Pubblichiamo la traduzione in italiano della lettera aperta del cantautore cubano Raúl Torres indirizzata alla Presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez.
Il documento, inviatoci dal compagno cubano JoCarlos Ruiz, propone una riflessione critica sul momento politico attraversato dal Venezuela e sul futuro del progetto bolivariano nel contesto delle attuali tensioni internazionali.
Traduzione a cura di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista.
La traduzione e altri materiali di approfondimento su Cuba, America Latina e internazionalismo sono disponibili sul blog di Cuba Mambí SBLOQUEANDO:
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LETTERA A DELCY RODRÍGUEZ
Fratelli latinoamericani,
è importante riconoscere che l’attuale situazione del Venezuela è di una sensibilità straordinaria. Dopo i drammatici avvenimenti del gennaio 2026, il governo di transizione guidato da Delcy Rodríguez naviga sotto una pressione esterna soffocante, cercando un equilibrio che per molti di noi nel campo rivoluzionario sfiora la capitolazione. Il confine tra resistenza tattica e sottomissione strategica è diventato, per molti, dolorosamente sfumato. Questa lettera, pertanto, non vuole impartire lezioni, ma esprimere lo strazio di un popolo che sente che le proprie bandiere storiche stanno iniziando a essere ammainate. È uno scritto per impedire che si chiudano gli occhi a coloro che oggi hanno nelle loro mani il timone della patria bolivariana.
Alla Signora Delcy Eloína Rodríguez Gómez, Presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Da parte dei figli e delle figlie della Rivoluzione Latinoamericana, dall’anima ferita della Cuba ribelle e solidale.
Presidente,
Le scrivo dal dolore più profondo che si annida nel petto di chi ha visto il proprio sangue piegare le ginocchia. Le scrivo con l’inchiostro invisibile delle lacrime di un continente che, per secoli, si è rialzato per non baciare la frusta di alcun padrone. Oggi la storia ci osserva con i suoi occhi di pietra e di fuoco e ci domanda: dov’è finita la dignità? In quale curva del cammino abbiamo smarrito l’anima ribelle che ci hanno lasciato in eredità i liberatori?
Lei è cresciuta all’ombra della leggenda di Jorge Antonio Rodríguez, suo padre, un martire che offrì la propria vita, torturato dalla polizia politica del sistema puntofijista, senza mai denunciare i suoi compagni della Lega Socialista. Lei, Delcy, è figlia di quel sacrificio. Per questo fa così male vederla oggi, non come la “tigre” che difendeva con fierezza la sovranità dalla Cancelleria, ma come colei che sussurra, con un sorriso compiaciuto, che stabilirà “relazioni rispettose” con lo stesso impero che ha sequestrato il suo predecessore.
La osserviamo, Presidente, e quasi non riconosciamo più il fulgore della Rivoluzione. La vediamo accordarsi con coloro che hanno devastato l’economia venezuelana attraverso sanzioni criminali; la vediamo aprire le porte del petrolio alle stesse multinazionali che Chávez nazionalizzò con mano ferma. Lei ha detto che si tratta di un “nuovo momento politico”, ma nei quartieri popolari, nelle comuni, nelle caserme dove ancora sventola la bandiera della Patria Grande, questo suona come la triste giustificazione di chi confonde la prudenza con la genuflessione. Inginocchiarsi davanti all’impero che ci blocca non è un “nuovo momento”: è semplicemente una rinuncia.
Dov’è l’eredità del Comandante Eterno, Hugo Chávez Frías? Quell’uomo che con la sua voce da uragano svegliò i popoli addormentati e restituì a Simón Bolívar la sua spada filosofica. Quel soldato del Socialismo del XXI secolo che ci insegnò che l’unico modo di essere liberi è essere pienamente sovrani. Chávez non si inginocchiò né davanti al sabotaggio petrolifero, né davanti al golpe dell’aprile 2002, né davanti alle minacce di morte. Preferì essere un gigante scomodo piuttosto che un servitore redditizio. Oggi, osservando come vengono gestite le cose pubbliche, ci chiediamo con il cuore stretto: stiamo amministrando la sconfitta invece di organizzare la resistenza?
