“Oggi so dove voglio andare e come voglio arrivarci”


Ci sono persone che costruiscono la propria identità per sottrazione. Eliminano il superfluo, scelgono una strada, si definiscono attraverso una professione, un ruolo, un’appartenenza. E poi ci sono persone che fanno esattamente il contrario: aggiungono. Accumulano esperienze, interessi, linguaggi, contraddizioni. Non perché non sappiano chi sono, ma perché hanno capito che l’essere umano è una materia troppo complessa per stare dentro una definizione. Parlando con Marco Leopardi, attore, cantante, regista, ballerino e podcaster, la sensazione è stata proprio questa. La sensazione di trovarsi davanti a qualcuno che non ha mai smesso di cercare. Non il successo. Non il riconoscimento. Non una collocazione precisa all’interno di una categoria rassicurante. Qualcosa di più difficile. Un punto di equilibrio. Tra la provincia e la grande città. Tra il desiderio di essere ascoltato e la paura del giudizio. Tra il bisogno di appartenere e quello di restare libero. Tra il movimento e la quiete. Tra la necessità di esporsi e il desiderio di scomparire per qualche giorno in un bosco, lungo un cammino, lontano da tutto. In fondo, questa intervista esclusiva a Marco Leopardi a Virgilio Notizie racconta proprio la storia di una ricerca. Perché Marco Leopardi parla di teatro, cinema, musica, danza e recitazione, ma ogni volta che il discorso sembra avvicinarsi alla carriera, finisce inevitabilmente per tornare alla persona. Alla fatica di scegliere. Alla difficoltà di accettare la propria natura. Alla scoperta che non sempre la strada più giusta coincide con quella più lineare. C’è un passaggio che, più di altri, sembra contenere il nucleo di tutto il racconto. Da bambino, durante una discussione con la madre, Marco pronuncia una frase destinata a restargli dentro per anni: «Voglio fare qualcosa di significativo perché voglio essere ascoltato». È una frase che potrebbe sembrare ingenua. E invece contiene già tutto. Contiene il bisogno primordiale di ogni artista. Ma forse anche il bisogno primordiale di ogni essere umano: essere ascoltato, essere visto, lasciare una traccia, sentire che il proprio passaggio nel mondo non è stato soltanto un attraversamento silenzioso. Da quel bambino che trasformava la tenda della sua camera in un sipario al professionista che oggi divide la propria vita tra palcoscenici, set, musica e progetti sempre diversi, il filo rosso sembra essere rimasto lo stesso. Solo che nel frattempo è cambiato lo sguardo. Perché a trentadue anni Marco Leopardi non parla come chi pensa di aver trovato una risposta definitiva. Al contrario. Parla come chi ha imparato che la maturità non consiste nell’eliminare i dubbi, ma nel convivere con essi senza lasciarsene paralizzare. Non c’è alcuna retorica del successo nelle sue parole. Non c’è l’ossessione contemporanea per l’arrivare. C’è piuttosto la consapevolezza che il percorso conta più della destinazione e che spesso le opportunità più importanti sono proprio quelle che non avevamo previsto. Forse è anche per questo che, nel corso della conversazione, emerge continuamente una parola che non viene quasi mai pronunciata: libertà. La libertà di non scegliere una sola etichetta. La libertà di cambiare. La libertà di fallire. La libertà di dire no. La libertà di non sapere esattamente che cosa accadrà domani. In un tempo che ci chiede continuamente di definirci, posizionarci e raccontarci attraverso formule sempre più semplici, Marco Leopardi rivendica il diritto alla complessità. E forse è proprio questa la sua forma più autentica di resistenza. Quella di chi continua a camminare senza pretendere di conoscere ogni svolta della strada. Quella di chi, ancora oggi, non sogna tanto un punto d’arrivo quanto la possibilità di lasciarsi sorprendere. Perché, a volte, crescere significa proprio questo: smettere di inseguire una destinazione e imparare ad abitare il viaggio.


Il suo è un percorso particolare, fatto di recitazione, regia, musica e molte altre esperienze. Se dovesse raccontare a chi non la conosce in quale fase della sua traversata personale e artistica si trova oggi, come si descriverebbe?

