Cronisti aggrediti alla fiaccolata, analisi della comunicazione “a destra”: solidarietà formale di circostanza usata per rilanciare la propaganda gridata sulla sicurezza


L’ANALISI – Dopo i fatti di Sestri Ponente e la richiesta della categoria dei giornalisti di prendere le distanze dai violenti, molte note dei partiti di destra spostano l’attenzione sui soliti slogan. La posizione più cristallina resta quella di Ilaria Cavo, che mette al centro unicamente il diritto dei giornalisti a lavorare. Gli ineludibili messaggi di solidarietà – più richiesti che spontanei – usati strumentalmente dai partiti come ponte per rilanciare i temi-cavalli di battaglia dell’area politica di riferimento

A due giorni dalla manifestazione per la sicurezza a Sestri Ponente, il nodo politico non è più soltanto ciò che è accaduto in piazza la sera del 6 luglio, ma il modo in cui la destra ha scelto di raccontarlo nei comunicati di commento dopo che Associazione e Ordine dei Giornalisti e Gruppo Cronisti Liguri avevano chiesto espressamente alla politica di prendere una posizione sulle violenze ai colleghi. L’aggressione ai giornalisti e ai fotografi presenti alla fiaccolata avrebbe potuto produrre una condanna netta, autonoma, senza note a margine e senza tentativi di riequilibrio retorico. Invece, in buona parte della comunicazione politica seguita ai fatti, il tema della libertà di stampa è stato inglobato dentro la narrazione già pronta dell’insicurezza, dei “disturbatori”, della sinistra “buonista” e dello scontro ideologico. Il risultato è un messaggio in cui la solidarietà ai cronisti compare, ma spesso arriva dopo, lateralmente, come clausola obbligata più che come centro del discorso.

Ilaria Cavo

La differenza si vede bene confrontando i comunicati. Il messaggio più limpido è quello di Ilaria Cavo, consigliera comunale di Orgoglio Genova e parlamentare di Noi Moderati, non casualmente giornalista di professione. La sua frase d’apertura contiene già la gerarchia corretta: la sicurezza deve essere un diritto di tutti, anche di chi lavora per raccontare una manifestazione sulla sicurezza. In poche righe, Ilaria Cavo tiene insieme i due piani senza confonderli: riconosce che la sicurezza è una priorità e una emergenza cittadina, ma isola l’aggressione ai giornalisti come fatto non tollerabile in sé. Non cerca compensazioni. Non sposta il peso della frase su altri bersagli. Non usa i cronisti come appiglio per rilanciare una polemica di partito. Dice che a un giornalista di Repubblica e a un fotografo del Secolo XIX è stato impedito di svolgere il proprio mestiere. Punto.

È una scelta comunicativa molto più forte di quanto sembri, perché sottrae l’episodio al rumore propagandistico. Ilaria Cavo non rinuncia al tema della sicurezza, che resta coerente con la manifestazione e con la linea politica del suo schieramento, ma non lo usa per coprire il fatto specifico. La sua è una comunicazione ordinata: prima il diritto violato, poi il contesto, poi la solidarietà. È la struttura di chi conosce il lavoro giornalistico e sa che, quando un cronista viene colpito o intimidito durante un fatto pubblico, la prima questione non è quale parte politica possa trarne vantaggio, ma la possibilità stessa di documentare ciò che accade.

I gruppi di maggioranza (di centrodestra) in Regione

Molto diversa è la comunicazione dei gruppi di maggioranza di centrodestra in Regione Liguria (Fdi, Lega, Vince Genova, Orgoglio Liguria). Qui l’aggressione ai giornalisti entra in un testo costruito anzitutto come difesa dei manifestanti della fiaccolata e come attacco ai “disturbatori di estrema sinistra”. La solidarietà principale, infatti, viene indirizzata alle “diverse centinaia di manifestanti”, comprese “famiglie con bambini”, che sarebbero stati insultati. Solo dopo arriva il riferimento ai giornalisti aggrediti. È un ordine non neutro. In comunicazione politica, la posizione di un tema nel testo indica la sua importanza. Mettere prima i manifestanti, poi i nemici politici, poi le domande retoriche su rapine, aggressioni, furti, molestie e violenze, e soltanto dopo la libertà di stampa significa incorniciare l’aggressione ai cronisti dentro una tesi preesistente: la piazza della sicurezza era giusta, chi contestava era contro il popolo, la sinistra è antidemocratica, la cronaca diventa un tassello in più di quella rappresentazione.


