Il paradosso del recupero delle materie prime negli accumuli, abbiamo le regole manca il mercato


Il recupero delle materie prime critiche è una sfida importante ma per vincerla non basta avviare centri in grado di estrarre questi materiali serve un mercato limitrofo, interno all’Europa, a cui queste materie rigenerate servono. Ed è necessario farlo in fretta. E’ quanto sottolinea Giuseppe Corcione, CEO di Reinova raggiunto da Canale Energia.

Giuseppe Corcione

L’azienda ha avviato da pochi mesi a pieno regime un centro di recupero di materie prime dagli accumuli energetici, si tratta dell’unico impianto europeo a ciclo completo, in grado di selezionare litio, cobalto, nichel, rame, alluminio e metalli preziosi (oro e argento).

“Per fortuna è stato approvato pochi giorni fa in Europa il regolamento ELV”. Ovvero: End-of-Life Vehicles. Si tratta di un regolamento che rinnova radicalmente la gestione dei veicoli fuori uso e il loro ciclo di vita, sostituendo la storica direttiva del 2000. Secondo il Ceo questo regolamento segna un passo positivo perché chiarisce i vincoli operativi e legislativi, superando i nodi dell’End of Waste e della riqualificazione dei componenti.

Di fatto l’ELV impone l’ecodesign e introduce una responsabilità oggettiva: gli oggetti non possono più essere demoliti e reimmessi sul mercato in modo selvaggio, e la materia prima secondaria prodotta deve garantire obiettivi precisi (tracciabilità del 96% dei componenti ed entro 70 mesi almeno il 60% di materiale riutilizzato).

“L’Europa fa il suo lavoro nello scrivere le regole. Il problema drammatico è che abbiamo approvato le regole per un mercato che, nei fatti, in Europa non esiste ancora” evidenzia Corcione mettendo a nudo il nocciolo del problema: manca un mercato di acquisto di questi materiali perché chi li lavora non è nel Vecchio Continente.

Oggi in Europa abbiamo perso l’intera filiera produttiva continentale: non abbiamo più produttori di celle e batterie, se non volumi e attività irrisori. Il paradosso è economico e logistico: se io ho i costi di smaltimento, di logistica e di gestione di tutta la catena all’interno della Comunità Europea, ma qui non ho clienti industriali a cui vendere la materia prima seconda estratta, a chi la do? Se mancano i compratori locali, la cosa più semplice, immediata ed economicamente sostenibile diventa vendere il pacco batteria da riciclare direttamente in Cina. In questo modo spendiamo risorse per raccogliere e trattare i materiali, ma il valore strategico ed economico di ciò che ricicliamo non resta all’interno dei nostri confini“.

Una batteria media è composta per il 45% circa da metalli tradizionali e nobili come rame e alluminio, e per il resto da celle elettrochimiche ricche di residui pregiati.

Ma quali sono i mercati i cui ha senso crescere velocemente? “Questa tecnologia di recupero ha un senso applicativo enorme e immediato nei data center e nei sistemi di accumulo stazionario o domestico (BESS).” incalza Corcione. Si tratta di impianti che hanno requisiti e design diversi, tollerano pesi e ingombri differenti rispetto alle auto e utilizzano potenze inferiori. “Ha un valore immenso produrre e stoccare energia localmente dove serve, a patto che questi accumulatori siano generati da materia prima seconda. Eppure in Italia siamo in grave ritardo sull’installazione dei data center rispetto al mondo: frenare l’avanzamento tecnologico per paura significa autoescludersi dal mercato del futuro”.

Questo rende non sostenibile da un punto di vista economico e anche pratico il modello e arriviamo al secondo nodo da sciogliere. “Serve velocità” 

Il fattore tempo di messa in opera dei progetti è la vera componente competitiva in gioco oggi.

L’ Europa o meglio i suoi singoli stati, non reggono i tempi dei paesi asiatici. Per autorizzare un data center o un’isola di accumulo ci vuole troppo tempo e il mercato non parte.

