Cibo e Sesso – L’Unità da due Vie


Proseguendo questo ‘nuovo’ percorso, cercherò di spogliare le parole, per riscoprire piano piano di significato gastronomico la loro sacra nudità.

Iniziamo col prendere il respiro: inspiriamo ed espiriamo. In questo moto primordiale è iscritto l’intera esistenza. Inspirare è accogliere il mondo, assimilarlo, nutrirsene.

Espirare è donarsi, riversarsi, creare. In questo ritmo, scandito dal battito, si celano i due poli di un unico mistero.

Come il cibo e il sesso, gesti archetipici con cui l’anima intreccia la sua storia con la materia. La fame di ciò che è altro da sé per divenire sé e la fame di donare sé per divenire altro. Entrambi sono riti sacri.


Prendiamo il neonato: la sua prima esperienza di amore, di appagamento è unica e inseparabile, che sgorga dal seno materno, e in quel calore e morbidezza, è nutrirsi e provare piacere, sentirsi amati e iniziare a conoscere il mondo come benevolenza che sazia la mancanza.
La vita si manifesta come una pulsione di desiderio che viene placata da quel corpo da cui fluisce la vita stessa; matrice che non dimenticheremo mai, la nostalgia di un paradiso in cui mangiare significava essere amati.

Crescendo, però, la vita separa e l’intelletto spezza il mondo in categorie per poterlo afferrare. Chiamiamo cibo la materia che ingeriamo per perpetuare il nostro organismo, e chiamiamo sesso l’atto con cui perpetuiamo noi stessi.

Ma nel laboratorio alchemico del corpo, cosa accade veramente? Entrambi si schiudono in comunicazione aperta tra donare e ricevere.

E ancora più a fondo, il fuoco che anima la digestione è lo stesso che infiamma il desiderio. L’appetito è un vuoto che chiede di essere colmato.

Entrambi nascono da uno stato di mancanza. Una tensione che precede e consegue una distensione. Digiuni e astinenze possono rendere agitati, nervosi, accendendo desideri e fantasie.


La fame è una delle esperienze più radicalmente corporee che esistano. Non si pensa la fame, la si è. Lo stomaco che si contrae, la mente che comincia a convergere verso il cibo come un ago magnetico verso il nord, l’irritabilità che cresce, la difficoltà di concentrarsi su altro.

La fame svuota il presente di qualsiasi altro contenuto e lo riempie di un’unica domanda urgente.

Il desiderio erotico ha la stessa struttura fenomenologica. La stessa convergenza, la stessa difficoltà di pensare ad altro, la stessa urgenza che si installa nel corpo prima che la mente abbia dato il suo assenso.

Non si decide di desiderare, così come non si decide di avere fame. Si constata. Si subisce, in un senso che non è passivo ma che certamente non è pienamente controllato.

Ma entrambi intensificano la percezione sensoriale del mondo. Chi ha fame assaggia un semplice pane come se fosse cosa divina. Chi desidera vede nel volto dell’amato/a una bellezza che gli altri non riescono a cogliere.


La privazione, paradossalmente, affina. Come se il corpo, svuotato di soddisfazione, diventasse uno strumento più sensibile.

La solitudine è per lo spirito, ciò che il cibo è per il corpo.
Seneca

I mistici di ogni tradizione lo hanno saputo, e lo hanno usato. Il digiuno non è punizione del corpo ma la sua educazione. Si digiuna per diventare più permeabili, più ricettivi. E non è forse significativo che molte tradizioni spirituali abbiano visto nell’astinenza sessuale una pratica analoga con simili finalità?

In molte tradizioni, il santo eremita lotta con i demoni, compresi quelli della gola e della carne, come se fossero due aspetti dello stesso nemico. Non certo perché il corpo sia malvagio, ma perché nella storia dell’uomo la sua sapienza è una potenza che minaccia l’egemonia di uno spirito che si crede separato.

