La crisi del Bari è il punto d’incontro di tre fallimenti. Il fallimento di un sistema di controlli che continua a rincorrere i problemi invece di prevenirli. Il fallimento di una gestione che, al di là degli accertamenti giudiziari, non ha prodotto i risultati sportivi ed economici che una città come Bari aveva il diritto di attendersi. E il fallimento di una scelta politica azzardata, compiuta nel 2018, quando si decise di affidare il futuro del principale patrimonio sportivo cittadino a una proprietà già inevitabilmente impegnata altrove
Bari è il fallimento di una scelta sbagliata e di un sistema che continua a non controllare. Dalla scelta politica della multiproprietà ai controlli federali inefficaci, fino alla gestione della famiglia De Laurentiis: la richiesta di liquidazione giudiziale non è un fulmine a ciel sereno, ma l’epilogo di una storia che poteva essere scritta diversamente.
La richiesta di liquidazione giudiziale della Calcio Bari, avanzata dalla Procura della Repubblica, non rappresenta soltanto un delicato passaggio giudiziario. È il punto di arrivo di una storia iniziata molto tempo fa e che oggi impone una riflessione ben più ampia della vicenda processuale.
Perché il problema non è soltanto il Bari. Il problema è il sistema. Un sistema nel quale gli organi sportivi certificano la regolarità delle società e, pochi giorni dopo, la magistratura ordinaria ne mette in discussione la stessa solvibilità.
È accaduto ancora una volta. Il 1° luglio il Consiglio Federale ha ammesso ai campionati professionistici tutte le società che avevano presentato domanda di iscrizione. Nessuna esclusa, nessuna criticità rilevata. Pochi giorni più tardi, la Procura della Repubblica di Bari ha ritenuto, sulla base delle valutazioni dei propri consulenti, che la società biancorossa versasse in una situazione tale da giustificare la richiesta di liquidazione giudiziale. Due fotografie completamente diverse della stessa realtà. E allora una domanda diventa inevitabile.
Chi controlla davvero? Il Consiglio Federale non entra nel merito dei bilanci. Si limita a recepire le certificazioni degli organismi tecnici. La Lega competente verifica la documentazione. La Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico finanziario delle società professionistiche attesta il rispetto dei parametri previsti dalle Licenze Nazionali.
Ma se poi è la Procura della Repubblica ad accorgersi che una società presenta criticità tanto gravi da metterne in discussione la continuità aziendale, significa che qualcosa non funziona. E non funziona da anni.
Ogni stagione il calcio italiano assiste alle stesse vicende: stipendi non pagati, penalizzazioni, esclusioni dai campionati, classifiche riscritte in corsa, società che scompaiono. L’articolo 53 delle NOIF, con il conseguente azzeramento dei risultati, altera inevitabilmente la regolarità dei tornei. È la dimostrazione plastica che il sistema dei controlli continua a essere prevalentemente formale e non sostanziale. Il Bari rischia oggi di diventarne l’ennesima vittima.
Ma questa vicenda racconta anche un altro fallimento. Quello della multiproprietà. La famiglia De Laurentiis ha acquisito il Bari nel 2018 quando era già proprietaria del Napoli. Una situazione che, già allora, poneva interrogativi evidenti.
La normativa federale stava andando nella direzione dell’eliminazione delle multiproprietà. Era dunque prevedibile che quel modello avrebbe avuto una durata limitata e che, soprattutto, il Bari avrebbe inevitabilmente occupato una posizione subordinata rispetto al Napoli, società di Serie A, economicamente e sportivamente prioritaria. Non era difficile immaginarlo. Era quasi inevitabile. Ed è proprio su questo punto che emerge una responsabilità politica che oggi non può essere ignorata.
Nel 2018, dopo il fallimento della precedente società, l’allora sindaco di Bari, Antonio Decaro, sostenne la scelta della famiglia De Laurentiis quale nuovo riferimento per il calcio cittadino. Fu in quel momento che Palazzo di Città spalancò le proprie porte alla famiglia De Laurentiis. Una scelta politica legittima, ma compiuta nella piena consapevolezza che il Bari sarebbe entrato nell’orbita di una multiproprietà destinata, prima o poi, a scontrarsi con le regole federali e, soprattutto, con le ambizioni di un’intera città.