L’escamotage dialettico è evidente. Invece di prendere l’episodio più grave e farne il centro del messaggio, il comunicato lo assorbe in una catena di opposizioni: cittadini contro disturbatori, popolo contro estrema sinistra, sicurezza contro buonismo, vittime potenziali contro chi minimizza. L’aggressione ai giornalisti viene condannata, ma dentro un testo che ha già deciso chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Il problema è che la libertà di stampa non funziona così. Un giornalista deve poter documentare una manifestazione anche quando la sua presenza è sgradita a una parte della piazza, anche quando riprende momenti di tensione, anche quando il racconto non coincide con la rappresentazione che gli organizzatori o i partecipanti vorrebbero consegnare all’opinione pubblica.

Fratelli d’Italia

Ancora più articolata, ma non meno significativa, è la nota di Fratelli d’Italia. Il comunicato di Matteo Rosso e Stefano Maullu, insieme ai gruppi consiliari in Comune e Regione, compie un’operazione più raffinata. A differenza della nota della maggioranza di centrodestra, riconosce in modo più esplicito che gli episodi di aggressione ai danni dei giornalisti del Secolo XIX e di Repubblica sono avvenuti in un clima di tensione e afferma che “ai violenti non sia dato nessun alibi”. Tuttavia, anche qui il baricentro viene rapidamente spostato. La manifestazione torna a essere il “messaggio che nessuna istituzione può ignorare”, mentre il presidio di contestazione viene indicato come elemento che avrebbe spostato il confronto dalla sicurezza allo scontro ideologico.

È un passaggio comunicativamente abile, ma problematico. Dire che un presidio di contestazione ha spostato il confronto sullo scontro ideologico consente di costruire una cornice in cui la tensione appare prodotta dall’esterno, quasi importata dentro una piazza altrimenti ordinata e legittima. In questo modo, l’aggressione ai giornalisti viene condannata, ma viene anche collocata in un contesto narrativo che riduce la responsabilità interna della piazza e rafforza la tesi del “noi cittadini concreti” contro “loro ideologici”. È un meccanismo classico: si riconosce il fatto scomodo, ma lo si ingloba in una spiegazione che conferma la propria linea politica invece di metterla alla prova.

Anche la frase “abbiamo scelto di esserci senza politicizzare una manifestazione che appartiene ai cittadini” merita attenzione. È una formula ricorrente, quasi un paradosso della comunicazione politica contemporanea: un partito partecipa, commenta, rivendica, interpreta, ma dichiara di non politicizzare. Il punto non è negare il diritto di FdI a partecipare a una manifestazione sulla sicurezza. Il punto è che la presenza organizzata di partiti, rappresentanti istituzionali e comunicati di partito è già politica. Dire di non politicizzare serve allora a ottenere due vantaggi insieme: presidiare il tema e, nello stesso tempo, presentarsi come semplici interpreti spontanei dei cittadini. È una forma di neutralizzazione retorica della propria regia.

