Riflettevo su qualche brano tratto dal, bellissimo per me, romanzo del 1940 di Dino Buzzati: “Il deserto dei tartari“.
“Forse tutto è così, crediamo che attorno a noi ci siano creature simili a noi e invece c’è il gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico,ma il braccio ricade inerte,il sorriso si spegne,perché ci accorgiamo di essere completamente soli.”
Sempre il protagonista che si trova a difesa di una fortezza lontana dal mondo pensa:
“Proprio in quel posto, in quel momento mi accorsi di come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.”
Il protagonista del libro formula questo amaro pensiero rendendosi conto che, nonostante una vita trascorsa in mezzo agli altri, l’essere umano è destinato a rimanere radicalmente solo di fronte alla propria esistenza.
“La colpa è anche nostra. Dopo tutto ci tocca sempre quel che si merita. Forse noi pretendiamo troppo. Tocca sempre quel che si merita effettivamente.”
È proprio queste frasi che mi hanno fatto riflettere su quanto Buzzati sia ancora attuale, anzi in maniera ancora maggiore al tempo dei social.
Buzzati, il cantore della solitudine!
Nella considerazione di oggi ripropongo quasi integralmente alcune periodi tratti dalle pagine, di questo libro, per me sempre molto significative, estratte liberamente a mio pensiero o anche perché mi hanno colpito, con solo qualche aggiunta di parti a commento sugli elementi più caratteristici del pensiero di Buzzati.
Gran parte del resto si impernia “sull’attesa“.Una attesa come la nostra, carica di speranze inesaudibili (e inesauribili), attesa che si esaurisca, che giunga al termine, perché prima o poi, finalmente, arrivi ciò che desideriamo.
Può però succedere anche che questa attesa sia in grado di farti prigioniero.
Cioè vorresti che finisse che si esaudisse ma poi, soprattutto se l’attesa si protrae e dura a lungo, l’attesa diventa una dipendenza, una specie droga, una trappola letale, diventa un tristissimo, unico apparente scopo dell’esistenza.
Ovviamente non succede a tutti, dipende dalla mente, dallo spirito, dal cuore, o ancora probabilmente per una predisposizione, per una sensibilità che ti porta a incatenarti a quel luogo, a fissare il deserto e a prendere coscienza del fatto che potresti farlo per sempre.
“Così una pagina lentamente si volta, si distende dalla parte opposta, aggiungendosi alle altre già finite, per ora è solamente uno strato sottile, quelle che rimangono da leggere sono in confronto un mucchio inesauribile. Ma è pur sempre un’altra pagina consumata, una porzione di vita.”
Cosa leggiamo in queste righe ciò che succede a tutti noi, almeno ritengo, fino ad un certo punto, avanziamo con la spensierata della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza.
“Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme dietro e nessuno ci aspetta,
Ci si ferma spesso con i compagni a scherzare senza pensieri.
La gente grande conosciuta o sconosciuta ci saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.”
Ancora molto?
No, basta attraversare quel … , oltrepassare quelle ….
Forse non si è per caso già arrivati?
Non era questo che cercavano?
Non era qui dove si doveva arrivare?
Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare.
Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così continua il cammino in un’attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno.
Allora si sente che qualcosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa in tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una all’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.
Si il pesante cancello alla nostre spalle e stato serrato con velocità fulminea e non si fa in tempo a tornare.”
Una metafora questa che paragona la nostra vita ad una strada, che cambia aspetto man mano che si va avanti, ma che percorriamo purtroppo con una consapevolezza scarsa, o anzi nulla, pur non conoscendo neppure il punto della strada in cui ci troviamo.
Forse non ci accorgiamo o non tutti ci accorgiamo e soprattutto capiamo che la nostra vita spesso si sta consumando in un’attesa insensata, dove non c’è via di scampo, non c’è evento che possa scuoterci.
Quante volte abbiamo vissuto nell’attesa?
Quante volte abbiamo speso giorni interi, settimane, mesi interi, financo anni interi nell’inconfessabile attesa di qualcosa?
A volte abbiamo aspettato qualcosa di ben preciso, a volte si è trattato di una semplice attesa fine a stessa, ma sempre indefinita, sempre inconfessabile a me e agli altri.
Ma ancora adesso, nonostante tutto, c’è un pensiero da qualche parte nella mia testa, inconsapevole o incosciente non so, che mi racconta che il meglio deve ancora venire, che c’è tanta strada e tante occasioni.
Questo deve essere, a mio parere, il nostro pensiero da non perdere e da non spegnere: dare valore al tempo, prenderne coscienza, non fare ciò che facciamo spesso.
Non dobbiamo aspettare, non dobbiamo lasciare passare il tempo e fare scorrere la strada sotto di noi, altrimenti, anche se sarà difficile ammetterlo, sarà colpa anche nostra.
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka
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