“Direi che, fino a questo momento, ho soprattutto sperimentato. Oggi mi trovo in una fase caratterizzata da una maggiore consapevolezza: sono molto più sicuro rispetto al passato di ciò che mi piace fare, di ciò che non mi piace e del modo in cui desidero lavorare. È come se mi fossi appena laureato. È accaduto davvero quest’anno, ma lo intendo soprattutto in senso figurato. È come se avessi raggiunto una maturità che mi permette di muovermi con maggiore disinvoltura, senza sensi di colpa e senza l’ansia di dover arrivare a tutti i costi da qualche parte. Oggi cerco semplicemente di dedicarmi alle attività che amo. Per questo direi di aver raggiunto un momento importante di consapevolezza, ma non un punto d’arrivo. Al contrario, lo considero un nuovo inizio: oggi so dove voglio andare e in che modo desidero arrivarci”.

Sensi di colpa: che cosa intende esattamente?

“Credo sia una sensazione che accomuna molte persone. Mi capita spesso di parlarne con colleghi: a volte ci si sente in ritardo rispetto a una presunta tabella di marcia oppure si ha la sensazione di aver sprecato del tempo. Sono pensieri che finiscono per schiacciarti e che possono indurti a sentirti in colpa verso te stesso. Talvolta si sacrificano relazioni o si mettono da parte determinate opportunità perché si è concentrati su alcuni obiettivi e poi quei risultati non arrivano, oppure non arrivano nella forma sperata. Oggi vivo tutto questo con grande serenità. Ho compiuto un percorso che mi ha insegnato moltissimo e che continua a insegnarmi molto. Soprattutto, è un percorso che non scambierei con nessuna delle strade che avrei potuto intraprendere e che invece non ho scelto. Non provo sensi di colpa perché, nel momento in cui ho preso le varie decisioni, sono sempre stato molto onesto con me stesso. Questo mi consente di guardare al cammino compiuto con tranquillità”.

Viviamo in una società che tende continuamente a etichettare le persone. Oggi, se dovesse definirsi con un’etichetta, quale sceglierebbe?

“Ho un rapporto molto complicato con le etichette ed è un tema sul quale rifletto spesso. Penso, per esempio, a Instagram, dove molte persone inseriscono nella propria biografia emoji o definizioni che dovrebbero riassumere chi sono e quale attività svolgono. Se dovessi essere davvero sincero, a me non ne basterebbero quaranta o cinquanta. Il motivo è che nella mia vita convivono interessi e mondi anche molto distanti tra loro. Da una parte ci sono lo spettacolo, il desiderio di mettermi in gioco e anche di espormi. Dall’altra c’è una dimensione che ama i cammini, i viaggi in luoghi isolati, il trekking nei boschi e la condivisione di esperienze con persone incontrate lungo il percorso. Ho studiato per anni danza classica, tip tap e contemporanea, ma allo stesso tempo mi piace allenarmi in palestra. Tendo a far convivere aspetti molto diversi tra loro e, paradossalmente, credo che questo rappresenti un vantaggio. Mi permette infatti di entrare in relazione con persone provenienti dagli ambienti più disparati e di instaurare con loro un legame autentico. Se mi presentassi immediatamente attraverso una definizione precisa, qualcuno potrebbe formarsi un giudizio ancora prima di conoscermi, in positivo o in negativo. Il fatto di essere così poliedrico mi consente invece di creare rapporti con persone estremamente diverse. In fondo, credo di avere così tante etichette da non riconoscermi davvero in nessuna di esse”.

Nel corso della sua carriera c’è stato qualcuno che ha cercato di attribuirle un’etichetta o di indirizzarla verso una definizione precisa?

“Sì, soprattutto in ambito professionale. Mi è capitato di sentirmi dire: ‘Deve fare una sola cosa. Non può farne cinquanta. Deve sceglierne una e concentrarsi esclusivamente su quella’. È un ragionamento sul quale ho riflettuto a lungo. Da un punto di vista pratico è anche comprensibile: convogliare tutte le proprie energie in un’unica direzione può consentire di ottenere risultati più significativi in tempi più rapidi e, forse, anche più duraturi. Il problema è che non sono fatto così. Sono una persona molto curiosa e sento il bisogno di esplorare ambiti differenti. Se mi dedico esclusivamente a una sola attività, finisco per annoiarmi. Questo non significa abbandonare ciò che faccio. Significa portare avanti più percorsi contemporaneamente, pur essendo consapevole che a ciascuno di essi potrò dedicare meno tempo rispetto a quanto farei se fosse l’unico. Quando qualcuno ha cercato di incasellarmi, chiedendomi se volessi fare teatro, cinema, l’attore, il cantante o altro, non mi sono sentito tanto infastidito quanto disorientato. Soprattutto quando certe osservazioni provengono da persone che rappresentano un riferimento professionale o umano. In quei momenti si tende a mettersi in discussione e a chiedersi se, in fondo, non abbiano ragione loro. Con il tempo, però, ho capito semplicemente che quel modo di vedere le cose non mi appartiene. Ho accettato la mia natura e, da quel momento, la questione si è risolta da sola”.

