la città-vetrina divora i suoi figli


Roma, 28 giu – Il caso dell’ex Cinema Metropolitan non è più soltanto una polemica culturale. È diventato, nel giro di pochi giorni, il punto di emersione di una frattura più profonda dentro la sinistra romana: una frattura tra chi governa la città, chi pretende di rappresentarne i movimenti e chi, attraverso la cultura, ha costruito negli anni una posizione di forza dentro lo stesso sistema urbano che oggi dice di voler contestare.

Il Piccolo America sfida Gualtieri e fa saltare i nervi alla sinistra

La cronaca è nota ma conviene ripercorrerla. Il Metropolitan di via del Corso, chiuso dal 2010, sarà riconvertito in uno spazio commerciale su tre livelli, mantenendo una sala residua da circa cento posti per proiezioni ed eventi culturali. L’operazione, frutto dell’accordo tra Regione Lazio e Comune di Roma, viene presentata dai promotori come una riqualificazione capace di sbloccare un edificio abbandonato, generare posti di lavoro e portare nelle casse comunali circa sette milioni di euro di oneri, da destinare alla riapertura di altri cinema storici. Per i contrari, invece, è l’ennesima resa del centro storico alla rendita commerciale e turistica. In questo quadro entra Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America, che ha lanciato una mobilitazione contro la trasformazione del Metropolitan e ha annunciato il progetto di una lista civica, “La Roma che non c’è”, in vista delle comunali del 2027. Carocci ha rivendicato il ricorso al Tar presentato dalla Fondazione il 27 dicembre 2025, ha respinto le insinuazioni di Dagospia su un presunto scambio tra fondi pubblici e silenzio politico, ha diffidato la testata e ha chiesto le dimissioni di due esponenti della maggioranza capitolina, Valeria Baglio e Antonella Melito, accusate di aver sostenuto un’operazione considerata inaccettabile.

Il cortocircuito di tre mondi dello stesso campo

Fin qui, potrebbe sembrare il solito scontro romano tra cultura, politica e palazzi. Ma il punto è un altro. Il Metropolitan ha messo in corto circuito tre mondi che fino a ieri sembravano parte dello stesso campo: la sinistra di governo, la sinistra dei comitati e la sinistra culturale-mediatica. La prima, rappresentata dalla giunta Gualtieri, amministra dentro le compatibilità della città contemporanea: accordi di programma, fondi immobiliari, eventi, turismo, riqualificazioni, valorizzazioni. La seconda denuncia da anni sfratti, studentati privati, quartieri svuotati, case popolari abbandonate, trasformazioni urbane calate dall’alto. La terza vive di linguaggio movimentista, consenso culturale, relazioni istituzionali e forte capacità mediatica. È proprio quest’ultima figura a rendere il caso interessante. Il Piccolo America nasce da un’esperienza di occupazione e conflitto attorno al Cinema America di Trastevere. Negli anni, però, quella storia cambia natura: da occupazione diventa associazione, poi fondazione, poi soggetto culturale riconosciuto, finanziato, sostenuto da istituzioni, sponsor, grandi nomi del cinema, reti mediatiche e politiche. Non c’è nulla di illecito in questo passaggio. Anzi, è il percorso tipico di molte realtà urbane nate “dal basso” e poi integrate dentro il circuito pubblico-privato della cultura metropolitana: dal Porto Fluviale allo SpinTime. E proprio qui sta il nodo politico.