La Cuba di Martí, di Fidel e del Che la osserva con i pugni serrati. Noi, che abbiamo resistito per sessantacinque anni a un blocco genocida senza mai consegnare la nostra dignità, sentiamo una pugnalata al fianco vedendo che, con il cambio di potere a Caracas, il sostegno energetico che manteneva in parte la nostra isola è crollato nel silenzio complice. Lei, che si è riunita con il direttore della CIA mentre i nostri bambini soffrivano interminabili blackout, saprà comprendere il nostro sgomento. Fa male vedere come la solidarietà incondizionata che Cuba ha offerto al Venezuela — medici, educatori, militari caduti in difesa del suo territorio — venga oggi ripagata con l’accondiscendenza verso coloro che strangolano la nostra economia. Cuba non merita questa indifferenza, sorella. Non è così che si onora il sangue condiviso.
Lo spirito del Liberatore Simón Bolívar percorre oggi l’America incatenata. Che cosa facciamo del suo testamento di unità antimperialista? Bolívar ci avvertì che gli Stati Uniti “sembrano destinati dalla Provvidenza a colmare l’America di miserie in nome della libertà”. Mentre lei afferma che “abbiamo il diritto di avere relazioni con gli Stati Uniti”, noi le rispondiamo con il dolore di chi ha già visto troppe volte questo film: non abbiamo il diritto di mendicare. Abbiamo il diritto di commerciare, sì, ma in piedi, con rispetto reciproco, senza consegnare ad altri l’amministrazione del nostro denaro né le chiavi delle nostre risorse.
O forse non sanguina ancora il ricordo dei 32 militari cubani uccisi durante l’attacco che permise la cattura di Maduro? Quei figli di Martí, caduti difendendo la terra di Bolívar mentre i vertici venezuelani, secondo quanto si sostiene, paralizzavano la risposta militare. Questa ferita non si è chiusa. Ogni giorno in cui lei si siede a negoziare senza esigere giustizia e piena verità per quei martiri, l’eredità della Rivoluzione si scioglie come una zolletta di zucchero nel mare amaro della Realpolitik.
Questa non è una lettera contro il Venezuela. È una lettera a favore dell’anima del Venezuela. Non lasciamoci ingannare dai canti delle sirene. L’oligarchia venezuelana, la stessa che applaudì le sanzioni e i colpi di Stato, non vuole pace né transizione: vuole restaurazione. Vuole trasformare nuovamente scuole e ospedali in affari e i contadini in servi. Se il chavismo dovesse trasformarsi nell’amministratore docile dell’agenda imperiale, avrebbe tradito non solo Chávez, ma anche quel popolo umile che continua a credere, che continua a fare la fila per il CLAP, che continua a sognare il Socialismo Bolivariano.
Mi rivolgo alla Delcy che un tempo fu una giovane rivoluzionaria, alla figlia del guerrigliero, alla donna che salì nei ranghi del partito con la bandiera rossa alzata. Reagisca, Presidente. Non è vero che l’unica opzione sia “piegarsi per non spezzarsi”. Esiste la strada della resistenza attiva e della mobilitazione popolare. Esiste la strada della sovranità tecnologica, dell’alleanza strategica con i popoli del Sud Globale. Esiste, in definitiva, la possibilità di tornare a essere ciò che eravamo: la speranza accesa dell’umanità, il faro dei popoli oppressi.
Come scrisse il grande Pablo Neruda, ferito anch’egli dai tradimenti del suo tempo: “Potranno tagliare tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera”. Non sia lei, Delcy, la mano che impugna le forbici contro i fiori che il Comandante Chávez ha seminato. Non scriva il suo nome nella pagina di coloro che, per paura o per ambizione, sono passati dalla parte dei vincitori di turno.
Noi, da questa trincea di dignità, continuiamo a credere nel Venezuela eroico. Ma abbiamo bisogno di vedere lei all’altezza di quell’eroismo. Le chiediamo, con amore rivoluzionario, di correggere la rotta. Di onorare i martiri. Di ritrovare l’ideale bolivariano, l’antimperialismo coerente e la solidarietà che ci unisce come popoli.
Fino alla Vittoria, Sempre.
Patria o Morte.
Vinceremo.
Raúl Torres
Un figlio afro-latinoamericano…
Compositore della canzone “Il ritorno dell’Amico”.
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