Nel testo di Fratelli d’Italia ricompaiono poi tutti i cavalli di battaglia: sicurezza come “primo diritto”, presidio del territorio, polizia locale, videosorveglianza, decoro urbano, amministrazioni locali chiamate a fare la loro parte, contrapposizione alle città amministrate dalla sinistra dove il problema sarebbe stato ignorato. È una piattaforma politica legittima, ma il punto è un altro: che cosa c’entra, esattamente, con l’aggressione ai giornalisti? C’entra solo se l’episodio viene usato come acceleratore di un frame già pronto. L’effetto è quello di una comunicazione che dice “solidarietà”, ma subito dopo torna al proprio spartito, evitando di sostare davvero sul tema più scomodo: la compatibilità tra una piazza emotivamente carica, una narrazione securitaria molto spinta e il diritto di cronisti e fotografi a riprendere tutto, anche ciò che disturba la narrazione della piazza stessa.


Da questo punto di vista, la vicenda mostra una frattura tra comunicazione istituzionale e comunicazione di mobilitazione. La prima dovrebbe riconoscere i fatti, distinguere i piani e tutelare i diritti. La seconda tende invece a incorporare ogni evento dentro una battaglia identitaria. La destra genovese, in larga parte, sceglie la seconda strada. La sicurezza resta il contenitore dentro cui far rientrare tutto: le paure dei residenti, le tensioni con i contestatori, le accuse alla sinistra, l’ordine pubblico, il decoro, la legittimità della piazza e, infine, anche l’aggressione ai giornalisti. Ma proprio questa bulimia del tema sicurezza rischia di svuotare la condanna dell’aggressione. Se tutto conferma lo slogan, nulla obbliga davvero a interrogarsi.

Bisogna dare atto al consigliere comunale FdI Valeriano Vacalebre che, in un post sulla sua bacheca social, parlando del senso della sua presenza alla manifestazione, ha inserito un messaggio molto chiaro di solidarietà non di circostanza, in cui non mischia il tema politico col tema dell’aggressione: «Desidero esprimere la mia più sincera solidarietà ai giornalisti che sono stati aggrediti durante la manifestazione. La violenza non è mai giustificabile né può trovare alcuna scusa – ha scritto -. Il confronto democratico si fonda sul rispetto delle persone e della libertà di informazione, valori che devono essere sempre tutelati».

Marco Bucci

In questa grammatica si inseriscono anche le parole del presidente della Regione Liguria Marco Bucci, raccolte dall’agenzia Ansa al termine della seduta del consiglio regionale. Il suo incipit è netto e istituzionale: «La violenza va condannata in ogni caso, non c’è necessità, non c’è proprio giustificazione per ogni atto di violenza». È una formula corretta, chiara, difficilmente contestabile. Ma anche qui il discorso, subito dopo, cambia asse. Bucci non insiste sul diritto dei giornalisti a lavorare, sulla necessità che chi li ha aggrediti venga identificato, sul valore pubblico della libertà di cronaca. Sposta invece l’attenzione sulle due manifestazioni e soprattutto sulla contromanifestazione: «Non vedo perché se uno fa una manifestazione dall’altra parte si deve fare la contromanifestazione». Il problema diventa così la presenza del dissenso nello spazio pubblico, non soltanto la violenza contro chi documentava.

È un passaggio rivelatore. Il presidente della Regione condanna la violenza senza ambiguità, ma la cornice interpretativa che sceglie è quella dell’ordine turbato dalla contrapposizione: qualcuno manifesta, qualcun altro contromanifesta, il contatto produce tensione, la tensione degenera. È una lettura che ha una sua linearità amministrativa, ma riduce il punto democratico. In una città, le manifestazioni e le contromanifestazioni possono coesistere se autorizzate, presidiate e mantenute entro limiti non violenti. Il dissenso non è di per sé un’anomalia. Lo diventa quando si trasforma in aggressione, intimidazione, impedimento al lavoro della stampa o scontro fisico. Confondere, anche solo retoricamente, la contromanifestazione con la radice del problema significa arretrare dal tema dei diritti al tema della gestione dell’ordine.