Nietzsche scriveva che bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante. Se la stella danzante è l’artista Marco Leopardi, quale caos porta dentro di sé?

“C’è una frase latina che mi accompagna fin da quando ero ragazzo: Est modus in rebus, ovvero ‘c’è una misura in tutte le cose’. È una sorta di bussola personale. Mi riconosco molto nell’idea che la realtà sia fatta di opposti. Molti degli aspetti con cui ci confrontiamo quotidianamente hanno una natura duale e spesso ci ritroviamo a oscillare tra poli differenti. Credo che una parte importante del mio percorso consista proprio nella ricerca costante di un equilibrio. Un esempio molto concreto riguarda il rapporto tra provincia e grande città. Provengo da una realtà di provincia, ma amo vivere nei grandi centri urbani. Mi affascinano l’energia, il fermento, il movimento, persino il caos. Da questo punto di vista, Roma incarna perfettamente tutto ciò. Allo stesso tempo, però, avverto un forte bisogno di spazio, tranquillità e contatto con la natura. Amo trascorrere del tempo in campagna, in luoghi isolati, lontano dai ritmi e dai rumori della città. Il mio caos nasce proprio da questa tensione interiore: dal desiderio di due dimensioni che sembrano inconciliabili e che invece convivono dentro di me. Da una parte la città, dall’altra il silenzio; da una parte il movimento, dall’altra la quiete. La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra queste esigenze e, almeno finora, credo di esserci riuscito piuttosto bene”.

Ha appena ricordato di essere originario di Ascoli Piceno. Che cosa spingeva quel bambino, quel ragazzo di provincia, verso il mondo dell’arte? È stato un amore immediato o una consapevolezza maturata nel tempo? Che cosa l’ha portata a ballare, studiare e recitare?

“C’è un episodio che ho compreso davvero soltanto molti anni dopo, ripercorrendo la mia storia e cercando di collegarne i diversi passaggi. Ero molto piccolo, avrò avuto cinque o sei anni. Ricordo una discussione con mia madre che mi colpì particolarmente. A un certo punto dissi una frase che ancora oggi ricordo perfettamente: ‘Voglio fare qualcosa di significativo perché voglio essere ascoltato’. Ripensandoci oggi, sono convinto che l’origine del mio rapporto con l’arte sia stata proprio questa. Sentivo il bisogno di esprimermi, di entrare in dialogo con gli altri e di essere ascoltato. L’arte, in tutte le sue forme, è uno degli strumenti più potenti e immediati per comunicare emozioni, riflessioni e idee. Credo che la scintilla iniziale sia nata da lì. Naturalmente, da bambino non sapevo ancora quale forma avrebbe assunto questa esigenza. Anzi, per molto tempo sono stato convinto di voler fare il chimico. Allo stesso tempo, però, in camera mia improvvisavo spettacoli: utilizzavo la tenda come un sipario, mettevo in scena programmi immaginari, trasformavo i pupazzi in ospiti e mi inventavo il ruolo del presentatore. Cantavo e mi feci regalare una chitarra. In fondo, l’attrazione per quel mondo è sempre esistita. Le cose hanno iniziato a prendere una forma più concreta durante il liceo. Ho vissuto diverse esperienze, anche scolastiche, che mi hanno avvicinato all’ambiente artistico e lì ho provato una sensazione molto chiara: sentivo di stare facendo qualcosa che mi apparteneva profondamente. Questo non significa che tutto mi riuscisse bene. Percepivo però di trovarmi in un contesto nel quale ero completamente a mio agio, come se fossi nel posto giusto. Ricordo anche un episodio molto significativo. Al termine di uno spettacolo, la mia professoressa di chimica si avvicinò e mi disse semplicemente: ‘Tu devi fare questo’. Fu un momento importante. In qualche modo mi sentii autorizzato a prendere sul serio un’idea che fino ad allora avevo tenuto in disparte. La coincidenza curiosa è che proprio la disciplina verso cui immaginavo di orientare il mio futuro stava iniziando a convincermi sempre meno. Studiando chimica mi rendevo conto che, probabilmente, non era ciò che mi appassionava davvero. Poi arrivò questa professoressa che, senza alcun preavviso, mi disse che avrei dovuto dedicarmi al teatro e allo spettacolo. Quelle parole mi colpirono profondamente e mi fecero pensare che forse la direzione giusta fosse davvero quella”.