Il problema non sono i soldi, sono le idee e il fattore tempo. Abbiamo dato 15 miliardi di euro a Northvolt per poi vederla fallire; abbiamo letteralmente finanziato lo spostamento di competenze fuori dall’Europa. Se per autorizzare e costruire una Gigafactory in Europa impieghiamo 5 anni, siamo morti dal giorno zero. La chimica delle batterie si evolve a ritmi serrati: ogni sei mesi una tecnologia rischia di diventare vecchia. Se l’impianto non è flessibile, modulare e in grado di rigenerarsi e riconfigurarsi in corsa alla velocità del mercato, fallisce. Più che anticipare i tempi, l’Europa deve colmare un gap tecnologico e di rapidità industriale rispetto all’Asia. Il mio più grande brevetto in azienda non è una formula chimica, è il tempo. Se arrivi vecchio sul mercato, sei fuori”.

Per uscire da questo cortocircuito è necessaria “una reazione industriale compatta. Non a caso i costruttori auto europei hanno sottoscritto una lettera congiunta per imporre che almeno il 70% del valore della filiera automobilistica rimanga radicato nella Comunità Europea, costringendo ad acquistare qui. Dobbiamo imporre la localizzazione produttiva in Europa. Riciclare ha senso solo se si crea un ecosistema protetto e circolare dove chi estrae la materia prima seconda ha a pochi chilometri la Gigafactory che la ricompra per fare nuove celle. In Italia, l’unica vera realtà industriale che oggi si occupa di celle in ambito industriale è la FIAMM (Gruppo Sette); serve crescere verticalmente in questa direzione per dare uno sbocco di mercato ai materiali di recupero”.

L’importanza del passaporto digitale per gli accumuli energetici

Le batterie non sono tutte uguali, hanno chimiche differenti. L’errore forse è definire tutto con il termine batterie. “La vera difficoltà non è lo smaltimento meccanico della materia prima, ma la sua classificazione accurata. Oggi non esiste uno standard: anche a parità di chimica di base, ogni produttore usa additivi chimici diversi. Senza una scheda chimica esatta non puoi filtrare e avviare i materiali nei corretti flussi automatizzati. Ecco perché l’entrata in vigore del Passaporto Digitale della Batteria è cruciale: finché non sarà operativo nel concreto fornendo i dati chimici di ogni singolo accumulatore, sarà impossibile standardizzare la materia prima seconda. Attualmente il settore lavora inevitabilmente “a tasselli”, e la selezione manuale fa da imbuto“.

In Italia assenza dei decreti e di corsi di universitari attuali

Guardando all’Italia le lacune sono molte a cominciare dall’assenza dei decreti attuativi nazionali per connettere operativamente la filiera: dalle discariche agli autotrasportatori, fino ai demolitori.

Per realizzare un sistema di accumulo industriale o un hub comunale e ottenere un semplice allaccio da ENEL oggi servono dai 18 ai 30 mesi. È una tempistica folle. Le associazioni di categoria devono smetterla di muoversi in ordine sparso e convergere verso una direttiva industriale unitaria e chiara, pretendendo regole snelle per gli imprenditori. C’è poi un tema di formazione: mancano corsi universitari specifici per formare le competenze della transizione. Non è vero che l’elettrificazione distrugge posti di lavoro — noi in Reinova non stiamo registrando alcuna crisi d’organico — ma l’Europa ha già perso il 45% della produzione mondiale automotive perché la Cina ha smesso di comprare le nostre auto tradizionali. L’upgrade tecnologico del Green Deal serve a sopravvivere, non è un vezzo”.

La scelta strategica e il posizionamento di Reinova

Se Reinova si fosse limitata a fare la pura attività di smaltimento o riciclo grezzo, che non è dominante, a fronte di investimenti da decine di milioni di euro avremmo già chiuso i battenti perché mancano le condizioni di contorno del mercato. Abbiamo invece scelto di investire sull’ultimo e più strategico tassello della filiera: lo sviluppo, il testing, l’omologazione e la certificazione. Siamo parte integrante dei processi di sviluppo. Ad esempio, abbiamo stretto un accordo fondamentale con la Confederazione Autodemolitori Riuniti per il progetto “Car Ricambi”: sviluppiamo gli strumenti per testare e certificare i pezzi di ricambio originali derivati da auto dismesse. Quando l’oggetto esaurisce definitivamente la sua vita utile, forniamo le linee guida per sezionarlo correttamente, isolando i materiali primari e reincanalando tutto ciò che è elettrochimico nei flussi specializzati dell’elettrochimica. Vogliamo creare un Hub Reale Italiano della Circolarità: se la politica garantisce stabilità normativa, visione a lungo termine e tempi autorizzativi rapidi, gli imprenditori sono pronti a investire i propri capitali“.

 

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 Agnese Cecchini

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