Poi, però, si può comprendere che la fame e il desiderio sono i linguaggi nascosti con cui l’Anima del Mondo ci spinge verso la propria mensa. E il segreto è il sacrificio.

In ogni pasto, c’è un’uccisione: l’animale macellato, l’ortaggio strappato alla terra, il grano mietuto e macinato: la vita si nutre di vita. Questo è il ciclo implacabile di Dioniso fatto a pezzi per farlo rinascere.


Nella sessualità, l’antico sacrificio viene trasceso e redento. La piccola morte, ‘la petite mort’, è sacrificio dell’ego. In quell’istante di abbandono l’io dissolto, non annientato nel nulla, si ritrova fuso nella corrente della Vita.

C’è un momento, al termine di un pasto preparato con amore, consumato in gradita compagnia, in un luogo dove ci si sente al sicuro, in cui il corpo si rilassa in una soddisfazione che va oltre il mero riempirsi lo stomaco. È sazietà, nel senso di momentanea sensazione di completezza.

I nostri tre bisogni fondamentali, di cibo, sicurezza e amore…
M. F. K. Fisher – The Gastronomical Me

Quell’esperienza amorosa è chiamata in mille modi, ma che più semplicemente è senza nome, quell’attimo dopo, quando il respiro rallenta e il confine tra sé e l’altro non c’è più, e non ci si chiede più dove finisce uno e dove comincia l’altro.

Se il cibo ci dà l’energia per dire “io sono”, l’amore ci dà la possibilità per sperimentare “noi siamo” e infine anche “Tutto è”. Il cibo costruisce il tempio del corpo e il sesso lo apre per farvi entrare il soffio amorevole del divino.

Come non vedere, allora, il riflesso di questa unità nei riti più sacri dell’umanità?


Gli antichi immaginavano che gli Dèi si nutrissero di cibi e bevande immortali (vedi articoli sul cioccolato, miele, ecc.), ma forse il vero cibo degli Dèi era altro: forse era la pienezza stessa dell’esperienza, il sapore completo della vita, in cui il nutrimento e il desiderio e la connessione con un altro essere si fondono in un unico atto di presenza totale.

Il corpo è sapiente. Sa da sempre ciò che la mente impiega anni a comprendere: che la fame e la libido sono la medesima corrente, che il nutrimento e l’amore attingono alla stessa sorgente, che mangiare assieme e amarsi, nella loro essenza più pura, sono atti di comunione, dove per un attimo, non si ha più bisogno di ribadire la propria separazione.

Allora cucinare per l’amato è un atto profondamente erotico, secondo il mio punto di vista. Scegliere gli ingredienti, lavarli con cura, tagliarli con rispetto, cuocerli a fuoco lento e con attenzione, aggiungere spezie come carezze aromatiche, seguendo il rituale della ricetta, impiattare con arte e sentimento… non c’è gesto in cucina che non sia un corteggiamento del nutrimento e della cura.

Quando il cibo viene offerto con questa intenzione, non sazia solo il corpo, ma nutre il corpo eterico dell’altro. Non sazia solo lo stomaco, ma anche il cuore e migliora il sentimento che ne consegue.

Allo stesso modo, nell’unione degli amanti, il respiro dell’uno diventa il cibo dell’altro, che si offrono in pasto l’uno all’altro.


L’atto sessuale consapevole diventa uno scambio di energie nutritive che si amplificano nel loro vortice. Si tratta di un ‘cannibalismo’ sacro in cui, a differenza dell’ingestione materiale che distrugge l’oggetto per nutrire il soggetto, il vero pasto d’amore moltiplica la sostanza: più ti mangio, più esisto; più mi dono, più sei.

Il mondo ci è dato in pasto e noi siamo dati in pasto al mondo, in un abbraccio sacro che nessuna parola può spiegare, ma che ogni cuore che ama e ogni bocca che mangia, nel profondo, ricorda e sa.

Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!

Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!

A ‘sto punto pure… affamati.



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 Investigatore Culinario

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