Immagino che prendere una decisione del genere in una città di provincia non sia stato semplice.

“No, non lo è stato. Oggi credo che per un ragazzo sia molto più facile immaginare un percorso artistico. Attraverso i social network è possibile conoscere scuole di arti performative, seguire studenti che raccontano la propria esperienza e osservare percorsi professionali già avviati. Gli esempi non mancano. Quando ho iniziato, dieci o dodici anni fa, i social esistevano già, ma non avevano la stessa capacità di mostrare in modo immediato ciò che accadeva. Per questo mi sono mosso soprattutto per tentativi. Almeno all’inizio, è stato un percorso costruito passo dopo passo. Era difficile perfino affrontare l’argomento con la famiglia o con gli amici. In una realtà di provincia questi mestieri spesso non vengono percepiti come professioni vere e proprie. Non perché manchino del tutto figure artistiche, ma perché mancano riferimenti immediati. Ad Ascoli Piceno non ci sono molti attori e quelli che ci sono, nella maggior parte dei casi, lavorano altrove. Non hai accanto qualcuno che svolga quotidianamente quel mestiere e che possa rappresentare un modello concreto. Questa assenza di punti di riferimento mi metteva in difficoltà e, inevitabilmente, alimentava anche il timore del giudizio”.

Quindi inizialmente faceva fatica perfino a parlarne apertamente?

“Non avevo il coraggio di affrontare l’argomento. Paradossalmente, a sbloccare la situazione fu mio fratello. Durante una cena di famiglia, sapendo che dopo il liceo mi ero preso una sorta di anno sabbatico, disse semplicemente: ‘Se questa strada ti piace davvero, perché non provi a seguirla?’. A quel punto i miei genitori guardarono lui, poi guardarono me e mi chiesero: ‘Ti interessa davvero? Vuoi affrontarla seriamente? Sei disposto a dedicarle tempo ed energie?’. Risposi di sì. Da quel momento è iniziato tutto. È stato il passaggio in cui una possibilità rimasta fino ad allora quasi implicita si è trasformata in una scelta concreta. Se però torno ancora più indietro, all’origine di tutto, credo che la motivazione sia sempre la stessa: il desiderio di esprimere qualcosa e la speranza che qualcuno sia disposto ad ascoltare”.

Restando sul tema del giudizio, una volta superato quello familiare, come sono andate le cose con il mondo esterno? Le è mai capitato di sentirsi giudicato dai suoi coetanei o dall’ambiente che la circondava? Le pongo questa domanda perché, parlando con molti attori provenienti dalle Marche o dall’Abruzzo, mi è stato raccontato che, soprattutto per un ragazzo, manifestare una sensibilità artistica poteva suscitare diffidenza o portare perfino a mettere in discussione la propria identità. A lei è accaduto qualcosa di simile?

“Sinceramente no. Va detto che all’epoca ero probabilmente molto più eccentrico di quanto non sia oggi. Ero una figura piuttosto riconoscibile e, forse proprio per questo, mi venivano concesse libertà che magari ad altri non sarebbero state accordate. Ero quello che cantava, che recitava, che gravitava intorno al mondo dello spettacolo. Con il tempo questa immagine si è consolidata al punto che molte persone di Ascoli, anche semplici conoscenti, hanno iniziato a contattarmi per le richieste più disparate. Mi è stato proposto praticamente di tutto: dalla candidatura in politica come assessore alla cultura all’animazione per feste di bambini, dalla conduzione di eventi al canto durante i matrimoni. In una realtà come Ascoli, che non è piccolissima ma non dispone neppure di un numero elevato di riferimenti artistici, ero diventato semplicemente la persona a cui si pensava quando serviva qualcuno legato al mondo dello spettacolo. Di conseguenza, quando emergeva un’esigenza in quell’ambito, il mio nome era spesso tra i primi a essere preso in considerazione. Per questo non ho mai vissuto la mia inclinazione artistica come qualcosa di insolito o da giustificare. Al contrario, sono riuscito a ritagliarmi uno spazio nel quale potevo esprimermi liberamente e seguire le mie inclinazioni nel modo che ritenevo più autentico. Ripensandoci oggi, e riguardando fotografie e video di quegli anni, mi rendo conto che ero molto particolare anche nel modo di vestire. Cercavo uno stile estremamente personale, probabilmente più di quanto non faccia oggi. In questo senso credo che l’Accademia abbia avuto un effetto curioso. Per certi aspetti tende ad attenuare le differenze individuali, smussando quella dose di eccentricità e originalità che ciascuno porta con sé. Nella mia esperienza, all’Accademia d’arte drammatica si viveva quasi sempre vestiti di nero. I colori sembravano scomparsi. Era una sorta di uniforme non dichiarata. Tant’è che, una volta conclusi gli studi, ho dovuto quasi reimparare a vestirmi. Non ero più abituato nemmeno ad abbinare colori diversi tra loro, perché per anni avevo indossato quasi esclusivamente il nero. Sotto questo aspetto, però, il rapporto con il giudizio degli altri è sempre stato piuttosto sereno”.