Il Cinema America da gruppetto a Potenza culturale

La Fondazione Piccolo America non è più semplicemente un gruppo di ragazzi che proietta film in piazza. È un operatore culturale strutturato, capace di gestire spazi, attrarre finanziamenti, dialogare con ministeri, Regione, Comune, sponsor privati e grandi firme internazionali. Nel 2023 Roma Capitale ha concesso 250mila euro alle arene estive del Cinema America, scelta criticata perché avvenuta fuori dal bando dell’Estate Romana. Per il Cinema Troisi, la ricostruzione pubblicata da Cinematografo parla di lavori finanziati con oltre un milione di euro dal Ministero della Cultura, 100mila euro dalla Regione Lazio tramite Lazio Innova, fondi propri e donazioni, sponsorizzazioni Siae e Bnl, oltre a una linea di credito da 700mila euro. Per il 2026 la Regione Lazio ha previsto un contributo straordinario da 300mila euro per Il Cinema in Piazza. Sono dati che servono a descrivere una posizione. Il Piccolo America non è esterno al sistema urbano romano: ne è uno degli attori culturali più riconosciuti. Non parla da fuori. Parla da dentro. E quando un soggetto così si presenta come voce contro la fondi-immobiliarizzazione della città, la domanda diventa inevitabile: dove finisce la contestazione e dove comincia la competizione per la rappresentanza della città-vetrina?

Roma è gentrificata anche dall’industria culturale

La polemica di una certa parte “attivista” della sinistra contro Carocci va letta in questo senso. Christian Raimo, per esempio, non ha contestato tanto la battaglia sul Metropolitan, quanto la pretesa del Piccolo America di “scoprire ora” la gentrificazione, dopo anni di presenza in uno dei quartieri più trasfigurati di Roma: Trastevere. Il rione popolare per eccellenza che è diventato negli ultimi decenni un laboratorio di turistificazione, affitti brevi, locali, consumo notturno, svuotamento residenziale e messa a rendita dell’autenticità romana. E proprio lì il Piccolo America ha costruito una parte fondamentale del proprio capitale simbolico. Il punto è scomodo, ma reale. La cultura non è neutra dentro la città gentrificata. Un cinema, una rassegna gratuita, un festival, una sala studio, un’arena estiva possono produrre socialità, certo. Possono anche salvare spazi dall’abbandono. Ma possono allo stesso tempo rendere un quartiere più desiderabile, più narrabile, più vendibile. Possono trasformare il rione in marchio, la memoria popolare in atmosfera, la vita urbana in consumo culturale. È qui che il discorso progressista mostra la sua contraddizione più lacerante: denuncia la rendita quando arriva sotto forma di centro commerciale, ma fatica a riconoscerla quando passa attraverso cinema d’autore, eventi gratuiti, ospiti internazionali, magliette, tazze, brand di rione e capitale relazionale.

Il conflitto per la rendita

Il progetto del “multisala diffuso” lo conferma. Nel 2023 la Fondazione Piccolo America annunciò un’offerta da 2,5 milioni di euro per acquistare il Cinema America, con il sostegno di imprenditori dell’audiovisivo e l’idea di creare un distretto cinematografico tra i vicoli di Trastevere. La società prevista sarebbe stata composta al 51% dalla Fondazione e al 49% da soci finanziatori. Nulla di illegittimo, sia chiaro. Ma politicamente il quadro si allarga: non siamo più nel campo dell’attivismo urbano, ma davanti a un modello ibrido di no profit, impresa culturale, finanza privata, sostegno pubblico, rendita simbolica, presidio territoriale. Ed è proprio questo modello ibrido a raccontare la trasformazione della sinistra urbana. Il vecchio conflitto capitale-lavoro è stato sostituito, nelle metropoli, da un conflitto più ambiguo attorno alla rendita. Non più soltanto fabbrica contro operaio, padrone contro salariato, ma proprietario, fondo, piattaforma, amministrazione, cultura, turismo, consumo, eventi, affitti brevi. In questo nuovo scenario i ceti progressisti non sono necessariamente gli antagonisti del capitale urbano. Spesso ne sono il reparto culturale. Rendono accettabile la trasformazione. La traducono in linguaggio morale. La vestono di inclusione, partecipazione, antifascismo, sostenibilità, cinema, diritti, comunità.

