Le malattie che possono colpire le bovine da latte sono numericamente poche, ma spesso molto insidiose e di non facile risoluzione, poiché individuare le cause che ne sono all’origine è un processo complesso. Del resto, anche nell’uomo esistono numerose patologie la cui diagnosi e terapia risultano particolarmente difficili.
Gestire le malattie infettive significa innanzitutto diagnosticarle correttamente, sia a livello clinico sia attraverso le indagini di laboratorio; inoltre, farmaci e vaccini rappresentano spesso strumenti efficaci per il controllo delle principali forme patologiche. Tuttavia, l’esperienza insegna che ogni patologia d’allevamento deve essere affrontata considerando tutti i fattori di rischio, sia individuali sia collettivi, oltre ai fattori eziologici, ossia le cause dirette della malattia.
A titolo di esempio della plurifattorialità eziologica, una diarrea del vitello può essere sostenuta contemporaneamente da virus, batteri e parassiti che spesso agiscono in sinergia, mentre alimentazione e ambiente ne condizionano sia l’insorgenza sia il decorso clinico. Nella bovina adulta in lattazione, le principali patologie di interesse sono le mastiti, cliniche e subcliniche, le zoppie, di origine infettiva, metabolica o mista, la sindrome della subfertilità e le malattie metaboliche.
Questo esiguo gruppo di patologie interagisce spesso tra loro e condiziona fortemente le prestazioni produttive, riproduttive e sanitarie sia del singolo animale sia dell’allevamento. Quando le cose in allevamento non vanno come si vorrebbe, l’allevatore cerca nel proprio veterinario e nel suo alimentarista o nutrizionista una motivazione e, possibilmente, una soluzione oggettivamente misurabile. Quello che si dovrebbe fare è applicare il metodo medico, ossia partire da un’anamnesi, che consiste nel raccogliere il maggior numero possibile di informazioni, proseguire con una diagnosi, impostare una terapia e definire una prognosi, cioè comprendere se il problema è risolvibile o meno. Questo approccio vale per il singolo animale ma anche per l’intera mandria.
Le micotossine, ossia le tossine di origine fungina che si accumulano negli alimenti zootecnici, devono entrare nella lista dei fattori causali da indagare. Vediamo insieme di capire quali sono e come ricercarle negli alimenti, nella consapevolezza che l’assenza totale nei vari componenti di una dieta per bovine da latte, ma anche nell’alimentazione umana, è impensabile da ottenere, poiché tutti gli alimenti, chi più chi meno, risultano contaminati.
Nella rubrica Report e News del DiANA dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, ad aprile 2025, abbiamo pubblicato un articolo divulgativo sulle micotossine dal titolo “Micotossine nelle diete per bovini: un aggiornamento sui limiti massimi di sicurezza”, realizzato dal prof. Antonio Gallo e dal suo gruppo di ricerca, con l’obiettivo di fare chiarezza sui limiti massimi di contaminazione di alcune micotossine ritenute nocive per i bovini e potenzialmente responsabili di residui nel latte e nella carne, con implicazioni anche per la salute umana.
Ad oggi si conoscono circa 400 micotossine, ma solo per alcune si dispone di evidenze certe sulla reale patogenicità per l’uomo e per gli animali. Per quanto riguarda la bovina da latte e, più in generale, i ruminanti d’allevamento, le principali micotossine attenzionate sono aflatossine, deossinivalenolo, fumonisine, ocratossine, patulina e zearalenone.
Queste micotossine sono metaboliti naturali prodotti da muffe dei generi Aspergillus, Fusarium e Penicillium. Si tratta di contaminanti ubiquitari presenti sulle piante, ma in condizioni di stress termico, stress idrico, elevata umidità o errata conservazione di granelle e foraggi, la loro concentrazione può aumentare fino a livelli potenzialmente patogeni.
Particolare attenzione è rivolta alle aflatossine B1, B2, G1 e G2, prodotte da Aspergillus flavus e Aspergillus parasiticus. Esse possono essere presenti in alimenti come mais, sorgo, riso, semi di cotone, arachidi e altri alimenti. Tra queste, la più pericolosa per la salute animale e umana è la AFB1, che può essere escreta nel latte sotto forma di AFM1.
In Europa e in gran parte del mondo, una concentrazione di AFM1 nel latte superiore a 50 ppt è considerata illegale, mentre il limite scende a 25 ppt per il latte destinato all’alimentazione infantile. Si stima che la percentuale di AFB1 trasferita nel latte come AFM1 sia compresa tra il 2,0% e il 6,2%.
Considerata la pericolosità delle elevate concentrazioni di AFM1, per ridurre al minimo i rischi di trasferimento della AFB1 sotto forma di AFM1 nel latte, si stabilisce che la concentrazione massima di AFB1 nei mangimi composti per bovine da latte debba essere di 5 ppb (0,005 ppm), mentre nelle materie prime il limite è di 20 ppb (0,02 ppm).
