Non molto tempo fa, a Parigi, i ministri dell’Ambiente delle principali economie industrializzate si sono riuniti per discutere di biodiversità, risorse idriche, desertificazione, oceani e aree marine protette. Temi importanti, certamente. Eppure, a dominare il dibattito è stata soprattutto un’assenza.
Il cambiamento climatico non figurava nell’agenda ufficiale del G7 Ambiente.
Una scelta dichiaratamente politica, motivata dalla volontà di evitare uno scontro con gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump, tornati ad assumere posizioni apertamente critiche nei confronti delle politiche climatiche internazionali. La stessa presidenza francese ha spiegato di aver preferito concentrarsi sui temi sui quali fosse possibile trovare una convergenza tra i Paesi partecipanti.
La decisione ha suscitato critiche da parte delle organizzazioni ambientaliste, ma soprattutto pone una questione più ampia: è ancora possibile discutere di biodiversità, desertificazione e gestione delle risorse idriche senza affrontare esplicitamente il tema climatico?
Il clima non scompare dall’agenda perché lo si cancella da un ordine del giorno
Le evidenze scientifiche continuano a raccontare una realtà diversa.
Nel rapporto “Le emissioni di gas serra in Italia: obiettivi di riduzione e scenari emissivi – Edizione 2026“, ISPRA ricorda che gli effetti del cambiamento climatico sono ormai evidenti anche nel nostro Paese. L’aumento delle temperature medie, la maggiore frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi, i lunghi periodi di siccità alternati a precipitazioni intense stanno producendo effetti concreti sugli ecosistemi, sulle attività economiche e sulla disponibilità delle risorse naturali.
Non si tratta più di scenari futuri.
Si tratta di fenomeni che stanno già modificando il modo di produrre cibo, di gestire l’acqua e di pianificare le attività agricole.
Ed è proprio qui che emerge uno dei paradossi più evidenti del dibattito pubblico contemporaneo: il settore agricolo e zootecnico viene spesso evocato quasi esclusivamente in relazione alle proprie emissioni, mentre molto meno spazio viene dedicato agli effetti che il cambiamento climatico produce sulle imprese agricole e sugli allevamenti.
Gli agricoltori non osservano il cambiamento climatico da spettatori. Lo vivono quotidianamente.
Lo vivono quando una stagione siccitosa compromette la produzione di foraggi. Lo vivono quando le ondate di calore riducono la fertilità e le performance produttive degli animali. Lo vivono quando eventi estremi sempre più frequenti mettono a rischio raccolti, infrastrutture e redditività aziendale.
Un settore chiamato a fare più di tutti
L’agricoltura occupa oggi una posizione unica nel panorama delle politiche ambientali.
Da un lato è chiamata a ridurre le proprie emissioni di gas serra. Dall’altro deve garantire sicurezza alimentare, tutela del territorio, conservazione della biodiversità e resilienza delle comunità rurali.
Nessun altro comparto economico è sottoposto contemporaneamente a un numero così elevato di aspettative ambientali, sociali ed economiche.
La normativa europea degli ultimi anni ha rafforzato ulteriormente questo ruolo.
L’Accordo di Parigi, il Green Deal, il pacchetto Fit for 55, la PAC 2023-2027 e il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima delineano una traiettoria ben specifica, raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e ridurre drasticamente le emissioni già entro il 2030.
L’ambizione del legislatore europeo è evidente. L’Unione Europea ha fissato l’obiettivo di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Un percorso che coinvolge direttamente anche il settore agricolo attraverso strumenti normativi e politiche sempre più stringenti.
L’obiettivo è condivisibile.
La vera sfida consiste nel trasformarlo in un percorso concretamente sostenibile per le imprese.
Il rischio di una narrazione incompleta
Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha spesso associato agricoltura e allevamento esclusivamente al tema delle emissioni.
È una lettura parziale.
L’agricoltura contribuisce certamente alle emissioni di gas serra e, come tutti gli altri comparti economici, è chiamata a partecipare al percorso di decarbonizzazione. Tuttavia, ridurre il settore primario a questa sola dimensione significa ignorarne la complessità e il valore strategico.
