L’agricoltura alle elezioni – PugliaSera


 Circa gli stati industriali che hanno avviato il processo di industrializzazione poi divenuto planetario (Gran Bretagna, Germania, Francia,…) ci hanno detto a scuola che quello sviluppo è stato reso possibile dalla loro dotazione di materie prime, carbone e ferro in primis, che hanno favorito la nascita della siderurgia come nell’età del ferro già era accaduto su scala più modesta. Cosa che ha suscitato ammirazione se non invidia nelle classi dirigenti di tutto il globo e degli economisti di ogni dove e di ogni epoca e di ogni cultura. Anche in Italia si pensò di provare a fare la stessa cosa e financo al Sud con le fabbriche borboniche prima e quelle dell’IRI dopo, ma puntando sullo sfruttamento della manodopera più copiosa; oggi a più di un secolo da tali fenomeni possiamo dire che quello sviluppo è stato possibile saccheggiando l’ambiente e cioè non pagando e non producendo o creando le materie prime utilizzate per le successive fasi di lavorazione, ma solo prendendosele. Le guerre e quindi la spesa pubblica per armi hanno favorito esplicitamente la esplosione del settore che quindi è stato additato come modello di arricchimento “moderno” e quindi “civile” e migliore di altri e cioè da imitare.

 In realtà è stato un abbaglio come pochi.

 Come detto in Italia si è provato a copiare quel sistema con qualche successo ma era un sistema che nasceva zavorrato dal costo della materia prima che nei paesi di estrazione aveva solo il costo appunto di estrazione mentre in Italia era molto più alto. Cioè il costo della materia prima era ed è per loro una componente positiva del Pil mentre da noi è un costo, una componente negativa del Pil stesso.

 Esisteva anche un altro settore che era ed è l’agroalimentare nel quale la materia prima era realizzata dagli agricoltori. Per divenire trainante era ed è necessario che il costo della materia prima rimanesse una frazione del prezzo del prodotto finito. In questo settore agroalimentare al saccheggio delle risorse offerte dall’ambiente si sostituisce il saccheggio del frutto del lavoro nei campi. Per essere certi di disporre di quantità sufficienti di materie prime si sono aperte le frontiere alla importazione di derrate estere il cui valore più basso costringe gli agricoltori nazionali a spossessarsi del frutto del loro lavoro a prezzi simbolici. Ovviamente se per esempio il prezzo di un chilo di uva da vino è 10 centesimi, il valore del vino da esso realizzato è un euro mentre il prezzo pagato dal consumatore finale al momento del consumo non è mai meno di 10 euro. E se gli agricoltori provano a spuntare prezzi maggiori si compera un prodotto similare dall’estero e poi lo si fa diventare nazionale con la opportuna etichetta. Questo esempio molto grossolano spiega che nella contabilità nazionale il “peso” contabile della agricoltura è infimo rispetto al contributo offerto alla ricchezza nazionale dal resto del processo economico originato da essa; tanto da immaginare di sostituire il prodotto del suolo e del lavoro italiano con quello di un paese particolarmente povero e quindi propenso a disfarsi delle proprie produzioni per prezzi irrisori (accentuando la propria indigenza). Ma questo da la dimensione della dipendenza totale del sistema dalla economicità della materia prima.


 L’intero comparto ha raggiunto dimensioni ragguardevoli e certamente superiori a molti altri fino ad essere divenuto ormai un mito planetario ancora in grande espansione. Il Sud Italia -che chiameremmo più volentieri “Mediterrania”- ha contribuito significativamente (e ancora lo fa e lo può fare) a questo processo di industrializzazione all’italiana. Conviene precisare che si tratta certamente di produzioni che garantiscono la indipendenza alimentare ma che rimane una produzione “pacifica”. Gli “aiuti” alle produzioni di derrate agricole sono indirizzati alla espansione delle produzioni stesse a diretto vantaggio delle industrie e distributori acquirenti ma il reddito agrario rimane più o meno lo stesso e la incidenza dell’agricoltura sul Pil rimane irrisoria rispetto al proprio ruolo strategico.

 Questa è la situazione.

 Quindi oggi il mondo assiste alla coesistenza di due modelli (cui se ne sono aggiunti altri di cui adesso parleremo) uno di saccheggio dell’ambiente (saccheggio che è di ferro e carbone ma anche di petrolio, rame, fino alle odierne terre rare,…) l’altro di realizzazione e creazione di derrate che prima non c’erano e che adesso sono disponibili grazie alla dedizione e cultura di intere popolazioni che non vengono retribuite come si dovrebbe per il loro merito economico e strutturale e sistemico.

 Su questa realtà grezza si innesta poi il mondo della impresa sostenitrice delle produzioni, il terziario dedito alla consulenza, alla promozione, alla meccanizzazione, alla manutenzione, all’associazionismo, …un intero mondo che vive spesso in modo parassitario sui creatori di valore. Tra questi, un ruolo massimo ed insuperabile viene svolto dallo stato e dalla sua burocrazia inventata per sostenere i settori produttivi mentre invece siamo all’inverso per cui sono i produttori che sostengono i burocrati con stipendi molto superiori ai meriti.

 Si va a nuove elezioni con partiti vecchi e nuovi ma nessuno è cosciente di queste semplici verità che aprirebbero un mondo di interrogativi e quindi di risposte e programmi:


 –          Si può continuare a saccheggiare l’ambiente per creare valore? Oppure ci si deve rendere conto che esiste un’altra strada ampiamente sostitutiva della prima, molto più inclusiva, e priva di limiti?

 –          Si vuole capire che a livello locale come a quello planetario il settore primario è in assoluto il più importante e quindi ad esso va dedicata massima attenzione?

 –          Ci si rende conto che i settori del terziario come quello di trasformazione e distribuzione e creditizio devono essere al servizio di quello primario e non l’inverso perchè l’intero sistema rimanga in piedi?

 –          Estirpare la cultura del settore primario è una politica che ipoteca grandemente il futuro di tutti e quindi fin dalle scuole va sostituito al modello industriale classico una visione molto più ampia.

 –          È necessaria una operazione culturale radicale che ribalti l’dea nordica di asservimento di taluni a certi altri per sostituirla con l’idea di centralità della Persona (che non può non significare che centralità della sua cultura ed identità) anche perché in economia tutti sono ugualmente utili in una società ed economia che premia il lavoro e non il saccheggio. 


Non è facile che i politici capiscano cose di questa sottigliezza semplicemente perché tutti sono interessati a fare incetta di voti cosa per la quale dedicano tutto il loro tempo; ma è fondamentale che il futuro decisore non effettui le sue scelte sulla base della “influenza” delle vare lobby (come per esempio la dimensione aziendale) ma sul ruolo strategico di ogni settore nel più grande funzionamento dell’intera economia. Il fatto che l’agricoltura sia frantumata in mille e mille imprese cosa che ne schiaccia la redditività non deve costituire un punto di debolezza ma di estrema forza sia per la competitività che questo comporta sia per la valenza sociale che ne scaturisce. Al contrario la concentrazione aziendale tipica dell’industria e dei servizi va guardata con sospetto costituendo una forma di potere ampiamente in grado di condizionare le Istituzioni. 
CANIO TRIONE


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