Un’altra micotossina ampiamente attenzionata è il deossinivalenolo, noto anche come DON o “vomitossina”, prodotto prevalentemente da Fusarium spp.. Gli alimenti zootecnici contaminati da DON presentano spesso anche zearalenone, un’altra micotossina prodotta da muffe del genere Fusarium. Sono potenzialmente a rischio di contaminazione tutti i cereali e i foraggi.
Un’elevata presenza di DON nelle diete giornaliere può determinare un calo dell’ingestione, con le conseguenti ripercussioni sulla produttività e sullo stato metabolico dei ruminanti in lattazione. In ogni caso, i bovini risultano relativamente resistenti a questa micotossina, poiché il microbiota ruminale e intestinale è in grado di convertirla in DOM-1.
Il livello massimo raccomandato dalla FDA è di 5 ppm (5.000 ppb), mentre la Raccomandazione UE 2016/1319 del 29 luglio 2016 indica un valore massimo consigliato di 8.000 ppb (8 ppm), con un limite di 12.000 ppb (12 ppm) per i sottoprodotti del mais.
Le fumonisine (FB1 e FB2) sono micotossine prodotte in campo o durante lo stoccaggio degli alimenti da diverse specie del genere Fusarium e si ritrovano prevalentemente nel mais e nei suoi derivati. I ruminanti mostrano una buona tolleranza, poiché il loro assorbimento è limitato; per la FB1, il tasso di trasferimento nel latte è compreso tra 0 e 0,005% dell’ingestione.
La FDA raccomanda un livello massimo di contaminazione della razione totale per bovine da latte pari a 15.000 ppb (15 ppm), mentre la Raccomandazione UE 2016/1319 indica un valore massimo di 60 ppm (60.000 ppb) per mais e derivati e di 50 ppm (50.000 ppb) per i mangimi composti destinati ai ruminanti adulti.
L’ocratossina A, prodotta da Aspergillus e Penicillium spp., viene in larga parte degradata nei prestomaci in ocratossina α e fenilalanina, forme non tossiche. Effetti tossici possono manifestarsi a livelli superiori a 12 mg/kg di peso corporeo; per una bovina adulta, una dose giornaliera protratta nel tempo pari a circa 8,4 g potrebbe risultare problematica. La Raccomandazione UE 2016/1319 suggerisce un livello massimo di 0,25 ppm (250 ppb) nelle materie prime destinate ai mangimi.
Conclusioni
I contaminanti degli alimenti, di varia natura, devono essere inseriti nei percorsi diagnostici qualora, all’interno di un allevamento, si osservino ridotte performance produttive, problemi riproduttivi o criticità sanitarie. Ad eccezione di AFB1 e AFM1, per le quali esistono limiti chiari imposti dalla normativa, per le altre micotossine di interesse zootecnico i ruminanti, e in particolare le bovine da latte, mostrano una certa tolleranza, almeno fino a determinate concentrazioni.
Le indicazioni della Food and Drug Administration statunitense, i pareri EFSA e la legislazione europea per zearalenone, vomitossina (DON), fumonisine e deossinivalenolo si limitano a fornire raccomandazioni sulle concentrazioni massime negli alimenti zootecnici, più che a definire veri e propri limiti vincolanti.
Quello che si consiglia è l’analisi periodica delle razioni complete, ossia il TMR (unifeed) o il PMR, confrontando i risultati ottenuti con le “Linee guida micotossine e limiti nelle diete per bovini” realizzate dal prof. Antonio Gallo e dal dott. Alessandro Catellani del Dipartimento DiANA dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza (aggiornamento versione 04/2025).
Qualora la razione completa presenti concentrazioni di micotossine superiori a quanto raccomandato, si procede alla quantificazione nei singoli alimenti. Considerando che non esiste un livello di contaminazione pari a zero negli alimenti, prima di adottare misure preventive per la micotossicosi, come l’esclusione di alimenti a rischio o l’inserimento di binder in razione, è fondamentale adottare un approccio razionale e basato sui dati.
Molto utile è anche confrontarsi con i dati medi riscontrati da laboratori come il Laboratorio Analisi Zootecniche di Gonzaga. A questo proposito, Ruminantia ha affrontato il tema in un articolo dal titolo “Per una gestione razionale delle micotossine in allevamento”, pubblicato a maggio 2025, in cui vengono discussi approcci pratici e basati su dati reali per l’interpretazione della contaminazione da micotossine negli alimenti zootecnici.
In tale contributo viene sottolineato come il valore aggiunto dei laboratori di riferimento non sia soltanto l’analisi del singolo campione, ma soprattutto la disponibilità di valori medi, distribuzioni e benchmark utili per inquadrare correttamente il livello di rischio nelle diverse matrici alimentari, supportando così il lavoro di veterinari e nutrizionisti.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione Ruminantia
Source link





