Dal suo ufficio al quarantunesimo piano del Rockfeller Center, Cornelia Pop, consulente italiana di una nota multinazionale americana e fondatrice della rete Italian Women USA, osserva alcuni dei grattacieli più iconici di Manhattan. L’Empire State Building e il nuovissimo Vandecamp si aggrappano al cielo, promettendo di far volare chi, come lei, per anni ha sognato la Grande Mela. Ma le altezze vertiginose, ricordano che per ogni alto esiste un basso. «E per risollevarti, hai bisogno di una rete a cui aggrapparti» confida Cornelia. La rete è Italian Women USA, community che ha fondato per supportare le donne italiane in America. Una realtà che oggi coinvolge 50 ambassador volontarie e oltre 10.000 donne in tutti gli Stati Uniti.
L’equilibrio da ritrovare
Quando incontro Cornelia è l’ora di pranzo, mi accoglie con un sorriso e delle scuse: «Sono un po’ stanca, il mio primo meeting è stato questa mattina alle 4. Poi sono arrivata qui in ufficio dal New Jersey, dove abito. Questa è una città che corre a passo svelto. Non c’è tempo per fermarsi. Pensavo che fosse competitiva Milano, dove lavoravo in consulenza, ma mi sbagliavo: a New York si viaggia a un ritmo ancora più veloce». Le chiedo come fa a non perdere mai l’equilibrio, con tutto questo correre. E se non le manca il fiato, qualche volta.
«Resti in piedi se sei abbastanza ambiziosa e se sei competitiva. L’ambiente intorno a te ti spinge a migliorare costantemente. Se hai stoffa e sei appassionata di ciò che fai, come nel mio caso, rispondi rilanciando ulteriormente». Non fa la pendolare ogni giorno: «Il mio team – chiarisce – è sparso in tutto il mondo, l’ufficio non è più sinonimo di lavoro, vengo qui quando ho altro da fare in città». Il lavoro, del resto, si può fare ovunque. Senza confini, né geografici né di orario.
Il trasferimento
Lei, New York l’ha fortemente desiderata e con suo marito ha fatto in modo che accadesse. Sono arrivati insieme, nove anni fa, con la loro prima figlia di appena due mesi. «Era dicembre, si gelava. Ma eravamo felici. Io ero in maternità, lui aveva già un lavoro. Quando è stato chiaro che saremmo rimasti più di qualche mese, ho iniziato a cercare lavoro anche io».
Cornelia aveva già affrontato un trasferimento nella sua vita, quando all’età di 13 anni, con la sua famiglia, aveva lasciato la Romania, suo paese d’origine, per Torino. Ma negli States è stato diverso: «Il primo anno è stato difficilissimo: nonostante avessi un ottimo curriculum, non riuscivo a trovare lavoro. In compenso, la solitudine era sempre pronta a farmi compagnia».
È proprio da queste difficoltà che è nato il suo primo progetto: il blog “Una mamma a New York” con cui dava consigli ad altre mamme expat, come lei alle prese con la nuova città. Dopo un anno, il blog è diventato una vera e propria community: Italian Women USA, che oggi gestisce con Francesca Deane, marchigiana trasferitasi a Brooklyn New York, con la sua famiglia e i suoi tre bimbi. Un progetto nato per creare connessioni tra le donne italiane, favorendo la crescita di rapporti di sorellanza in un contesto in cui sentirsi sole è fin troppo facile. La community, infatti, riunisce donne che credono nel valore della condivisione e del supporto reciproco, creando uno spazio sicuro in cui confrontarsi, crescere insieme e valorizzare i propri punti di forza attraverso ascolto, integrità, empatia e assenza di giudizio.
Insieme nelle difficoltà
«Pur non conoscendoci di persona ci siamo accorte di vivere tutte le stesse difficoltà: donne, mamme, lavoratrici alla ricerca di un nuovo equilibrio, bisognose di supporto e di stringere nuove alleanze» – conferma. Così, dal nucleo centrale, sono nati diversi chapter regionali, guidati da volontarie come lei, che propongono iniziative diverse: passeggiate al parco, workshop sulla diversità culturale, bookclub e molto altro. Il più recente, è il chapter di ritorno “back to Italy”, dedicato a quante, dopo 10 o 20 anni, tornano in Italia e si trovano a ricominciare e ricominciarsi. «Il nostro è un lavoro di quadra: le Ambassador e le volontarie che supportano la community in tutti gli Stati Uniti contribuiscono a farla crescere di giorno in giorno» – assicura.
Oltre all’attività del blog e della community, Cornelia ha iniziato a dedicarsi al volontariato con l’associazione New Women New Yorkers, accompagnando le donne immigrate nella ricerca di un lavoro e di una stabilità. «Facevamo fare loro delle simulazioni di colloquio ed è stato molto efficace anche per me. Mi sono accorta di non essermi mai fatta le domande giuste. “Chi sono io, davvero?” “Oltre il mio titolo lavorativo, cosa definisce la mia identità?”».
Oltre il job title
Identificarsi con il proprio job title è molto comune, soprattutto in Occidente. Ma quando quel ruolo viene meno perché il lavoro lo perdiamo o lo lasciamo, non è semplice comprendere cosa resta. Per capirlo, Cornelia, ha attraversato il buio. E l’ha fatto con la certezza che prima o poi proprio il buio l’avrebbe condotta a una nuova luce. Dopo la pandemia, infatti, milioni di americani hanno lasciato il lavoro. Le imprese, spiazzate dalle Grandi Dimissioni, hanno ricominciato ad assumere. E a Cornelia è arrivata la chiamata che tanto aspettava: una delle Big Four ha bussato alla sua porta con un contratto che l’ha fatta planare nel cuore di Manhattan.
Le chiedo se oggi è felice e se si sente una donna di successo. Prima di rispondere, sorride: «La felicità non è ciò che raggiungi, ma come sei ti senti mentre affronti il viaggio». Sembra una frase fatta, non lo è. «Oggi ho due figlie, un lavoro che amo, in una città che adoro. Ma soprattutto, ho costruito con le altre volontarie una rete che mi nutre e che coltivo ogni giorno con un forte spirito di restituzione. E anche se sembra tutto perfetto, non sempre lo è. Ci sono le sveglie prima dell’alba, i ritmi frenetici, il gioco degli equilibristi con mio marito per fare bene il nostro lavoro e al contempo essere presenti a casa. A volte mi sento la migliore, altre mi sembra di essere sopraffatta e di non farcela. Poi mi ricordo una regola semplice: fai ciò che puoi, al meglio. E ricordati che non sei sola, ci sarà sempre un’altra donna che sta affrontando il tuo stesso viaggio. Camminare insieme lo renderà più lieve e, al contempo, indimenticabile».
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Silvia Pagliuca
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