A differenza di molti altri comparti produttivi, infatti, l’agricoltura non è soltanto una fonte di emissioni da contenere.
È anche uno dei principali strumenti di gestione del territorio. È presidio ambientale. È conservazione della biodiversità. È manutenzione del paesaggio. È capacità di adattamento delle aree rurali. Ed è, soprattutto, il settore che garantisce la produzione di alimenti in un contesto climatico sempre più instabile.
La vera sfida non consiste nel contrapporre ambiente e produzione.
Consiste nel renderli compatibili.
I numeri raccontano una storia più complessa
Quando si parla di agricoltura e cambiamento climatico, il rischio più grande è quello delle semplificazioni.
I dati ufficiali raccontano infatti una realtà più articolata rispetto a quella che spesso emerge nel dibattito pubblico.
Secondo ISPRA, nel 2024 il settore agricolo rappresenta circa il 7,7% delle emissioni nazionali di gas serra. Un contributo certamente rilevante, ma che negli ultimi decenni ha mostrato una progressiva riduzione. Rispetto al 1990, infatti, le emissioni del comparto sono diminuite del 22,3%, passando da 36 a circa 28 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente.
La componente più significativa è riconducibile agli allevamenti, che rappresentano circa il 76% delle emissioni del settore agricolo, principalmente attraverso la fermentazione enterica dei ruminanti e la gestione delle deiezioni. Tuttavia, considerate nel contesto dell’intero inventario nazionale dei gas serra, tali emissioni incidono per circa il 5,9% del totale nazionale.
Anche in questo caso il trend appare significativo. Le emissioni derivanti dalla fermentazione enterica sono passate da 17,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nel 1990 a 13,5 milioni nel 2024, mentre quelle legate alla gestione delle deiezioni sono diminuite da 8,4 a 6 milioni di tonnellate.
Secondo ISPRA, questi risultati sono attribuibili alla riduzione del numero di capi allevati, all’evoluzione dei sistemi di gestione degli effluenti zootecnici e al minore utilizzo di fertilizzanti sintetici.
Numeri che non autorizzano alcun trionfalismo, ma che suggeriscono una riflessione spesso assente nel confronto pubblico. Il settore agricolo non è rimasto immobile. Da oltre trent’anni sta già percorrendo, con velocità e modalità diverse, un percorso di riduzione delle proprie emissioni.
Si tratta di un aspetto che merita attenzione. A differenza di altri comparti produttivi, infatti, l’agricoltura non può semplicemente interrompere o delocalizzare i propri processi per ridurre l’impatto ambientale. È chiamata a continuare a produrre alimenti, garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e presidiare il territorio, intervenendo al tempo stesso su emissioni che derivano in larga parte da processi biologici intrinseci alle produzioni agricole e zootecniche.
In questo contesto, la riduzione registrata dal settore negli ultimi decenni assume un significato che va oltre il dato statistico. Essa testimonia una capacità di adattamento e innovazione che raramente trova adeguato spazio nel dibattito pubblico, nonostante rappresenti uno dei contributi più concreti offerti dal settore primario agli obiettivi della transizione ecologica.
Per un’analisi più dettagliata degli ultimi dati ISPRA vi consigliamo di guardare questa intervista alla Dott.ssa Eleonora Di Cristofaro “Allevamenti e inquinamento. I nuovi dati ISPRA raccontano un settore in cambiamento“.
Dalla difesa all’innovazione
Negli ultimi anni il settore agricolo e zootecnico ha progressivamente abbandonato un atteggiamento difensivo per assumere un ruolo più propositivo.
L’innovazione tecnologica sta diventando uno degli strumenti principali attraverso cui gli allevamenti cercano di ridurre il proprio impatto ambientale.
Agricoltura di precisione, sistemi digitali di monitoraggio, miglioramento genetico, gestione avanzata dell’alimentazione animale, digestione anaerobica, produzione di biogas e biometano, valorizzazione dei reflui zootecnici e tecnologie per la riduzione delle emissioni enteriche rappresentano oggi ambiti nei quali si concentrano investimenti, ricerca e sperimentazione.