Il presidente della Regione poi rientra immediatamente nel frame della sicurezza peggiorata “nettamente nell’ultimo anno”. Anche questa è una scelta comunicativa precisa. La condanna della violenza viene usata come ponte verso il tema generale: la sicurezza è un problema enorme, nazionale e locale, riguarda tutti i livelli amministrativi, la Regione farà la sua parte con risorse e strumenti disponibili. Il discorso così si ricompone dentro la grande narrazione securitaria, nella quale ogni episodio pubblico finisce per confermare una tesi più ampia. È una tecnica efficace perché consente di non apparire elusivi sulla violenza e, nello stesso tempo, di trasformare la domanda scomoda sui giornalisti aggrediti in un rilancio politico sul degrado percepito, sui quartieri, sulle competenze e sulle responsabilità condivise.


Ancora più significativo è l’ultimo passaggio su Roberto Vannacci, atteso sabato a Genova. Bucci ripete lo stesso schema: perché se qualcuno viene in città bisogna fare la contromanifestazione? Ognuno può fare ciò che vuole, purché non si arrivi alla violenza. Di nuovo, il messaggio contiene una parte condivisibile, cioè il rifiuto della violenza. Ma contiene anche un sottotesto più scivoloso: la contestazione viene descritta come un riflesso quasi patologico, un’abitudine di chi “manifesta contro”. In questo modo, il dissenso politico viene declassato a disturbo potenziale, mentre il tema della sicurezza torna a saldarsi con quello dell’ordine pubblico e della legittimità di chi prende parola nello spazio urbano.

Tecnicamente, la comunicazione di Marco Bucci è meno propagandistica di quella dei gruppi di partito, ma non per questo neutra. È una comunicazione da amministratore che condanna la violenza, chiama tutti alla responsabilità e rivendica il ruolo della Regione. Però non separa fino in fondo tre piani diversi: l’aggressione ai giornalisti, la manifestazione per la sicurezza, la presenza di una contestazione politica. Tenendoli insieme, finisce per produrre un effetto simile a quello dei comunicati della destra, anche se con toni più istituzionali: il fatto specifico, cioè i cronisti colpiti mentre lavoravano, viene assorbito dentro una riflessione più generale sull’insicurezza e sulle contromanifestazioni.

Futuro Nazionale

Il caso di Francesco Maresca, consigliere comunale uscito da Fratelli d’Italia per entrare in Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, è emblematico sul piano dell’immagine politica. La sua presenza, associata alla manifestazione e alla comunicazione visiva dell’evento, richiama una destra che tende a usare la piazza della sicurezza come luogo di identità, appartenenza, riconoscibilità. Anche qui il punto non è la legittimità della partecipazione, ma il cortocircuito che si produce quando un evento presentato come civico diventa immediatamente materiale di posizionamento politico. La sicurezza del quartiere smette di essere solo un problema amministrativo e sociale e diventa un palcoscenico simbolico: chi c’è può rivendicare di stare “dalla parte dei cittadini”, chi contesta viene facilmente classificato come nemico del popolo, chi documenta rischia di diventare un intruso se le immagini non restituiscono la versione desiderata.

Sociologicamente, questa dinamica è tipica delle mobilitazioni costruite intorno alla paura urbana. La paura è un sentimento reale, spesso fondato su esperienze concrete, ma è anche un materiale politico molto potente. Può unire, semplificare, produrre appartenenza, creare una distinzione netta tra chi chiede ordine e chi viene accusato di relativizzare. Quando però il discorso pubblico si struttura solo così, ogni elemento dissonante viene percepito come sabotaggio. Il contestatore non è più un cittadino con un’opinione diversa, ma un “disturbatore”. Il giornalista che riprende non è più un osservatore professionale, ma qualcuno che può essere vissuto come parte del problema se documenta tensioni, insulti, spinte, reazioni fuori controllo.

