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Roma, 22 giu – La scena è di quelle che mandano in cortocircuito mezzo secolo di liturgia progressista. A Lagos atterrano centinaia di nigeriani rimpatriati dal Sudafrica, molti dei quali avevano lasciato la propria terra anni prima per cercare lavoro nel Paese più industrializzato dell’Africa subsahariana. Non tornano perché hanno realizzato il sogno migratorio, né perché il ritorno a casa sia diventato improvvisamente facile. Tornano perché restare è diventato più pericoloso che ripartire da zero. Tornano perché il Sudafrica, santino morale del mondo post-apartheid, la “nazione arcobaleno”, oggi vede i propri cittadini neri scendere in piazza contro altri africani, chiedendo controlli, espulsioni, deportazioni, remigrazione.
Per anni il Sudafrica è stato raccontato come il paradiso del mondo post-coloniale: la fine dell’apartheid, Mandela, la riconciliazione, la Costituzione liberale, la diversità elevata a destino storico. Ogni contraddizione interna veniva assorbita dentro questa narrazione edificante. La criminalità, la corruzione, la crisi energetica, la povertà, le tensioni razziali, la questione della terra, la persecuzione dei bianchi, la rabbia delle periferie: tutto poteva essere giustificato come prezzo della transizione o residuo del passato. Ora però il problema esplode nel cuore stesso del modello. Non sono gli afrikaner a chiedere la remigrazione. Non sono i bianchi delle fattorie blindate. Sono organizzazioni nere, nate dentro la società sudafricana post-apartheid, a dire agli altri africani: andatevene.
Migliaia di africani stanno evacuando dal Sudafrica
I video stanno facendo il giro del mondo. La Nigeria ha avviato il rimpatrio dei propri cittadini dopo settimane di proteste anti-immigrazione e attacchi contro stranieri. Secondo Reuters, 1.094 nigeriani si sono registrati per il ritorno volontario, con uno screening congiunto tra autorità nigeriane, sudafricane, polizia e immigrazione. Ghana, Malawi, Mozambico e Zimbabwe hanno compiuto operazioni simili, mentre migliaia di malawiani si sono accalcati a Durban in attesa del rientro, fino allo scontro con la polizia. Sullo sfondo c’è l’ultimatum del 30 giugno lanciato da gruppi anti-immigrazione: una scadenza non ufficiale, non governativa, ma politicamente reale perché capace di produrre paura, spostamenti, mobilitazione e risposta istituzionale. La formula “rimpatrio volontario” va quindi letta con cautela in questo caso: un istituto amministrativo che nasce dentro una pressione politica e sociale reale, una remigrazione indotta dalla crisi dell’ordine pubblico. Il migrante firma il rientro perché i rischi della permanenza superano i benefici, perché i quartieri diventano ostili, perché lo Stato ospitante non riesce a garantire né legalità né integrazione. È volontaria nella forma, coercitiva nel contesto. Ed è proprio questa ambiguità a renderla interessante: quando lo Stato non governa i flussi, la remigrazione smette di essere una politica e diventa un riflesso sociale. E così, mentre il mondo progressista occidentale si è concentrato per settimane sulla condanna delle rivolte di Belfast, accusandole di essere derive “xenofobe” sobillate dalla destra, in Sudafrica un pezzo di società ha deciso d’imperio che un altro pezzo deve andarsene a tutti i costi, nel silenzio generale.