Gli stessi scenari elaborati da ISPRA mostrano che un maggiore ricorso alla digestione anaerobica degli effluenti zootecnici potrebbe consentire ulteriori riduzioni delle emissioni agricole entro il 2030. L’Istituto ipotizza infatti uno scenario in cui una quota crescente di reflui bovini, suini e avicoli venga destinata alla produzione di biogas, con una produzione potenziale di circa 9,6 miliardi di metri cubi entro il 2030 e una riduzione aggiuntiva delle emissioni del settore pari a circa il 5%.
Il settore sta inoltre sviluppando modelli sempre più avanzati di economia circolare, nei quali gli scarti di una produzione diventano risorse per un’altra.
Non si tratta di una trasformazione conclusa.
Si tratta però di un processo reale che merita di essere raccontato con maggiore equilibrio rispetto a quanto spesso accade nel dibattito pubblico.
Tra obblighi e opportunità
I dati ISPRA mostrano che il percorso verso gli obiettivi climatici europei rimane tutt’altro che scontato.
Secondo gli scenari elaborati dall’Istituto, l’Italia non risulta attualmente in grado di raggiungere la riduzione delle emissioni richiesta dal Regolamento Effort Sharing entro il 2030 attraverso le sole politiche già adottate. Anche includendo le ulteriori misure previste dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), permane una distanza rispetto ai target annuali di riduzione fissati dall’Unione Europea.
Questo dato merita una riflessione perché dimostra come la sfida climatica non possa essere affrontata esclusivamente attraverso l’enunciazione di nuovi obiettivi. Saranno necessari investimenti, innovazione, ricerca applicata e una crescente capacità di adattamento da parte di tutti i settori produttivi.
Ma richiederà anche un cambio di prospettiva.
La transizione ecologica non può essere costruita contro l’agricoltura e l’allevamento.
Può essere realizzata soltanto insieme a loro.
Perché il settore primario non produce soltanto emissioni da ridurre. Produce cibo, presidio territoriale, gestione del paesaggio, biodiversità e servizi ecosistemici che nessun’altra attività economica è in grado di garantire nelle stesse forme.
Oltre Parigi
L’assenza del cambiamento climatico dall’agenda del G7 Ambiente rappresenta un segnale politico che difficilmente passerà inosservato.
Ma il clima non segue le dinamiche diplomatiche e non attende i tempi della politica internazionale.
Continua a manifestarsi nei territori, nelle campagne, negli allevamenti ed a ripercuotersi lungo tutta le filiere agroalimentari.
Forse è proprio da qui che occorrerebbe ripartire.
Negli ultimi anni il dibattito sul cambiamento climatico si è spesso concentrato sull’individuazione delle responsabilità, molto meno sulla costruzione delle soluzioni.
Eppure la transizione ecologica non sarà giudicata sulla base degli slogan o delle dichiarazioni finali dei vertici internazionali. Sarà giudicata sulla capacità delle istituzioni di trasformare gli obiettivi normativi in risultati concreti, senza compromettere la competitività delle imprese, la sicurezza alimentare e la sostenibilità economica delle filiere.
L’agricoltura e l’allevamento si trovano oggi al centro di questa sfida.
Sono chiamati a ridurre le proprie emissioni, ad adattarsi agli effetti del cambiamento climatico e, contemporaneamente, a continuare a produrre cibo in quantità e qualità sufficienti per una popolazione mondiale in crescita.
È una responsabilità enorme, che richiede investimenti, innovazione e visione strategica.
Per questo motivo il settore primario non dovrebbe essere considerato soltanto uno dei soggetti coinvolti nella transizione ecologica.
Dovrebbe essere riconosciuto come uno dei suoi protagonisti.
Fonte principale: Le emissioni di gas serra in Italia: obiettivi di riduzione e scenari emissivi – Edizione 2026.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione Ruminantia
Source link