Per questo la comunicazione successiva era decisiva. Dopo un’aggressione ai cronisti, la politica aveva l’occasione di segnare un confine: la sicurezza non si difende impedendo alla stampa di raccontare; una piazza che chiede legalità deve essere la prima a garantire agibilità a chi documenta; nessuna causa, nemmeno una causa largamente condivisa come la vivibilità dei quartieri, autorizza intimidazioni, mani sui telefoni, insulti o aggressioni. Questo confine, nella maggior parte dei comunicati, resta sfumato. Viene detto, ma non viene assunto come centro. Viene dichiarato, ma subito circondato da altro.


Il linguaggio rivela questa esitazione. Le formule “solidarietà anche ai giornalisti”, “la libertà di stampa non si tocca”, “no a ogni tipo di violenza” funzionano come marcatori di correttezza istituzionale. Servono a evitare l’accusa di ambiguità. Ma quando sono immerse in testi dominati da “insicurezza dilagante”, “disturbatori di estrema sinistra”, “buonisti di sinistra”, “scontro ideologico”, “decoro urbano”, diventano formule di chiusura, non di apertura. Non generano una riflessione sulla libertà di cronaca. Sigillano il comunicato e permettono di tornare rapidamente al messaggio principale: la destra chiede sicurezza, la sinistra disturba, i cittadini hanno ragione.

La nota di Ilaria Cavo funziona perché fa l’opposto. Non ha bisogno di sovraccaricare il testo. Non deve dimostrare di essere dalla parte dei cittadini con una raffica di immagini emotive. Non deve evocare figlie molestate, rapine, furti, violenze e buonisti. Dice una cosa semplice: la sicurezza riguarda anche chi racconta la sicurezza. Questa frase è politicamente più efficace proprio perché è meno propagandistica. Tiene insieme coerenza di schieramento e rispetto del mestiere giornalistico. Non svia, non annacqua, non usa l’aggressione come pedana per un comizio differito.

In termini tecnici, è una comunicazione a fuoco singolo, mentre le altre sono comunicazioni a grappolo. La prima individua un fatto e lo nomina. Le seconde accumulano temi, bersagli e rivendicazioni. La comunicazione a grappolo è utile quando si vuole mobilitare il proprio pubblico, perché offre molti appigli emotivi. Ma è debole quando si deve dare una risposta istituzionale a un fatto preciso, perché produce dispersione e lascia la sensazione che il punto più grave sia stato trattato solo perché inevitabile.

Resta dunque una domanda politica: la destra genovese considera davvero l’aggressione ai giornalisti un fatto centrale o solo un incidente narrativo da gestire senza compromettere la forza simbolica della fiaccolata? Le parole scelte suggeriscono che, salvo il caso di Cavo, la seconda ipotesi pesa molto. La manifestazione deve restare il segno di una città che chiede sicurezza. Le tensioni devono essere attribuite ai contestatori. L’aggressione ai cronisti deve essere condannata, ma senza incrinare la rappresentazione della piazza. È una postura comprensibile sul piano della strategia politica, ma debole sul piano della cultura democratica.

Perché la libertà di stampa è scomoda proprio quando obbliga a guardare anche ciò che non conviene. Un giornalista aggredito durante una fiaccolata per la sicurezza rivela una contraddizione difficile da addomesticare: si può chiedere legalità e, nello stesso spazio, tollerare o minimizzare un clima ostile verso chi documenta? Si può invocare più ordine e non interrogarsi sull’ordine interno della propria piazza? Si può parlare di diritti dei cittadini e mettere in secondo piano il diritto di cronaca?


La risposta migliore è arrivata dalla comunicazione più asciutta. Quella di Ilaria Cavo. Non perché rinunci al tema della sicurezza, ma perché non lo usa per coprire il resto. In una giornata in cui molti hanno provato a portare l’acqua al proprio mulino, la sua nota è l’unica che non sembra scritta per salvare una narrazione, ma per mettere in fila i fatti. E in politica, soprattutto quando c’entrano giornalisti aggrediti mentre lavorano, la chiarezza non è un dettaglio di stile: è la sostanza del messaggio.

In copertina, gli eletti di Fdi in testa alla fiaccolata


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