”, perfettamente funzionale alle logiche del mercato basate sulla gratificazione immediata: un individuo alla ricerca di stimoli continui, educato a reprimere la propria spinta vitale, letta dalla società post-storica come un segnale di aggressività da contenere. Questa costante autocensura prodotta dalla propaganda femminista può generare, in alcuni individui, una esplosione della rabbia accumulata e non incanalata a dovere, con conseguenze potenzialmente drammatiche.
L’eterno ritorno del marxismo
L’uomo moderno, dunque, cresciuto sotto le logiche di un modello antipatriarcale e colpevolizzante, si ritrova in una condizione in cui la minima frustrazione diviene intollerabile, e in cui la prima reazione al mancato ottenimento di un obiettivo non è la resilienza, ma piuttosto un risentimento che paradossalmente ricorda il marxismo sotto molteplici aspetti. In questo contesto si inseriscono l’ideologia Incel e la teoria Redpill, sottoculture nate nelle comunità online in cui c’è la convinzione che l’“epidemia di solitudine maschile” derivi da condizioni di inferiorità strutturale, come ad esempio la mancata adesione a rigidi standard di bellezza estetici. Queste tendenze non sono altro che l’altra faccia speculare della tesi dell’intersezionalità propugnata dalle femministe di quarta ondata, ossia la comunione delle oppressioni, in cui viene accostato il razzismo al sessismo o all’omofobia nell’ottica di un unico fronte comune degli oppressi contro l’oppressore.
Il femminicidio è un falso processo
Ciò che il femminismo non riesce a comprendere è il fatto che le gerarchie che si sono sedimentate nel corso dei millenni non sono costrutti sociali arbitrari nati per puro caso, ma risposte dirette a precise necessità sociali e biologiche che garantivano il funzionamento delle civiltà fin dall’antichità. In questo contesto il femminismo ha agito come una pericolosa forza sovversiva utilizzata per scardinare le gerarchie naturali, con il capitalismo contemporaneo che ha saputo abilmente sfruttarlo divenendo principale architetto di questa trasformazione sociale. La natura e la mentalità umana, sedimentate in millenni, però, non possono essere annullate in qualche decennio di propaganda ideologica senza generare traumi e sconvolgimenti. In estrema sintesi, il maschio medio, nella società capitalista contemporanea, si sente per la prima volta non solo spodestato di un potere che aveva esercitato per millenni, ma privato di un ruolo storico decisivo all’interno della società stessa.
Michele Cucchi
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