Écône e lo scisma dei lefebvriani: la tradizione tra immobilità e vita nella lettura di Andrea Grillo


Il primo luglio, nel seminario di Écône, la Fraternità San Pio X procede alla consacrazione di quattro nuovi vescovi senza l’autorizzazione della Santa Sede, riaprendo una frattura che affonda le sue radici nello scisma del 1988. Sul piano canonico, il gesto comporta la scomunica latae sententiae, ma per il teologo laico Andrea Grillo, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, ridurre la questione alla sola dimensione giuridica significa perdere il nodo più profondo: il rifiuto del Concilio Vaticano II e una concezione della tradizione che, invece di custodirla, finirebbe per congelarla.

Per Grillo, infatti, il primo rischio è quello di leggere l’evento soltanto attraverso le categorie del diritto canonico. Certo, osserva a RaiNews, “la questione diventa grave dal punto di vista dell’ordinamento giuridico perché lo scisma è un delitto che implica la mancanza di sottomissione al Pontefice romano”. Eppure, aggiunge subito dopo, il paradosso è evidente: “È interessante che questo delitto sia accompagnato da una dichiarazione di sottomissione”.


Dietro questa apparente contraddizione, secondo il teologo, si nasconde il vero nodo della vicenda: “In realtà la FSSPX, ordinando quattro vescovi senza l’accordo di Roma, entra inevitabilmente in conflitto sul piano giuridico con Roma. Ma se ci si chiede perché Roma non sia d’accordo, allora si comprende che la vera questione non è giuridica, ma dottrinale”. In questo senso, anche la liturgia diventa “uno schermo, anche se molto significativo”, perché esprime una distanza più profonda dalla comunione ecclesiale. “I lefebvriani non accettano la liturgia viva e preferiscono chiudersi nel passato liturgico”, osserva Grillo, sottolineando come questa scelta si traduca in una forma di separazione dalla Chiesa di Roma.

Il cuore della sua analisi riguarda però il concetto stesso di tradizione. Quello che spesso viene presentato come “tradizionalismo”, spiega Grillo nell’intervista a Pierluigi Mele, non sarebbe affatto una forma più rigorosa di fedeltà, ma al contrario una sua distorsione. “Tradizionalismo è un termine nato non per rafforzare, ma per negare la tradizione”, afferma. E la differenza è decisiva: “La tradizione vive di un rapporto costitutivo tra passato, presente e futuro. Potremmo dire che tradizione è la possibilità della novità. Il tradizionalismo chiude la tradizione nel passato e così la perde”.

Per rendere più concreta questa idea, Grillo richiama un’immagine attribuita a Maurice Blondel: “A un chiodo dipinto si può appendere soltanto una catena dipinta”. È una metafora che descrive bene, secondo lui, il limite di una tradizione ridotta a forma immobile, incapace di reggere il peso della vita reale della fede.

Da qui si apre un’altra questione decisiva, quella del rapporto tra fede, autorità e ragione. “La fede vive di un equilibrio delicato tra autorità ed evidenza”, spiega Grillo. Se questo equilibrio si spezza e “si pensa di ridurre la tradizione ad obbedienza, si cade in un errore irrimediabile”. Perché in questo modo si finisce per negare proprio ciò che rende possibile il riconoscimento della verità evangelica nella storia concreta: “Si nega il principio che permette di riconoscere l’ispirazione nel Vangelo e nell’esperienza umana”.

Il punto di frattura più evidente resta il Concilio Vaticano II, che per Grillo non può essere considerato un capitolo opzionale della vita della Chiesa. Al contrario, è parte integrante della tradizione viva. “Chiudere la Chiesa nelle evidenze ottocentesche significa restare indietro rispetto alla storia e alla coscienza”, osserva. E aggiunge con chiarezza: “Il Vaticano II non è cedimento al male, ma riconoscimento del bene”.


In questa prospettiva, il Concilio diventa la chiave per comprendere il rapporto tra tradizione e storia: non un blocco immobile, ma un processo che si rinnova. “Ha risposto ai segni dei tempi di allora e ci permette di rispondere anche ai nuovi segni dei tempi”, afferma Grillo, indicando nella dinamica storica il luogo stesso della fedeltà ecclesiale.

Una delle immagini più ricorrenti nel suo ragionamento è quella del giardino contrapposto al museo. “La tradizione non è un museo, ma un giardino”, spiega, riprendendo una suggestione attribuita a papa Giovanni XXIII. Nel museo tutto è ordinato, protetto, stabile, ma anche immobile e inerte. Il giardino, invece, è vivo, ma proprio per questo esposto al rischio, alla cura, alla trasformazione continua. “Solo il giardino è vivo, mentre il museo è morto”, afferma. E custodire la tradizione significa appunto “seminare, irrigare, concimare, raccogliere e distribuire”.

Guardando alla vicenda di Écône, Grillo legge così una ripetizione dello scisma del 1988, quasi quarant’anni dopo. “Stare fermi, quasi mummificarsi, è diventato per loro una questione di identità”, osserva. E aggiunge: “Il riferimento alla liturgia immutabile è un inganno”.

Anche per questo, secondo il teologo, la Chiesa non può permettersi di arrestare il proprio cammino. “Una Chiesa che deve andare avanti è un’evidenza secolare”, afferma, sottolineando che il problema non è la perdita dell’identità, ma il suo irrigidimento. “Andare avanti non significa rinunciare alla propria identità, ma assumerla nella comunione di una Chiesa più accogliente, misericordiosa e plurale”.

La conclusione è netta: la comunione con Roma non è un elemento accessorio, ma il criterio decisivo della cattolicità. E proprio per questo, sostiene Grillo, la scelta di Écône segna una linea di separazione chiara. “L’uso del rito vecchio come alternativa alla riforma del Concilio Vaticano II porta allo scisma”, afferma senza esitazioni. E aggiunge: “Dal 1° luglio sarà a tutti evidente che chi resiste a questo cadrà ufficialmente fuori dalla comunione cattolica”.


In questa lettura, il caso lefebvriano non è soltanto una vicenda disciplinare o liturgica, ma una domanda aperta sul modo stesso di intendere la tradizione cristiana. Tra immobilità e sviluppo, tra museo e giardino, tra memoria e storia, si gioca una parte decisiva del rapporto della Chiesa con il proprio futuro.

S.C.


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