L’immigrazione scoperchia un’economia stagnante
Il Sudafrica è da decenni il principale polo d’attrazione migratoria dell’Africa australe. È il Paese più industrializzato del continente, possiede infrastrutture, reti finanziarie, centri urbani, università, imprese, miniere, porti e una capacità economica superiore a quella di molti vicini. Per questo attira lavoratori da Zimbabwe, Mozambico, Malawi, Lesotho, Ghana, Nigeria e da altre aree africane. Secondo Statistics South Africa, nel 2022 gli immigrati internazionali erano circa 2,4 milioni, pari al 3,9 per cento della popolazione. Non una cifra enorme in termini assoluti, soprattutto se paragonata ad alcuni Paesi europei. Ma la politica migratoria non si misura soltanto in percentuali. Si misura nella distribuzione territoriale, nel rapporto con i lavori poveri, nella pressione sui servizi, nella qualità dello Stato, nella capacità di distinguere regolari e irregolari, nella percezione dei cittadini di essere ancora padroni della propria casa. Ed è qui che il mito del Sudafrica multiculturale crolla. Nel primo trimestre 2026 la disoccupazione ufficiale ha raggiunto il 32,7 per cento. Tra i giovani dai 15 ai 24 anni il tasso supera il 60 per cento. Quasi quattro giovani su dieci in quella fascia non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi formativi. La Banca Mondiale segnala ancora infrastrutture carenti, difficoltà nei servizi pubblici, criminalità elevata e una coesione sociale fragile. Insomma, anche in un Paese africano, l’immigrato africano può diventare oggetto di scontro politico.
Il nuovo ordine post-apartheid è fallito da un pezzo
La sinistra, davanti a questo, conosce una sola parola: xenofobia. Ma la parola, da sola, non spiega nulla. Certo, in Sudafrica esistono aggressioni xenofobe, saccheggi, violenze e intimidazioni – anche e soprattutto contro i bianchi. Ma in fin dei conti il paese non è attraversato da un’improvvisa follia collettiva. Semplicemente, la promessa su cui si era fondato il nuovo ordine post-apartheid non ha prodotto ordine, lavoro e sicurezza sufficienti. È uno Stato in cui la cittadinanza è stata celebrata in chiave morale, ma spesso svuotata nella sua dimensione materiale. March and March, Operation Dudula e altri movimenti anti-immigrazione crescono esattamente dentro questo vuoto, lì dove lo Stato non controlla abbastanza le frontiere, non espelle rapidamente chi non ha titolo per restare, non punisce in modo credibile i datori di lavoro che usano irregolari per abbassare i salari, non protegge i cittadini dai circuiti criminali, non dà risposte alle periferie. Il loro limite è evidente: sostituiscono la legge con la caccia all’uomo, colpiscono spesso anche chi è regolare, scaricano sulla presenza straniera ogni fallimento interno. E no, questa volta non è l’ICE statunitense. Di fatto, il loro successo politico nasce da una domanda reale. Ramaphosa lo ha capito, anche se lo dice nel linguaggio prudente del potere. Da un lato condanna gli attacchi contro gli stranieri e invita a non usare i migranti come capri espiatori dei fallimenti economici sudafricani. Dall’altro annuncia tribunali dedicati per velocizzare le procedure migratorie, registri biometrici, controlli più duri sui datori di lavoro che impiegano irregolari, capacità ispettiva rafforzata. In altre parole: delegittima la piazza, ma assorbe una parte della sua agenda.
In Sudafrica va in frantumi l’utopia terzomondista
Il dato geopolitico è ancora più interessante, perchè Nigeria e Sudafrica sono le due grandi potenze dell’Africa subsahariana. La prima è il gigante demografico dell’Africa occidentale, potenza energetica, culturale e militare, con una diaspora enorme e una proiezione naturale sul continente. La seconda è il polo industriale e finanziario dell’Africa australe, membro dei Brics, piattaforma diplomatica del Sud globale, Stato simbolo della vittoria anti-apartheid. Quando i nigeriani vengono colpiti in Sudafrica, non si tratta soltanto di ordine pubblico, diventa uno scontro tra due centralità africane che manda in pezzi anni e anni di retorica sulla solidarietà panafricana e sul Sud del mondo come fronte unito. Come spesso accade la realtà fa a pezzi le utopie, soprattutto quelle degli occidentali che odiano la propria civiltà. L’Africa è un continente di popoli, Stati, etnie, lingue, memorie e interessi spesso divergenti. La categoria occidentale di “africani” dice pochissimo. Un sudafricano zulu, un afrikaner, un nigeriano igbo o yoruba, un malawiano, uno zimbabwese, un mozambicano non abitano la stessa identità politica solo perché un terzomondista li guarda da lontano e li giudica fratelli. La prossimità razziale non cancella le appartenenze e l’esperienza della decolonizzazione non elimina la competizione per lavoro, territorio, status, sicurezza e riconoscimento. Il Sudafrica lo dimostra con una brutalità estrema: il conflitto etnico e nazionale non è un’invenzione europea, ma una costante politica che riemerge appena le risorse diventano scarse e lo Stato perde autorità.
