Genova tra insicurezza e derive identitarie: il rischio di una città divisa tra paura e retoriche suprematiste (Roberto Bobbio e Salvatore Izzo)


Residenti e commercianti del centro storico di Genova hanno presentato un esposto in Procura contro lo spaccio e il degrado. Novantasei le firme raccolte dall’avvocato Marco Mensi. Nel documento vengono chiesti interventi rispetto a una situazione definita ormai “invivibile”. Un esposto analogo è stato consegnato a Comune, Questura e Prefettura.

Nella giornata di sabato 4 luglio, alle 20, un’altra iniziativa ha poi radunato 400 persone per la passeggiata “Contro il degrado per la sicurezza e la vivibilità” promossa dal Comitato Giardini Malinverni. Il percorso, da piazza della Commenda, lungo via Prè, porta dei Vacca, via del Campo, via San Luca, piazza Banchi, Sottoripa, per tornare ancora lungo via Gramsci alla Commenda.


A Genova il tema della sicurezza urbana insomma torna a dividere cittadini e associazioni, con due iniziative parallele che fotografano una città attraversata da sensibilità differenti ma non necessariamente inconciliabili. Da una parte la camminata civica promossa da “Genova Insicura” e dall’Unione dei Comitati di Quartiere Genovesi, che denuncia il crescente disagio percepito nei quartieri; dall’altra le reazioni di chi, come una parte del mondo associativo e politico, teme che la risposta al problema possa scivolare verso una retorica securitaria e identitaria.

Gli organizzatori della camminata rivendicano il carattere “inclusivo, civico e apartitico” dell’iniziativa e ne respingono ogni lettura ideologica: «Sin dal primo giorno abbiamo dichiarato pubblicamente che la nostra iniziativa è inclusiva, civica e apartitica», sottolineano, spiegando di voler dare voce a famiglie, lavoratori, anziani e commercianti che vivono un senso diffuso di insicurezza quotidiana. «Respingiamo con fermezza qualsiasi tentativo di descrivere questa manifestazione come un’iniziativa ideologica o di attribuirle etichette che non le appartengono», aggiungono, chiedendo risposte concrete alle istituzioni.

La discussione si è accesa dopo le parole del presidente genovese dell’ANPI, Massimo Bisca, che ha annunciato una “presenza forte ed energica” in occasione della manifestazione, suscitando la reazione degli organizzatori, che si interrogano sul significato di tale espressione rispetto a una iniziativa pacifica e autorizzata.

Sul fronte opposto, chi esprime preoccupazione per le derive securitarie sottolinea come il tema della sicurezza non possa essere separato dal rischio di semplificazioni che alimentano contrapposizioni sociali e culturali, fino a scivolare in narrazioni che possono intercettare sentimenti di esclusione e, in alcuni casi, perfino forme di razzismo o suprematismo culturale. Una lettura che non riguarda automaticamente i promotori della camminata, ma che viene evocata come rischio politico e sociale in un contesto urbano sempre più complesso.

L’assessore comunale alla sicurezza, Viscogliosi, ha partecipato al corteo invitando a mantenere il confronto su un piano istituzionale e non conflittuale, sottolineando la necessità di «evitare contrapposizioni ideologiche e lavorare sulle soluzioni concrete per i quartieri», in una città che vive tensioni sociali ma anche esperienze diffuse di partecipazione civica.


È proprio su questo crinale che si gioca la partita più delicata: due percezioni della realtà urbana che appaiono contrapposte, ma che in realtà contengono entrambe elementi di verità. Da un lato la domanda di sicurezza e controllo del territorio, che nasce da esperienze quotidiane e non può essere liquidata; dall’altro l’allarme per possibili derive securitarie e identitarie, che richiamano la necessità di non ridurre la complessità sociale a categorie rigide.

Quando la domanda di sicurezza urbana si trasforma in una narrazione esclusivamente repressiva, il rischio è quello di spostare il baricentro dal piano dei diritti a quello della contrapposizione identitaria. In questo slittamento, la “sicurezza” smette di essere un bene comune da costruire attraverso politiche sociali, integrazione e presenza istituzionale, e diventa invece una categoria che distingue chi “appartiene” da chi viene percepito come estraneo.

È proprio in questo passaggio che alcune retoriche securitarie possono degenerare, soprattutto quando si sovrappongono a letture semplificate della realtà sociale o a generalizzazioni sull’origine delle fragilità urbane. In tali contesti, il rischio non è soltanto quello di alimentare diffidenza, ma di legittimare, anche indirettamente, forme di ostilità verso i più deboli: migranti, poveri, senzatetto, minoranze. È qui che il confine tra legittima richiesta di ordine pubblico e deriva discriminatoria può farsi sottile.

La storia recente mostra come, in alcuni casi, queste dinamiche abbiano prodotto effetti concreti: dall’isolamento sociale di gruppi già vulnerabili fino a episodi di aggressione o intimidazione giustificati da un presunto “ripristino del decoro”. Quando il linguaggio pubblico si radicalizza, anche senza intenzioni esplicite, può contribuire a normalizzare comportamenti che scivolano verso forme di esclusione o violenza, soprattutto se non vengono posti argini culturali e istituzionali.

Per questo il nodo non è negare il tema della sicurezza, che resta reale e percepito, ma impedire che venga interpretato attraverso categorie rigide o identitarie. Una comunità urbana matura non si riconosce nella contrapposizione tra “protetti” e “indesiderati”, ma nella capacità di garantire diritti, sicurezza e dignità a tutti, soprattutto a chi è più esposto e fragile.


In questo senso, il dibattito genovese si inserisce in una riflessione più ampia che attraversa la società italiana ed europea. Come ricordano alcuni osservatori, da Papa Leone XIV a pensatori come Pier Paolo Pasolini e Franco Ferrarotti, la questione centrale resta quella dei diritti umani e della dignità della persona come base comune di convivenza.

Proprio in questa prospettiva, le due sensibilità possono trovare un terreno condiviso: riconoscere la legittimità delle paure senza trasformarle in esclusione, e allo stesso tempo evitare che la difesa dei diritti si traduca in rimozione dei problemi reali. Un equilibrio difficile ma necessario, che passa dal dialogo e dalla capacità di ammettere anche le proprie rigidità.

Solo così, secondo noi, le due Genova potranno smettere di contrapporsi e tornare a riconoscersi come parte di un unico progetto di bene comune urbano, in cui sicurezza e inclusione non siano poli inconciliabili ma dimensioni da ricomporre in una visione condivisa della città.

 

 


Roberto Bobbio e Salvatore Izzo


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