Prima raccontava che, da bambino, desiderava fare qualcosa di significativo perché voleva essere ascoltato. Oggi, guardando al percorso che ha compiuto, ha la sensazione che questo mestiere l’abbia ascoltata oppure che, in qualche modo, l’abbia ignorata?

“Più che sentirmi ascoltato o ignorato, credo di non aver ancora avuto davvero l’occasione di esprimermi fino in fondo. Ho partecipato a molte esperienze nelle quali credo profondamente e che considero importanti, ma continuo a trovare difficile portare sul palco, in scena, in radio o in qualunque altro contesto una visione completamente mia, un punto di vista autentico e personale. La differenza è che oggi ho una maggiore consapevolezza di quale sia quel punto di vista. Naturalmente cambia nel tempo e continua a evolversi, ma ho compreso meglio quali siano le mie priorità e ciò che desidero comunicare. Per molto tempo il mio obiettivo principale è stato farmi conoscere e, soprattutto, imparare. Ho fatto davvero di tutto. Qualsiasi occasione era buona per andare su un set o per trovarmi in un contesto artistico, perché ogni esperienza rappresentava un’opportunità di crescita. Oggi il mio approccio è diverso. Se un progetto non mi stimola anche sul piano umano e creativo, il mio interesse inevitabilmente diminuisce. Non significa che smetta di prenderlo in considerazione, ma cerco sempre più spesso esperienze capaci di coinvolgermi in profondità”.

Uno dei linguaggi attraverso cui cercava di esprimersi era anche la musica. Che ne è stato dei Lycra, il gruppo di cui fa parte?

“Ci siamo fermati. Alla fine della scorsa estate sono emerse alcune divergenze sul futuro del gruppo e abbiamo deciso di prenderci una pausa. Nel frattempo la vita di ciascuno è andata avanti: alcuni componenti hanno sviluppato esigenze diverse, uno dei ragazzi si sposa quest’anno e, inevitabilmente, le priorità cambiano. Abbiamo quindi scelto di interrompere l’attività per qualche mese e di ripensare il progetto. In realtà le idee non mancano. Ci sono già nuovi brani e sono in corso riflessioni importanti sull’identità del gruppo, sugli obiettivi futuri e sulla direzione musicale che desideriamo intraprendere. In questo momento stiamo lavorando per ricostruire l’assetto del progetto e arrivare pronti all’autunno. Possiamo dire che c’è stato circa un anno di pausa, ma l’intenzione è quella di ripartire”.

Dall’antica Grecia fino a Eduardo De Filippo si è spesso sostenuto che la recitazione sia catartica per il pubblico e terapeutica per l’attore. Lei come la vive? È stata una forma di terapia? E, se sì, che cosa le ha permesso di esplorare o comprendere di sé?

“Su questo tema mi capita spesso di confrontarmi, e talvolta anche di discutere, con alcuni colleghi. Mi piace avere uno sguardo ampio sulle arti performative e sul cinema. Non amo osservare il lavoro soltanto dalla prospettiva dell’attore, anche perché ho imparato che le esigenze dell’attore non coincidono necessariamente con quelle del regista, del film o dello spettacolo. Molto spesso noi attori sentiamo il bisogno di inserire una parte consistente di noi stessi all’interno del personaggio. Tuttavia questa è un’esigenza dell’attore, non del personaggio. E non è detto che corrisponda a una necessità dell’opera. Talvolta si tratta semplicemente del desiderio di affrontare determinate dinamiche emotive attraverso una figura narrativa. Da questo punto di vista esiste anche una componente leggermente egoistica, nel senso più positivo del termine, perché il personaggio diventa uno strumento attraverso cui interrogarsi e mettersi alla prova. L’aspetto più interessante, per me, consiste nel chiedersi come reagiremmo in determinate circostanze e nel confrontarci con situazioni che probabilmente non vivremmo mai nella vita quotidiana. Tuttavia questo processo avviene soprattutto prima della scena, durante lo studio e la preparazione. Sul palco, invece, bisogna essere risoluti. Un mio insegnante ripeteva spesso che l’attore deve essere risoluto: l’emozione va conosciuta, attraversata e governata. Se ci si lascia travolgere completamente, si perde la capacità di controllarla. Per questo direi che la recitazione mi ha consentito di esplorare territori interiori che altrimenti non avrei frequentato, spesso attraverso personaggi molto lontani da me. Ma il lavoro più profondo avviene soprattutto nella fase di ricerca, più che nel momento della rappresentazione”.

