È morto Hamad bin Khalifa Al Thani, l’emiro che ha costruito il soft power del Qatar



Dal gas ad Al Jazeera, dallo sport alla diplomazia, durante i suoi diciotto anni al potere ha trasformato il piccolo paese del Golfo in un attore internazionale. Un potere che è riuscito a far passare in secondo piano le accuse di violazioni dei diritti umani nel paese e la repressione di ogni voce di dissenso

È morto a 74 anni Hamad bin Khalifa Al Thani, ex emiro del Qatar e padre dell’attuale sovrano Tamim. La notizia è stata annunciata domenica mattina dalla corte dell’emiro, che non ha reso note le cause del decesso. «Con il cuore saldo nella fede nel decreto e nel destino di Dio, il Diwan dell’Emiro piange la grande perdita per la nazione del compianto – che Dio abbia misericordia di lui – sua altezza il padre emiro sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani, scomparso questa mattina».

Eredità

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Fuori dalle dinamiche ufficiali del potere dal 2013 dopo 18 anni di regno iniziato nel 1995 con la deposizione del padre Khalifa bin Hamad Al Thani mentre era in un viaggio all’estero, l’ex emiro ha lasciato un’eredità politica importante. Fu tra i leader della regione che compresero più chiaramente come trasformare le entrate del gas in influenza politica internazionale. E lo ha fatto con enormi investimenti nel soft power.

Da quei soldi sono nati importanti infrastrutture, fondi d’investimento senza precedenti e investimenti all’estero che hanno di fatto espanso il potere politico di Doha oltre la regione del Golfo. Il Regno Unito è l’esempio più importante a riguardo (vedi l’acquisto dei magazzini di Harrods).


La presenza economica del Qatar a Londra e i suoi rapporti con la politica britannica hanno alimentato polemiche e inchieste sulle attività di lobbying di Doha. Su un piano diverso, il Qatargate ha mostrato quanto l’influenza qatariota sia diventata un tema sensibile anche all’interno delle istituzioni europee.

Il soft power

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La mossa più importante arrivò nel 1996, con la nascita di Al Jazeera. L’emittente satellitare – oggi riconosciuta come uno dei media più autorevoli a livello internazionale – ruppe le consuetudini dell’informazione araba, dando spazio a voci normalmente escluse dalle televisioni controllate dai governi.

Diventò presto il principale strumento di influenza del Qatar, ma anche una fonte di tensione con gli altri paesi della regione, infastiditi dalla sua linea editoriale e dall’ambizione politica di Doha. Un esempio fu la copertura della rivoluzione egiziana del 2011 e, due anni dopo, della repressione della Fratellanza musulmana seguita al colpo di Stato militare guidato da Abdel Fattah al-Sisi.

Un altro strumento di proiezione internazionale è stato Qatar Airways, la compagnia di bandiera, entrata nel calcio europeo attraverso accordi di sponsorizzazione con il Barcellona e il Paris Saint-Germain, e che nel settembre 2024 ha ufficializzato una prestigiosa partnership con la Uefa per la Champions League. La squadra di Parigi, tra l’altro, è stata invece acquistata nel 2011 dalla Qatar Sports Investments. 

Un’influenza che ha portato poi alla storica assegnazione dei Mondiali di calcio del 2022 sui quali però ci sono state pesanti critiche da parte di ong a difesa dei diritti umani: sia per la repressione nel paese di ogni voce ostile alle autorità statali, sia per lo sfruttamento della manodopera migrante per la costruzione degli stadi per la competizione.


Diplomazia

Investimenti, gas e soft power hanno permesso al Qatar di ritagliarsi un ruolo di primo piano nel campo della diplomazia. Più volte il paese ha assunto il ruolo di mediatore per risolvere conflitti internazionali. La lista è lunga: Sudan, Afghanistan, Gaza, Libano, Ucraina e infine Iran. Nel resort di lusso di Bürgenstock – della Katara Hospitality, una catena alberghiera controllata dal fondo sovrano del Qatar – si sono svolti i primi colloqui previsti dal memorandum raggiunto tra Washington e Teheran per consolidare la tregua. E Doha è anche il paese più importante per tutto ciò che riguarda le mediazioni politiche con i talebani, dato che ne ospita un ufficio politico così come accaduto con Hamas.

