Piazza delle Erbe a Carrara è un luogo delizioso, ma non lezioso. È nel cuore popolare della città, stretta fra case senza troppe pretese, e porta ancora i segni della storia che l’ha attarversata, delle lotte che vi hanno avuto luogo. Su una larga e alta facciata senza finestre, quasi la sezione verticale di un edificio a più piani, campeggia da oltre vent’anni il volto rugoso e intenso di un’anziana donna. È il volto di Francesca Rolla (1915-2010), staffetta partigiana della formaizone Ulivi e una di quelle donne che a partire dal 7 luglio 1944, nell’arco di pochi giorni, diedero vita a una delle più significative azioni di disobbedienza civile, di resistenza nonviolenta, avvenute in Italia durante la seconda guerra mondiale. Le donne di Carrara l’11 luglio, un martedì, scesero in piazza, “assediarono“ il comando tedesco e gridarono il proprio rifiuto di obbedire all’ordine di evacuare la città; fu una protesta così forte e inattesa che l’applicazione dell’ordine fu rinviata e alla fine mai eseguita: Carrara non fu mai abbandonata dalla sua popolazione. Donne disarmate, forti solo della loro rabbia, si imposero all’esercito occupante, sfidando le mitragliatrici schierate per strada. Perciò il 7 luglio 1944 – celebrato ieri in città dall’amministrazione comunale e in piazza delle Erbe con lo spettacolo “Sebben che siamo donne“ – merita di stare accanto a un altro 7 luglio che fa parte della memoria pubblica nazionale: era il 1960, il giorno dei cinque operai in sciopero a Reggio Emilia uccisi dalla polizia.
La “rivolta delle donne“ di Carrara fu la risposta all’ordine di evacuazione fatto affiggere dal comandante militare di zona, tenente Többens: tutta la popolazione – circa centomila persone – aveva due giorni di tempo, entro le 20 del 9 luglio, per prepararsi e ritrovarsi al Parco delle rimembranze e avviarsi al luogo di destinazione (cioè di deportazione), il Comune di Sala Braganza, in provincia di Parma, al di là dldl’Appennino. La Carrara occupata dall’esercito tedesco si trovava in posizione strategica: vicinissima alla Linea Gotica, fortificazione concepita per arginare la risalita degli Alleati dal Sud Italia, e poco distante dal porto della Spezia, possibile oggetto di un attacco da parte degli angloamericani, con conseguente sbarco di altre truppe alleate. L’esercito tedesco, attraverso lo sgombero, intendeva “ripulire“ la città e i suoi dintorni, garantirsi piena libertà d’azione e contrastare, facendo il vuoto, le “fastidiose“ formazioni partigiane. La guerra di Hitler, nell’estate del ’44, appariva pressoché perduta, ma c’era l’ordine di combattere senza tregua e così le truppe di occupazione si preparavano a combattere su due, anzi tre fronti: contro gli Alleati, contro i “banditi“ (i partigiani) dediti alla guerriglia e al sabotaggio, e contro la popolazione civile, destinata ad essere martoriata con azioni di autentico terrorismo: le stragi di Vinca, Forno, Bardine, Valla, nell’area di Carrara e della Lunigiana, fanno parte della sanguinosa memoria popolare della guerra.
L’occupazione tedesca, sostenuta dal fascismo repubblicano con le sue temute Brigate Nere, fu in Toscana opprimente e brutale, ma aveva una sua fragilità, come tutte le forme di militarismo. Le antifasciste di Carrara – terra bollente, di anarchici e repubblicani – osarono sfidare a mani nude quel potere ottuso e dimostrarono che non era invicibile, che aveva anzi in sé il germe del dubbio, un’impotenza di fondo: i miltari tedeschi, presi alla sprovvista, non spararono su quelle donne disarmate, dimostrando che un’occupazione militare può esistere e durare nel tempo solo se la popolazione è docile e sottomessa, se è frenata dalla paura, se non c’è ribellione.
Le “donne di Carrara“, come vengono solitamente denominate – ma il Museo nazionale della Resistenza riporta almeno alcuni nomi: Ilva Babboni, Renata Bacciola, Nella Bedini, Lina Boldi, Renata Brizzi , Odilia Brucellaria, Lina Del Papa, Sandra Gatti, Dorina Mazzanti, Cesarina e Mercede Menconi, Elena Pensierini – presero a organizzarsi appena conosciuto l’ordine di evacuazione, la sera stessa del 7 luglio. Si riunivano in case private, preparavano cartelli di protesta – “Non vogliamo sfollare“, “Non ci muoveremo dalla città“ – in vista di una manifestazione che infine si tenne l’11 luglio, due giorni dopo la scadenza dell’ordine di sfollamento. I primi nuclei femminili si riunirono proprio in piazza delle Erbe, sede del mercato ortofrutticolo, e rovesciarono i banchetti, imposero la chiusura dei negozi, insomma diedero il via alla rivolta. Il gruppo di manifestanti si fece via via sempre più numeroso: altre donne si unirono e così molti ragazzi, finché la sede del comando tedesco, in via Garibaldi, venne assediata da un nutrito gruppo di cittadini: c’è una storica fotografia presa dall’alto a testimoniarlo. Le mitragliatrici schierate rimasero mute. Alla fine il commissario prefettizio Barberi convinse il comandate Többens a rinviare l’obbligo di evacuazione. Fu una vittoria della resistenza nonviolenta, cui si sommò pochi giorni dopo un’azione dei partigiani, che grazie al lavoro di due infiltrati rubarono la parola d’ordine delle Brigate nere (“Hai visto passare un gatto nero?) e assaltarono la caserma “Colombarotto“, loro quartier generale. Carrara era viva e lottava.
Lo storico Ercole Ongaro, autore di Resistenza nonviolenta 1943-1945 (I libri di Emil 2013), annovera la vicenda da Carrara fra i numerosi episodi di resistenza senz’armi e sosteine che la disobbedienza civile, il sabotaggio, le altre forme di non collaborazione (il salvataggio degli ebrei ricercati, il rifiuto dei soldati italiani prigionieri di aderire alla Repubblica di Salò, la renitenza alla leva, il sostegno materiale ai partigiani, gli scioperi nelle fabbriche) sono la parte più feconda dell’eredità della resistenza. La lotta armata contro l’occupazione, dice Ongaro, in quella fase storica fu un a necessità legata alla contingenza del momento – un conflitto in corso da anni, con tanto di occupazione straniera – mentre la resistenza non armata è possibile sempre, in qualunque circostanza, e può togliere al militarismo e all’autoritarsimo l’ossigeno di cui hanno bisogno. La rivolta di Carrara è una storia di oltre ottant’anni fa che parla ancora a un presente funestato da impetuosi venti di guerra.
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