La persecuzione dei bianchi che non vede nessuno
Per questo il caso sudafricano parla anche all’Europa. Non perché i contesti siano identici, ma perché identica è la lezione politica. Le migrazioni di massa non vengono rese sostenibili dalle formule morali: il più delle volte, si risolvono in disastri e sconvolgimenti. Servono confini, selezione, legalità, gerarchie di appartenenza, accordi con gli Stati d’origine, rimpatri effettivi, ritorni assistiti, responsabilità dei datori di lavoro, distinzione netta tra rifugiati veri, lavoratori regolari, studenti, clandestini e criminali. Nel caso sudafricano c’è poi un altro elemento che il mainstream occidentale continua sistematicamente a rimuovere: la condizione degli afrikaner e più in generale della minoranza bianca di origine europea. Il Sudafrica non è soltanto il Paese in cui neri sudafricani contestano altri africani. È anche il Paese in cui una comunità europea d’Africa vive da decenni una crescente violenza accompagnata da una delegittimazione politica e simbolica. Il dibattito sulla terra, l’Expropriation Act firmato da Ramaphosa, le tensioni rurali, l’affirmative action, la criminalità nelle campagne, la retorica anti-bianca di settori radicali come l’Eff di Julius Malema compongono un quadro che non può essere archiviato dalla coscienza europea. La questione è più profonda: che spazio resta a una minoranza europea quando l’ordine politico trasforma la bianchezza in colpa storica permanente?
La “nazione arcobaleno” si trova così presa in una tripla crisi. La prima è sociale: un’economia incapace di includere milioni di giovani e lavoratori poveri. La seconda è statuale: confini porosi, apparati lenti, corruzione, servizi che non reggono, sicurezza incerta. La terza è identitaria: il progetto post-apartheid ha promesso di superare le appartenenze, ma le appartenenze sono tornate più dure di prima. Neri sudafricani contro immigrati africani. Stato sudafricano contro governi africani che rimpatriano. Afrikaner in cerca di spazi separati. Partiti radicali che riaccendono la questione della terra. Il tutto dentro un sistema politico in cui l’Anc ha perso nel 2024 la maggioranza assoluta per la prima volta dalla fine dell’apartheid, segno che anche il capitale simbolico della liberazione non basta più a governare il presente.
I popoli non possono essere sostituiti senza conseguenze
La sinistra europea dovrebbe guardare il Sudafrica e tacere per sempre. Non per compiacersi delle violenze, ma per capire ciò che ha sempre negato. Le società non sono contenitori neutri. I popoli non sono materiali intercambiabili. La cittadinanza non è una tessera burocratica. L’etnia non è un fantasma inventato dalla destra. La remigrazione non è un’eresia politica, ma uno degli strumenti con cui gli Stati provano a correggere flussi diventati ingestibili. La vera alternativa non è tra accoglienza e cattiveria. È tra governo e caos, tra politica e guerra razziale. Il Sudafrica post-Mandela doveva dimostrare che la storia poteva essere superata dalla morale. Sta dimostrando, invece, che la morale non costruisce ordine, e che la storia ritorna nelle forme più inaspettate. Provate a pensarci. Chi un secolo fa avrebbe immaginato di vedere africani che lasciano un Paese africano perché un altro popolo africano non li vuole più? Chi avrebbe immaginato di vedere bianchi europei costretti a vivere separati dentro una patria che li tollera sempre meno? Forse qualcuno c’era, ma è rimasto inascoltato. Era meglio credere che la storia fosse finita e che l’economia avrebbe risolto ogni conflitto. Oggi il Sudafrica presenta il conto: i popoli possono essere ignorati, colpevolizzati, ricattati. Ma non possono essere sostituiti senza conseguenze.
Sergio Filacchioni
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