Nel 2012 l’emiro fu il primo capo di Stato a visitare la Striscia di Gaza dopo la presa del potere da parte di Hamas, promettendo 400 milioni di dollari per progetti e investimenti. Allo stesso tempo aveva mantenuto aperti canali con Israele e consentito a un ufficio commerciale israeliano di operare a Doha fino al 2008.

Vicinanza agli Usa

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Ad accompagnare la crescita economica e politica del paese durante il regno di Hamad è stata anche la sua vicinanza agli Stati Uniti. Il paese è uno degli alleati più importanti per Washington, per conto del quale ospita la base di Al Udeid, una delle principali installazioni militari statunitensi nella regione. Vi sono schierati circa diecimila militari e ha sede il quartier generale avanzato del Centcom, da dove si coordinano operazioni aeree, intelligence, sorveglianza e difesa missilistica in tutta la regione.

La fedeltà di Doha alla Casa Bianca ha portato il paese a prendere decisioni che sono state criticate nel mondo arabo, come la partecipazione alle operazioni della Nato contro Muammar Gheddafi in Libia e il sostegno ai ribelli siriani durante la guerra civile contro Bashar al Assad.

Consegna di poteri

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Dopo 18 anni di potere, Hamad bin Khalifa ha consegnato lo scettro a suo figlio Tamim a soli 33 anni. Un passaggio di consegne anomalo rispetto alle successioni nel Golfo che spesso sono tese, “sporche” e violente. Hamad abdicò con un discorso rivolto alle nuove generazioni, lasciando al figlio un paese in forte crescita economica e ben strutturato. Non è un caso se Tamim ha seguito le sue orme, mantenendo il Qatar al centro delle mediazioni regionali e rafforzando le relazioni con gli Stati Uniti. Ha capito anche l’importanza del soft power alimentando la rete creata dal padre e portando quella strategia alla sua massima visibilità durante la finale dei Mondiali del 2022, quando pose sulle spalle di Lionel Messi il bisht, il tradizionale mantello cerimoniale, pochi istanti prima della consegna della Coppa del Mondo.


Ma la via per Tamim non è stata sempre facile a livello politico soprattutto nei primi anni quando ha dovuto affrontare l’isolamento imposto dai partner arabi del Golfo nel 2017 che decisero di interrompere i rapporti diplomatici e imposero diversi embarghi al Qatar. Lo scontro nacque dall’insofferenza di Arabia Saudita, Emirati, Bahrein ed Egitto verso la politica estera autonoma di Doha, i suoi rapporti con Iran e Turchia, il sostegno a movimenti vicini alla Fratellanza musulmana e la linea editoriale di Al Jazeera. La rottura avvicinò ancora di più il Qatar alla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan.

Reazioni

La scomparsa dell’ex emiro ha suscitato reazioni in tutto il mondo. Messaggi di cordoglio sono arrivati dagli altri partner della regione ma anche da diversi leader europei. La premier Giorgia Meloni ha espresso le sue condoglianze e ha definito Hamad bin Khalifa Al Thani come «uno di quei rari leader che ha cambiato il corso della storia della propria Nazione», si legge in una nota di Palazzo Chigi. «Con straordinaria visione, coraggio e determinazione, ha posto le basi del Qatar moderno, ne ha rafforzato le istituzioni e gli ha conferito una voce e un prestigio ben oltre i suoi confini. Il Qatar che oggi conosciamo e ammiriamo porta l’inconfondibile impronta della sua leadership», ha aggiunto la premier.

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 Youssef Hassan Holgado

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