C’è un’immagine precisa che restituisce il confine tra mito e realtà. Alexandra Celi, bambina, esce da scuola e va incontro al padre. Nulla di insolito, se non che quel padre è il volto di James Brooke, il cattivo di Sandokan (1976) e del successivo La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa! (1977). I compagni gridano: Arriva James Brooke! Lui scende da una Mercedes d’epoca color oro, abbronzato, con passo sicuro.
In quegli anni è sposato con Veronica Lazar, attrice magnetica, volto del cinema di Dario Argento. Alexandra, invece, si nasconde dietro un albero e pensa: Non è possibile che stia succedendo proprio a me! Crescere con Adolfo Celi e Veronica Lazar significava vivere dentro un immaginario più grande della realtà.
Oggi Alexandra Celi, attrice a sua volta, ha trasformato quell’eredità in un lavoro concreto: il Premio Adolfo Celi a Messina, una pubblicazione dedicata al padre, un documentario sulla madre. E ha trovato nei libri una forma di appartenenza, una dimensione tra ascolto e narrazione.

Una piccola e timida ribellione
“Mio padre non concepiva la mia timidezza” racconta Alexandra. Adolfo Celi era tutt’altro che autoritario: un uomo curioso, aperto, profondamente legato alla vita. Alla fine degli anni Quaranta, dopo il film Emigrantes, si trasferì in Brasile, dove visse e lavorò per oltre quindici anni. Qui la sua carriera decollò: fondò il Teatro Brasileiro de Comédia e contribuì a far conoscere al pubblico sudamericano autori come Pirandello, Goldoni e Shakespeare. Un’esperienza che lo segnò per tutta la vita.
“Fu molto contento quando entrai nella bottega di Gassman e iniziai a lavorare in teatro. Poi però lui morì all’improvviso e non poté seguire il mio percorso, né quello di mio fratello Leonardo, che è diventato regista”.
Alexandra Celi, nata a Londra, ha attraversato teatro, cinema e televisione, mantenendo sempre al centro il racconto. “Quando mio padre studiava i copioni, ero accanto a lui per dargli le battute dell’altro personaggio. Allora non lo sapevo, ma quelli sono stati i momenti in cui ho lavorato con lui e li porto ancora nel cuore”. Con la madre, Veronica Lazar, condivide invece il ricordo di un set, da giovanissima, Berlin-Jerusalem: “Io ero quasi invisibile, una presenza minuscola”.
Entrambi i genitori parlavano cinque lingue. “A un certo punto ho deciso di impararne una anch’io e ho scelto il russo, perché era l’unica che loro non conoscevano. È stata la mia piccola, timida ribellione”.

In Malesia con James Brooke
“Un giorno mio padre disse: Basta, questa volta venite con me in Malesia!” racconta Alexandra con il sorriso. “Impensabile ai giorni nostri”. Per le riprese precedenti era stato via otto mesi: sentirsi era difficile e la mancanza pesava. “Ricordo ancora quando tornò a prenderci a scuola, abbronzato, con una camicia a quadrettoni. Lo vidi da lontano e gli corsi incontro dicendo: Ti prego, la prossima volta portaci con te! E lui mantenne la promessa”. L’anno dopo, partirono anche i figli. “Era una scelta quasi folle, c’era la scuola, eravamo piccoli, ma lui era fatto così”.
La Malesia di fine anni Settanta era ancora un luogo selvaggio: si girava con temperature a 45 gradi, tra insetti, animali, cibo piccantissimo. “Ma mio padre, che aveva vissuto a lungo in Brasile, era perfettamente a suo agio. Riusciva a creare un clima familiare, anche organizzando spaghettate per la troupe”.
In Malesia era già famoso: avevano visto 007 Operazione Tuono. “Quando era impegnato sul set, ci lasciava liberi per ore. Io passavo tempo sulle spiagge a cercare conchiglie. Alcune le ho ancora”.
Su set Alexandra e Leonardo conobbero anche Kabir Bedi. “Per noi era una figura quasi mitica. Gentile, disponibile, di una bellezza incredibile. Io e mio fratello avevamo una piccola cinepresa e fingemmo di intervistarlo, come due piccoli giornalisti”. Un ricordo che le è rimasto addosso. “Un’avventura fuori dal mondo, tra realtà e immaginazione”.
Veronica Lazar, La più bella di tutte noi
“Mia madre è sempre stata una donna straordinaria con una personalità molto forte” racconta Alexandra. Veronica Lazar ha lavorato con registi come Bernardo Bertolucci, Michelangelo Antonioni e Dario Argento.
“Era magnetica: quando entrava in una stanza, le persone si giravano a guardarla. Dario Argento valorizzò il suo carattere enigmatico, quasi ‘gotico’, legato alle sue origini, veniva dalla Transilvania”.
Da questa fascinazione, nel 2021 nasce il documentario Era la più bella di tutti noi. Le molte vite di Veronica Lazar ideato da Alexandra Celi, per la regia di Leonardo Celi e Roberto Savoca. “Il titolo viene da un testo che Bernardo Bertolucci scrisse alla sua morte. Quelle parole mi colpirono molto, perché lei era davvero così”.
Il film è stato presentato per la prima volta a Messina, in occasione del Premio Adolfo Celi edizione 2021. “Si racconta la storia di mia madre, ma anche quella di mio padre da un punto di vista più intimo. Il loro rapporto – aggiunge – era molto intenso, a tratti burrascoso. Mio padre era un uomo profondamente sentimentale, si è sposato cinque volte, e mia madre era la sua quarta moglie. Tra loro c’era un legame fortissimo, fatto di grandi passioni ma anche di scontri accesi, senza filtri, quasi teatrali”.
I sogni, per iscritto
Oggi Alexandra Celi divide il suo tempo tra diversi progetti. Partecipa a Mille e un libro, il programma di Gigi Marzullo, negli studi di via Teulada: “È un’esperienza che mi rende molto felice. Marzullo è un grande professionista e tutta la redazione è straordinaria”.
Parallelamente sta organizzando a Messina la settima edizione del Premio Adolfo Celi, un’iniziativa a cui tiene molto anche per il suo valore sociale: “È un progetto che mi rende particolarmente orgogliosa, perché nasce insieme a Maria Celeste Celi e Cesira Celi, nostre parenti, che gestiscono una casa famiglia per donne vittime di violenza”. Il premio diventa così non solo un omaggio alla memoria, ma anche un gesto concreto: “Abbiamo voluto unire il nome di mio padre a qualcosa di solidale”.

Accanto a questo, i libri occupano uno spazio sempre più centrale. Cresciuta tra biblioteche immense, ereditate da entrambi i genitori, Alexandra ha trovato nella lettura una forma di continuità. “Mio padre mi diceva sempre: non stare ad aspettare una telefonata. Se hai dei talenti, se ti piace qualcosa, fai”.
Tra i libri che più l’hanno segnata c’è Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez: “Mi ha aperto a una visione più magica del mondo, fatta anche di energie invisibili”.
Ha già curato una pubblicazione dedicata al padre, Adolfo Celi, un uomo da riscoprire, realizzata insieme alla Scuola Nazionale di Cinema. E l’idea di scrivere, prima o poi, resta: “Sì, mi piacerebbe. Ho sempre pensato che gli scrittori acchiappano i sogni e li mettono per iscritto prima che volino via”.
Il legame con la Sicilia, infine, resta profondissimo. “È la mia terra”. A Messina tornava da bambina, nelle case affacciate sullo Stretto, tra cene all’aperto e luci nella notte. “Ancora oggi, quando sogno, mi trovo sempre lì”.
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Valentina Di Salvo
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