C’è stato qualche aspetto del suo carattere che ha scoperto grazie alla recitazione e che l’ha sorpresa o addirittura spaventata?

“Sicuramente il rapporto con la violenza fisica. Sono sempre stato una persona molto distante da quel tipo di comportamento. Non ho mai partecipato a una rissa, neppure da ragazzo. Ricordo soltanto un episodio con un amico: a un certo punto sembrava che stessimo per arrivare alle mani, ma non accadde nulla. Ciò che mi colpì fu la sensazione di potere che sembrava derivare dalla possibilità di usare la forza. Già allora quella percezione mi turbò profondamente. Successivamente non mi sono più trovato in situazioni simili nella vita reale. Tuttavia, studiando recitazione, capita di confrontarsi anche con queste dimensioni. Durante esercizi, allenamenti o scene di conflitto fisico si entra in contatto con aspetti di sé che normalmente rimangono nascosti. In quelle circostanze ho percepito quanto possa essere seducente la sensazione di sopraffazione, il sentirsi fisicamente dominante rispetto a un’altra persona. È una sensazione che trovo terribile. Ti fa sentire potente, ma quella potenza nasce dal fatto che stai schiacciando qualcun altro. Ed è proprio questo a renderla inquietante. Tra tutte le emozioni e le sfumature dell’animo umano che ho avuto occasione di esplorare, la violenza è probabilmente quella che mi ha turbato di più, perché non immaginavo di trovarne una traccia anche dentro di me”.

Oggi ha trentadue anni e può già guardare al proprio percorso con una certa distanza. Che cosa pensa di aver sopravvalutato e che cosa di aver sottovalutato agli inizi della sua carriera?

“Credo di aver sopravvalutato il giudizio degli altri. Quando si è agli inizi di un percorso artistico, in realtà non ti osserva quasi nessuno. Non ti guardano i genitori, i parenti, gli amici e, più in generale, non esiste tutta quell’attenzione che spesso immaginiamo. Paradossalmente, questa è una grande fortuna, perché ti permette di fare qualsiasi cosa. Puoi sperimentare, sbagliare, perfino renderti ridicolo, e non succede nulla. Spesso ci raccontiamo che, una volta raggiunto il successo, potremo finalmente esprimerci liberamente e fare ciò che desideriamo davvero. In realtà accade quasi il contrario. Quando il percorso cresce entrano in gioco aspettative, responsabilità e paragoni. Ci si sente più esposti e si comincia a chiedersi se una scelta sia all’altezza di ciò che si è già fatto o di ciò che si vorrebbe realizzare. All’inizio, invece, nessuno ti impedisce davvero di metterti in gioco. Io ho cominciato a farlo tardi. Molto tardi. E quando dico tardi, intendo pochi anni fa. Ancora oggi posso permettermi qualche errore o qualche scelta discutibile senza particolari conseguenze, ma se avessi iniziato prima probabilmente avrei mostrato molto di più di me stesso. Forse avrei avuto il coraggio di realizzare progetti più personali e di esprimere idee che sentivo il bisogno di condividere, senza preoccuparmi eccessivamente di ciò che gli altri avrebbero pensato. Se devo individuare un aspetto che ho sopravvalutato, direi senza dubbio il peso del giudizio altrui. Quanto a ciò che ho sottovalutato, forse i social network. Non del tutto, però, perché ne ho intuito abbastanza presto le potenzialità. Non sono una persona particolarmente attiva nella produzione di contenuti, ma ho compreso rapidamente l’importanza di questi strumenti. A dire il vero, non mi viene in mente nulla che abbia sottovalutato in modo netto e specifico”.

L’aspetto fisico, nel suo percorso, è stato più un vantaggio o un limite?