L’antifascismo è commensale nella città turistica

È in questo contesto che la galassia antifascista urbana mostra la propria funzione sociale più evidente. Non vive ai margini dello Stato, ma dentro il suo sistema di riconoscimento. Bandi, contributi, patrocini, concessioni, spazi, fondazioni, reti associative, festival, assessorati, università, giornali amici: questo è l’ecosistema dentro cui cresce l’”anti-sistema” delle città. Ovviamente il fenomeno non riguarda solo Roma e non riguarda solo il Piccolo America: basti pensare al caso del Leoncavallo di Milano. È un tratto generale del progressismo metropolitano: parlare il linguaggio della lotta mentre si sopravvive grazie alla stessa macchina amministrativa, economica e culturale che si dice di voler combattere. Il risultato è una forma di opposizione perfettamente compatibile con la città liberal-capitalista. Un’opposizione che non mette davvero in discussione la struttura materiale della trasformazione urbana, ma ne contesta selettivamente alcuni effetti. Si mobilita quando la trasformazione tocca il proprio perimetro culturale, la propria rete, la propria identità pubblica. Molto meno quando il conflitto riguarda la vita ordinaria dei ceti popolari: sfratti, salari, case popolari, periferie, trasporti, sicurezza, commercio di prossimità, residenti espulsi dal centro.

La sinistra di fronte alle sue contraddizioni

La sinistra romana si trova ora davanti a questa contraddizione. Da un lato accusa Gualtieri di piegare Roma agli interessi dei fondi, degli investitori, dei grandi eventi e della città per turisti. Dall’altro scopre che una parte del suo stesso mondo culturale è cresciuta dentro quella trasformazione, usando il linguaggio del bene comune per costruire posizione, forza contrattuale e capitale simbolico. La lista civica annunciata da Carocci nasce dentro questa ambiguità. Può presentarsi come risposta alla città consumata, ma porta con sé la domanda che anche altri settori della sinistra stanno sollevando: chi può parlare a nome della città popolare, se la propria forza nasce nel cuore della città già gentrificata? Perché in fondo, questa guerra interna è anche una crisi di rappresentanza. Il Pd romano ha governato Roma immaginando di poter tenere insieme amministrazione, grandi trasformazioni urbane, mondo culturale, comitati, antifascismo, turismo e rendita. Ora quel blocco si incrina e i comitati vedono la giunta come troppo vicina agli interessi immobiliari. I settori culturali vogliono autonomia politica e minacciano liste civiche. Gli attivisti accusano le fondazioni di essersi appropriate di battaglie collettive. Tutti usano le stesse parole: città umana, beni comuni, cultura, diritto all’abitare, lotta alla rendita. Ma ognuno le usa per difendere una posizione diversa.

Roma non è svuotata solo dai fondi immobiliari

Il caso Metropolitan è quindi molto più di una battaglia su una sala cinematografica. È una radiografia spietata che mostra come la sinistra urbana, dopo aver costruito per anni la propria superiorità morale sull’idea di difendere la città dagli speculatori, si ritrovi oggi divisa tra chi quella città la amministra, chi la contesta e chi la rende culturalmente desiderabile. Il centro commerciale di via del Corso è solo la forma più scoperta della trasformazione. Più difficile da vedere è l’altra: quella che non arriva con le insegne dei negozi, ma con il linguaggio della cultura, della partecipazione e della resistenza. Roma, in fondo, non viene svuotata solo dai fondi immobiliari. Viene svuotata anche quando la sua vita popolare diventa scenografia, quando il quartiere-rione diventa brand, quando la cultura diventa dispositivo di valorizzazione, quando il conflitto diventa una posizione spendibile nelle trattative con le istituzioni. La sinistra romana oggi litiga perché tutti, in forme diverse, hanno contribuito a questo meccanismo. E la città reale, intanto, continua a perdere residenti, case, negozi, memoria e sostanza.

Per questo la domanda non è se il Metropolitan debba diventare o no un centro commerciale. Su questo la risposta è persino facile: no, una città storica non può continuare a scambiare sale, piazze e spazi pubblici con vetrine e flussi turistici. La domanda più seria è un’altra: chi ha ancora l’autorità per opporsi a questo processo senza esserne già parte? Lo scontro Gualtieri-Carocci, e con loro quello della sinistra romana nasce qui. Tutti vogliono baccagliare contro la rendita, ma nei fatti, tutti hanno imparato a vivere dentro la rendita.

Sergio Filacchioni




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