Roma, 11 luglio 2026 – In 55 anni, ha calcolato, i terremoti ci sono costati più di 136 miliardi. Una tassa: oltre 2.300 euro sulle spalle di ogni italiano. “Però naturalmente questo vale per i terremoti che ho analizzato, i dieci eventi sismici dal 1968 al 2023. E gran parte di questi costi sono già stati sostenuti”. La ricerca è di Marisa Massaro, architetto di Benevento e direttore tecnico della divisione architettura di Irondom, azienda specializzata nelle costruzioni LSF (light steel frame), sistema a secco basato su una struttura portante in profili di acciaio zincato.
Massaro è tra gli agibilitatori formati dalla protezione Civile, tra i tanti disastri d’Italia ha lavorato sul campo ad esempio nel terremoto dell’Aquila. Perché, per dirla con parole chiare, “liberati i feriti e rimossi i cadaveri, superata la fase di soccorso, bisogna fare la mappatura dello stato di salute di tutti gli edifici che hanno subito il sisma”. A questo servono i tecnici.
Marisa Massaro, architetto, è agibilitatore della Protezione civile e ha lavorato sul campo in diversi terremoti d’Italia
Spesi 136 miliardi per 55 anni di terremoti
Analizziamo dunque i costi nel dettaglio. Il terremoto più oneroso è quello dell’Irpinia, che ha superato i 52 miliardi. Secondo il Friuli Venezia Giulia, con 18,5 miliardi, quest’anno ricorre il cinquantesimo. In terza posizione il sisma del Centro Italia del 2016 (che sfiora i 15 miliardi). Marche-Umbria del 1997, L’Aquila del 2009 e l’Emilia Romagna del 2012 sono più o meno allo stesso livello, tutti e tre sotto i 14 miliardi. L’ultimo, Forlì-Cesena del 2023, ha visto finora un investimento di 6 milioni.
“Si può dire che in Italia la cifra totale è altissima, come altissimo è il numero di vite umane, se paragonato al Giappone – osserva l’architetto Massaro -. Anche perché abbiamo avuto terremoti gravi ma non devastanti, non abbiamo mai superato i 7 gradi della scala Richter. Paghiamo lo scotto di un patrimonio residenziale molto vecchio, di norme antisismiche fatte nel 1980 che erano assolutamente sbagliate, e ce ne siamo accorti con il terremoto dell’Aquila e del Centro Italia. Perché tutti gli interventi che venivano realizzati sugli edifici per il risanamento e il consolidamento sismico, quindi con contributi dello Stato, si sono rivelati lesivi. Molti edifici in pietra si sono sbriciolati proprio perché con il cemento armato li abbiamo appesantiti. La causa del crollo è stata il tetto”.
Alberto Romagnoli, ingegnere, è delegato per il Consiglio nazionale ingegneri alla ricostruzione del terremoto del Centro Italia (2016)
La vulnerabilità degli edifici
Il problema in Italia per cui si spendono molti soldi e ci sono tante vittime “è che la nostra tecnologia anti sismica è molto arretrata. Siamo portati a pensare che gli edifici storici siano i più a rischio. Non è così. La massima vulnerabilità è per gli edifici in cemento armato realizzati nel momento del boom economico. C’era una scarsa capacità di certificare le strutture. C’era anche una manovalanza poco esperta nel realizzarle. E questo ha decretato la bolla più pericolosa che esiste tuttora. Gli edifici storici diventano estremamente a rischio quando sono stati fatti interventi di miglioramento sismico risalenti agli anni Ottanta e Novanta. Per dire: era una falsa chimera pensare che nel terremoto dell’Umbria la colpa era della sabbia di mare. Un’assurdità mediatica che non aveva alcun senso. In realtà le aggravanti sono sempre due: non abbiamo la possibilità di monitorare con certezza la struttura in cemento armato e molto dipende dall’attenzione e dalla capacità di chi sta armando le strutture e di chi fa il getto”.
Nel mondo l’Ingv stima che esistano almeno 1.500 vulcani potenzialmente attivi, il 75% si concentra nell’anello di fuoco (Oceano Pacifico)
Il lavoro del Consiglio nazionale ingegneri
Alberto Romagnoli, ingegnere marchigiano, delegato del Consiglio nazionale alla ricostruzione del Centro Italia, si appella alla svolta che sta tentando di imprimere Musumeci: “Gli studi ci dicono che per ogni euro speso in prevenzione se ne risparmiano tre. Sono cifre importanti. Il ministro per la Protezione civile ha dettato una linea molto forte, la nostra cultura fino a ieri non ha messo al centro la prevenzione. Oggi sta cambiando ma prima che se ne vedano gli effetti ci vorrà del tempo”.
Guardando indietro: “Negli anni ‘50 e ‘60 si costruiva in modo indiscriminato. Ad esempio negli alvei dei fiumi. E si è costruito in malo modo prima che evolvesse la normativa sismica. C’è un’evoluzione della cultura che ha portato a regole importanti. Oggi si costruisce meglio ma dobbiamo ricordare che il nostro patrimonio edilizio in muratura è datato. E c’è tutto il tema legato a Casa Italia, l’idea di sensibilizzare il proprietario perché l’abitazione non abbia solo il certificato energetico”.
Come intervenire sul patrimonio edilizio
Secondo Romagnoli “intervenire non è facile. Stiamo chiedendo il fascicolo anagrafe del fabbricato, che fornisca per ogni immobile le informazioni legate alla staticità, per sapere se quell’edificio risponde in modo qualitativo alle norme sismiche. Musumeci ha fatto grandi aperture alle nostre proposte. Lo Stato si è reso conto che in futuro, così come fanno le altre nazioni, non sarà più possibile contribuire alla ricostruzione post terremoto come è successo in passato. Bisogna fare in modo che i proprietari siano consapevoli della sicurezza del loro immobile, dal punto di vista statico e sismico. Ogni immobile dovrà essere dotato di una polizza assicurativa contro i terremoti. Questo è uno dei temi che sta nel pacchetto del ministro, condiviso con la rete delle professioni tecniche”.
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