“È una domanda interessante, perché il mio aspetto fisico è cambiato moltissimo nel corso degli anni. Ci sono fotografie nelle quali sono quasi irriconoscibile. Ho lavorato molto sul mio corpo, ma non con l’obiettivo di diventare più bello. La questione era un’altra. Torno ancora una volta a quel principio che mi accompagna da sempre: Est modus in rebus. Ogni cosa ha una misura e anche il corpo racconta una storia. Ogni fisico comunica qualcosa. Ogni personaggio appartiene a un universo preciso e il corpo dell’attore è già una forma di narrazione. Spesso si sente dire: ‘Hai la faccia da attore’. In realtà è un’espressione che significa tutto e niente, perché se gli attori devono rappresentare il mondo, allora devono esistere tutti i tipi di volti possibili. È inevitabile, però, guardarsi allo specchio e chiedersi: ‘Con questo volto, quali personaggi posso interpretare?’. Ho iniziato a ragionare proprio in questi termini. Ho cercato di comprendere quale fosse la mia presenza scenica e in quale direzione desiderassi svilupparla. La palestra, per esempio, nasce anche da questa riflessione. Non dal desiderio di apparire più attraente, ma dalla volontà di costruire uno strumento di lavoro. Avere una preparazione fisica può essere utile per determinati ruoli, soprattutto quando il corpo è particolarmente esposto. Allo stesso tempo, è importante poterla mettere in secondo piano quando il personaggio richiede caratteristiche diverse. Se un personaggio vive in condizioni che rendono improbabile una preparazione atletica, può risultare poco credibile che venga interpretato da qualcuno che trasmette immediatamente quell’immagine. All’inizio, però, il rapporto con il corpo è stato piuttosto complesso. Oggi probabilmente parleremmo di body shaming. Quando studiavo musical, qualcuno mi fece notare in maniera molto diretta che chi lavorava in quel settore possedeva generalmente una determinata fisicità. Mi venne detto, più o meno: ‘Con questo volto e questi lineamenti, quali personaggi pensa di poter interpretare? Le conviene andare in palestra’. Fu un’osservazione formulata in modo piuttosto brutale. Alla fine in palestra ci sono andato davvero, ma perché ho scoperto che quel percorso mi piaceva e ho deciso di proseguirlo. Detto questo, al di là delle modalità con cui mi venne comunicato, un fondo di verità c’era: chi fa l’attore deve essere consapevole che il proprio corpo racconta qualcosa ancora prima di pronunciare una battuta. È necessario capire quale racconto si vuole trasmettere e lavorare di conseguenza”.

Stella Adler diceva che un attore dovrebbe avere la pelle di un rinoceronte e l’anima di una rosa. Se la pelle del rinoceronte serve a resistere alle difficoltà del mestiere, dove si nasconde la sua anima di rosa? Qual è la sua vulnerabilità più grande, come attore e come essere umano?

“Come attore faccio molta fatica a interpretare personaggi particolarmente spavaldi o irriverenti. Il discorso della risolutezza nasce proprio da qui. Credo che un attore debba aver attraversato molte esperienze, almeno sul piano interiore, per poterle poi utilizzare in scena senza lasciarsene travolgere. Io, invece, mi trovo spesso in difficoltà quando devo rappresentare atteggiamenti di superiorità, arroganza o scherno nei confronti degli altri. Quando interpreto personaggi con queste caratteristiche provo un disagio reale, perché sento che quel modo di essere non mi appartiene. Probabilmente è il mio principale tallone d’Achille come attore. Un interprete dovrebbe essere in grado di attraversare qualsiasi territorio emotivo, anche il più distante dalla propria natura. Io continuo a percepire quell’ambito come particolarmente complesso. Dal punto di vista umano, invece, ho una tendenza piuttosto marcata a voler piacere agli altri. Sono una persona incline a dire di sì. Anche quando qualcosa non mi entusiasma o preferirei non farla, il mio primo impulso è accettare, perché temo che l’altra persona possa rimanere delusa o maturare un giudizio negativo nei miei confronti. Negli anni ho lavorato molto su questo aspetto. Ho capito due cose fondamentali: la prima è che si può dire di no con gentilezza e serenità; la seconda è che, nella maggior parte dei casi, gli altri attribuiscono alle nostre scelte molto meno peso di quanto immaginiamo. Nonostante ciò, ogni volta che devo rifiutare una richiesta, una parte di me continua a opporre resistenza. Credo che queste siano le mie due principali vulnerabilità”.

Qual è stato, fino a oggi, il sacrificio o il compromesso più grande che ha dovuto accettare per costruire il suo percorso?

