La mostra a Palazzo delle Esposizioni (aperta fino al 12 luglio) obbliga ad affrontare una storia mai finita. Fa vedere l’attualità dell’artista e la sua capacità di mostrare il percorso che precede il momento dato
La rotonda centrale del Palazzo delle Esposizioni favorisce da sempre una forma di confusa allegria, di sparso chiacchiericcio che induce a vagare tra i suoi spazi più che a seguire il percorso espositivo indicato. L’apertura della mostra di Schifano, appena superata la biglietteria, impone però da subito la camera da pranzo di casa Agnelli, dipinta nel 1968 e qui riallestita in maniera forse un po’ troppo didascalica e comunque incapace di restituire l’imbarazzo e lo stupore dell’Avvocato di fronte alla “Festa cinese” e alle sue guardie comuniste distribuite sui sette metri.
Tanto infatti occupano infatti le tele dipinte da Schifano che avrebbero dovuto – secondo le intenzioni di Marella Caracciolo – andare in regalo al marito per decorare quella sala che aveva abitualmente come protagonisti capi di stato, principi, banchieri e alcuni tra i più importanti amministratori delegati al mondo. Un jet set internazionale costretto a cenare circondato dalle guardie rosse. Probabilmente l’Avvocato Agnelli colse l’ironia con stupore, ma anche con malcelato divertimento, ma di certo quelle tele non videro mai le pareti della sala da pranzo di Palazzo Mengarini Albertini Carandini.
E forse basterebbe questo gesto a chiarire le intenzioni e l’indole – più che l’ideologia – di un artista come Mario Schifano, difficile da fermare, inquadrare e altrettanto difficile da mettere in scena, come prova invece a fare questa grande mostra romana, nel tentativo giusto e dovuto, di restituire alla città uno dei suoi più importanti e fondamentali narratori.
“Mario Schifano” a cura di Daniela Lancioni obbliga chiunque a fare i conti con una storia che non si è mai esaurita e che offre al pubblico l’ultra contemporaneità dell’artista romano (nato a Homs in Libia. Ma cresciuto al Tuscolano) e al tempo stesso la sua capacità non solo di cogliere l’immediato, ma di mostrare la struttura e il percorso che sta all’interno e che precede il momento dato, l’attimo esposto.
Mai isolato
Schifano vive infatti sempre all’interno delle cose e mai all’esterno: non si isola, non cerca alcuna forma di esclusione, ma partecipa attivamente al caos del quotidiano, come in una scrittura automatica, in una prosa spontanea. Schifano vive nel flusso senza l’esigenza di estrarne nulla, ma solo evidenziando gli elementi per lui sostanziali: colorare pellicole e fotografie diviene così la naturale conseguenza della sua pittura, un gesto già insito fin dai suoi primi lavori. Schifano non cerca mai la realtà o meglio il realismo, non offre squarci e ancora meno sta ben alla larga da ogni gesto che sia una espressione performativa.
Schifano sta, e quindi risulta impalpabile, impossibile da definire e da fermare se non obbligandosi alla rincorsa, alla precisazione continua. Finendo così per partecipare inevitabilmente al suo movimento, gioioso e angosciato insieme. Schifano regala senza preavviso alcuno la porta di accesso a quel bailamme danzante che è il suo pensiero vivido e accelerato, dentro al quale rivela potentemente e in maniera particolarmente evidente in questa mostra, un tratto di malinconia irriducibile che tende a palesarsi più nella noia che nel dolore, più nella disfatta che nella tragedia.
Succede così che la sala centrale – delle sette che offrono oltre cento opere di Schifano – restituisca una forma di ineludibile disagio che si palesa dinnanzi agli anni Sessanta e Settanta, come se non si potesse che essere portatori di una consapevolezza sostanzialmente negativa che tradisce le ambizioni, ma più ancora la tensione di quelle opere che restano sicuramente a significare il periodo migliore – sempre che valga la pena fare una classifica – di Schifano, ma che mostrano oggi l’esaurimento di quell’ingenuità bambinesca che non appare più plausibile e possibile nei nostri giorni.
Le opere di Schifano vivono colpendo chi le osserva, lo spettatore non può limitarsi a vederne l’estetica, ma si trova a mettere in gioco il proprio stesso tempo anche solo nel vano tentativo di reggere il passo e la velocità dell’artista. E così in particolare con il periodo centrale della sua produzione ecco che si rivela una forma frustrante di nostalgia per un tentativo di volo non più oggi nemmeno ipotizzabile.
Un passato tremendo e vitale
Cosa resta dunque di quello sguardo? Forse solo il ricordo doloroso di un passato tremendo, complicato eppure vitalissimo. Un rumore di fondo che fu sostanziale come lo è quello dato dai televisori sempre accesi nel suo studio e ora in parte messi in fila anche nella mostra al Palazzo delle Esposizioni, anche se forse avrebbe avuto più senso lasciarli gracchiare senza l’uso delle cuffie che ingentiliscono e igienizzano un movimento che fu obbligatoriamente caotico.
Si avverte in sostanza una forma di repressione di Schifano che non è data certamente dalla curatela, ma da tempi che non sembrano più in grado di recuperare quel filo sentimentale, ma solo di incasellare e storicizzare, archiviare e catalogare. In tal senso regalano un respiro inedito le prime opere di Schifano, quelle degli esordi là dove la strada ancora non è tracciata, la dove la possibilità ha ancora il gusto dell’esplorazione prima ancora che della ricerca e dell’urgenza necessaria. In queste opere vive una grazia tutta da riscoprire che proprio perché priva dell’accelerazione successiva permette ancora un confronto con i nostri tempi lenti, con la nostra umanità tecnologizzata.
Scacciare la malinconia
Vagare tra gli spazi diviene l’opportunità migliore per ricomporre i fili tra le varie opere utili a scacciare la malinconia che l’aspetto délabré della stessa sede espositiva suggerirebbe. Ritrovare così una dolcezza che stava innanzitutto nel timbro vocale di Schifano, come una nenia mielosa che accompagna dentro i suoi dipinti come discorsi ovvi, fatti di una quotidianità mattutina che pure resiste e s’impone al corrodere degli anni e alla dimenticanza solerte dei suoi eventi. La grazia scomposta è il segno di Schifano, un’apparenza luminosa e lucida.
Ricorda Emilio Mazzoli dalla cui galleria a Modena passeranno tutti più grandi artisti italiani del secondo Novecento (e in cui realizzò la prima mostra personale al mondo di SAMO che poi sarebbe divenuto famoso come Jean-Michel Basquiat) che vedere dipingere Schifano era come vivere il presente e il futuro insieme. Un futuro che però non sembra più poterci appartenere e che anzi le opere di Schifano ci rendono ancora più lontano.
Incastrati in discorsi e in narrazioni prive di passioni, ma colme di cinismo e di volgarità compariamo di fronte alle opere di Schifano come disumanizzati, ridotti a oggetti ovvi e desueti. Il futuro Mario Schifano lo percepì limpidamente insieme al suo stesso tradimento che proprio allora si palesava sugli schermi dei televisori come nelle strade di una Roma sempre più irriconoscibile.
L’attualità di Schifano però per quanto opprimente rispetto ai nostri tempi e alla nostra postura, offre comunque una possibilità di liberazione e soprattutto regala l’occasione di riconoscersi magari in una diversa forma di umanità, tanto necessaria quanto originaria.
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Giacomo Giossi
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