Oggi è legittimo domandarsi se quella fosse davvero la soluzione migliore. Perché già allora si conoscevano due elementi fondamentali. Il primo: la famiglia De Laurentiis era proprietaria del Napoli. Il secondo: il tema della multiproprietà era già al centro del dibattito federale e la prospettiva del suo definitivo superamento era tutt’altro che remota.
A ciò si aggiunge un ulteriore dato: non mancavano altre manifestazioni di interesse per il Bari. Decaro ritenne, sbagliando, che la proposta della famiglia De Laurentiis fosse quella più idonea a garantire il rilancio della società.
La storia di questi sette anni consente oggi di esprimere un giudizio politico su quella scelta. Ed è un giudizio severo. Affidare il futuro del Bari a una proprietà che aveva già un altro club, inevitabilmente prioritario, significava accettare il rischio che la società biancorossa non diventasse mai il vero centro del progetto imprenditoriale. Quel rischio, con il passare degli anni, si è progressivamente trasformato in realtà.
Sul piano sportivo il Bari non è riuscito a costruire una crescita stabile, al netto della cavalcata culminata nella finale playoff del 2023. Sul piano societario il rapporto con la città si è deteriorato fino a diventare una frattura insanabile. Oggi la contestazione della tifoseria è unanime e chiede apertamente la fine dell’esperienza della famiglia De Laurentiis.
Anche la gestione economica presenta oggi interrogativi profondi. Sarà naturalmente la magistratura ad accertare ogni eventuale responsabilità nell’ambito delle indagini in corso, comprese quelle relative ad alcune operazioni di mercato tra Bari e Napoli. Vale per tutti la presunzione d’innocenza fino a eventuali decisioni definitive. Ma il giudizio sportivo e manageriale può già essere affidato ai fatti.
Dopo sette anni, il Bari si ritrova al centro di una gravissima crisi economico-finanziaria, con un futuro societario incerto, una tifoseria in aperta contestazione e una prospettiva sportiva profondamente ridimensionata. Sono risultati che difficilmente possono essere considerati soddisfacenti.
Eppure il tema più preoccupante resta un altro. Com’è possibile che nessuno se ne sia accorto prima? A cosa servono le Licenze Nazionali se poi interviene la Procura della Repubblica? Che ruolo svolgono realmente la Lega, la Commissione indipendente e gli altri organismi di vigilanza?
Perché la UEFA riesce a sanzionare tempestivamente i grandi club europei quando violano le regole del Fair Play Finanziario, mentre in Italia si continua ad attendere l’intervento della magistratura ordinaria?
Sono domande che non riguardano soltanto il Bari. Riguardano la credibilità dell’intero movimento calcistico. Per questo sarebbe un errore ridurre tutto a una vicenda giudiziaria.
La crisi del Bari è il punto d’incontro di tre fallimenti. Il fallimento di un sistema di controlli che continua a rincorrere i problemi invece di prevenirli. Il fallimento di una gestione che, al di là degli accertamenti giudiziari, non ha prodotto i risultati sportivi ed economici che una città come Bari aveva il diritto di attendersi. E il fallimento di una scelta politica azzardata, compiuta nel 2018, quando si decise di affidare il futuro del principale patrimonio sportivo cittadino a una proprietà già inevitabilmente impegnata altrove.
Le responsabilità, naturalmente, sono diverse e appartengono a piani differenti. Quelle penali saranno accertate, se del caso, dai giudici. Quelle sportive saranno valutate dagli organi federali. Quelle politiche, invece, appartengono già al giudizio della storia.
E la storia, oggi, consegna ai baresi una verità difficile da contestare: il Bari non è arrivato a questa crisi per caso. È il risultato di scelte precise, di controlli inefficaci e di responsabilità che nessuno può più fingere di non vedere.
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Vittorio Galigani
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