“Premetto che non mi sento ancora affermato. Faccio molte cose e sono felice di farle, ma non ho la sensazione di essermi realizzato pienamente in nessuna di esse. Ho però la consapevolezza di aver costruito un percorso ricco e articolato. Se devo pensare al sacrificio più grande, direi senza dubbio il tempo. E il tempo, in questo caso, coincide anche con la distanza. Tempo e spazio sono strettamente legati. Parlo della lontananza, fisica e mentale, dalle persone a cui si vuole bene. Questi lavori richiedono molto tempo, portano spesso altrove e costringono a rinunciare a una presenza costante nella vita degli affetti più importanti. Ho amici ad Ascoli che, nonostante torni spesso a casa e nonostante Roma non sia poi così distante, a volte rivedo dopo mesi. Credo che il sacrificio più grande sia proprio questo: avere meno tempo da dedicare alle relazioni e imparare a convivere con l’assenza. Altri aspetti che spesso vengono percepiti come sacrifici, per esempio la mancanza di stabilità, nel mio caso pesano meno. Non ho mai cercato particolarmente una vita prevedibile o scandita da certezze. La distanza, invece, è qualcosa che ogni tanto continua a farsi sentire”.

Questa scelta professionale ha influenzato anche la sua vita privata? Ha inciso sui rapporti, sulle relazioni, sull’idea di famiglia o, più in generale, sul modo in cui ha costruito la sua esistenza?

“Sì, decisamente. Mi ha costretto, in termini molto concreti, ad allontanarmi spesso dalle persone e dai legami che facevano parte della mia vita. Mi ha portato a cambiare città e a spostarmi continuamente. Ho vissuto per anni a Torino, ho trascorso un periodo a Bologna e ho lavorato molto all’estero, soprattutto durante le stagioni estive. Più che impormi delle scadenze, questo percorso mi ha imposto delle distanze. Per quanto riguarda la famiglia o le relazioni sentimentali, credo che siano realtà che si possano desiderare soltanto fino a un certo punto. Forse è un ragionamento delicato, ma penso che esista un rischio nel volerle a tutti i costi. Quando si desidera qualcosa in maniera troppo intensa si finisce per fare qualsiasi cosa pur di ottenerla, e quel ‘qualsiasi cosa’ non sempre coincide con la scelta migliore. Per questo credo che certi aspetti della vita non possano essere pianificati davvero. Più che essere costruiti a tavolino, arrivano”.

Lei porta un cognome importante e letterariamente evocativo. Dall’alto della sua torre antica, che cosa vede guardando al futuro?

“Non lo so. In generale vivo molto nel presente e mi piace lasciarmi sorprendere da ciò che accade. Anche il mio rapporto con Roma nasce da questa predisposizione. Una delle cose che amo della grande città è la possibilità di uscire di casa senza sapere chi incontrerai, dove finirai o quali opportunità potranno nascere. In una realtà più piccola, invece, spesso hai già un’idea abbastanza precisa di come trascorrerà la giornata e delle persone che vedrai. A me piace l’imprevedibilità. Mi piace l’idea di non sapere esattamente che cosa accadrà. Per questo faccio sempre fatica a rispondere quando mi si chiede che cosa vedo nel futuro”.

Che cosa sogna da artista? Lei sa che cosa sogna Marco Leopardi?

“Da un punto di vista concreto, continuo a desiderare di essere sorpreso. Gran parte delle esperienze più belle che ho vissuto sono arrivate in modo inatteso. Mi sono state offerte opportunità che non avrei mai immaginato e che ho accolto con entusiasmo. Spesso, appena un mese prima, non sarei nemmeno stato in grado di concepirle. Se però devo individuare qualcosa che mi piacerebbe raggiungere, direi una collocazione professionale più definita. Forse è proprio questo il motivo per cui non mi sento ancora affermato. Vorrei arrivare a un punto in cui potermi permettere di rallentare un po’, fermarmi ogni tanto e sentirmi meno vincolato da quelle dinamiche di spazio e di tempo di cui parlavamo prima. Mi piacerebbe che le opportunità arrivassero anche perché esisto professionalmente in modo riconoscibile, e non soltanto perché continuo a cercarle. Oggi le occasioni arrivano, ma devo comunque andare loro incontro. Devo essere presente nei luoghi giusti, frequentare ambienti fertili e farmi trovare pronto. È un po’ come aspettare un treno: il treno passa, ma bisogna essere in stazione. Quello che mi piacerebbe, a un certo punto, è che qualche navetta iniziasse a passare anche sotto casa. Forse il mio sogno è proprio questo: raggiungere una posizione che mi permetta di inseguire meno le circostanze e di lasciare che alcune opportunità si presentino in modo più spontaneo”.



Marco Leopardi




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