Ci sono film che riescono a reinventare un genere senza rinnegarne i codici, utilizzandoli piuttosto come un sofisticato strumento di riflessione culturale. Get Out (2017), opera prima del regista e sceneggiatore Jordan Peele, appartiene con pieno diritto a questa categoria. Vincitore dell’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale e candidato anche nelle categorie principali, il film rappresenta uno dei momenti di svolta del cinema americano contemporaneo: un’opera capace di fondere horror psicologico, satira sociale, thriller e riflessione antropologica in un dispositivo narrativo di sorprendente coerenza.
L’aspetto più straordinario dell’opera risiede nella sua capacità di utilizzare il linguaggio dell’horror non come semplice mezzo spettacolare, ma come grammatica privilegiata per rappresentare dinamiche di dominio, appropriazione e alienazione profondamente radicate nella società occidentale. In questo senso, Get Out dialoga tanto con il cinema di George A. Romero quanto con quello di Roman Polański, senza dimenticare l’influenza del thriller paranoico degli anni Settanta e della tradizione della fantascienza sociale.
Trama
Chris Washington, giovane fotografo afroamericano, accompagna la propria fidanzata Rose Armitage nella lussuosa residenza di famiglia per trascorrere un fine settimana insieme ai suoi genitori. La ragazza minimizza le possibili tensioni legate al fatto di non aver mai rivelato alla famiglia che Chris è nero, rassicurandolo sulla mentalità progressista dei propri cari.
Una volta giunto nella villa, tuttavia, il protagonista inizia ad avvertire un crescente senso di disagio. Alcuni atteggiamenti della famiglia, il comportamento enigmatico della servitù domestica e una serie di episodi apparentemente inspiegabili trasformano quella che sembrava una semplice visita familiare in un’esperienza sempre più perturbante. Da questo momento il racconto costruisce una tensione crescente, conducendo lo spettatore verso una rivelazione tanto inquietante quanto simbolicamente potente.
La regia: il controllo assoluto dello spazio e della tensione
Per essere un esordio cinematografico, la regia di Jordan Peele appare sorprendentemente matura. Colpisce innanzitutto la precisione chirurgica con cui ogni elemento dell’inquadratura viene progettato per produrre un senso di progressivo straniamento.
Peele rifiuta sistematicamente gli eccessi dell’horror contemporaneo fondato sullo shock improvviso. I jump scare sono ridotti al minimo indispensabile; la paura nasce invece dall’accumulo di micro-anomalie, da dialoghi apparentemente innocui, da silenzi calibrati, da sguardi che sembrano trattenere qualcosa di indicibile.
La costruzione dello spazio è fondamentale. La casa degli Armitage diventa progressivamente un organismo vivente: inizialmente elegante, accogliente, quasi rassicurante, si trasforma lentamente in un labirinto simbolico dove ogni stanza sembra custodire un livello ulteriore della menzogna. Peele dimostra inoltre una notevole intelligenza nel gestire il ritmo narrativo. La progressione non conosce cedimenti: ogni scena aggiunge informazioni senza mai dissipare il mistero, costruendo una tensione continua che culmina in un terzo atto di impressionante efficacia.
Una sceneggiatura costruita come un meccanismo perfetto
Il vero punto di forza di Get Out risiede probabilmente nella sceneggiatura. La scrittura possiede una qualità rara: ogni dettaglio introdotto nelle prime sequenze assume successivamente un significato nuovo. Nulla appare casuale. Dialoghi, oggetti, battute apparentemente leggere, piccoli comportamenti dei personaggi vengono continuamente reinterpretati alla luce dell’evoluzione narrativa.
L’equilibrio tra ironia e inquietudine è straordinario. Peele, proveniente dal mondo della comicità, utilizza l’umorismo come dispositivo di alleggerimento soltanto apparente: molte delle battute più divertenti anticipano infatti gli sviluppi più inquietanti della storia. Ma il valore della sceneggiatura va ben oltre la struttura thriller. Get Out costruisce una riflessione sofisticata sul razzismo contemporaneo, spostando l’attenzione dalle sue forme più esplicite a quelle apparentemente “benevole”, paternalistiche e culturalmente assimilazioniste.
Il bersaglio non è soltanto il pregiudizio tradizionale, bensì quella forma di liberalismo superficiale che celebra il corpo nero trasformandolo contemporaneamente in oggetto di consumo, desiderio e appropriazione. L’horror diventa così metafora politica senza mai trasformarsi in pamphlet ideologico.
La fotografia: eleganza formale e simbolismo cromatico
La fotografia di Toby Oliver rappresenta uno degli elementi più raffinati del film. L’illuminazione naturale domina gran parte della prima metà dell’opera, conferendo alla villa un’apparenza quasi idilliaca. La luce morbida, i verdi intensi del giardino e le tonalità calde degli interni suggeriscono serenità e sicurezza. Progressivamente però la fotografia modifica impercettibilmente la propria temperatura emotiva.
Le ombre diventano più profonde, i contrasti più marcati, mentre la composizione delle immagini privilegia simmetrie inquietanti e prospettive sempre più claustrofobiche. Di particolare rilievo è anche l’utilizzo dei primi piani. Il volto umano diventa il principale territorio dell’orrore. Gli occhi, i sorrisi trattenuti, le espressioni sospese tra cordialità e minaccia costituiscono il vero paesaggio visivo del film. L’uso della profondità di campo contribuisce inoltre a creare un continuo stato di instabilità percettiva, facendo percepire allo spettatore che qualcosa possa emergere in qualunque momento dallo sfondo dell’immagine.
La colonna sonora: musica e design sonoro come strumenti narrativi
La soundtrack composta da Michael Abels rappresenta uno dei lavori musicali più originali del cinema horror recente. La partitura mescola orchestrazione classica, vocalità africane, minimalismo contemporaneo e tessiture elettroniche senza mai risultare ridondante. L’aspetto più interessante è la funzione narrativa della musica. Le composizioni non accompagnano semplicemente le immagini, ma anticipano psicologicamente ciò che il protagonista ancora ignora.
Accanto alla musica emerge un lavoro straordinario sul sound design. Rumori domestici, silenzi, respiri, piccoli suoni ambientali vengono amplificati fino a diventare elementi di tensione autonoma. L’intero paesaggio sonoro contribuisce alla costruzione di quella sensazione di costante vulnerabilità che accompagna il protagonista.
I personaggi: archetipi sovvertiti
Uno degli aspetti più intelligenti della scrittura riguarda la costruzione dei personaggi. Chris rappresenta un protagonista estremamente umano. Non possiede qualità eroiche straordinarie; è osservatore, riflessivo, spesso trattenuto nelle proprie reazioni. La sua vulnerabilità costituisce il principale punto di forza emotivo del racconto. Rose è costruita con una complessità narrativa che evita accuratamente ogni stereotipo romantico. Anche i membri della famiglia Armitage risultano memorabili proprio perché incarnano differenti modalità attraverso cui il potere si presenta sotto una maschera di apparente normalità. Persino i personaggi secondari possiedono una funzione drammaturgica precisa, contribuendo alla costruzione dell’universo simbolico del film.
Le interpretazioni
L’interpretazione di Daniel Kaluuya costituisce probabilmente il cuore emotivo dell’intera opera. Kaluuya costruisce una performance quasi minimalista, fondata sulla sottrazione. Gran parte del suo lavoro recitativo passa attraverso lo sguardo, le esitazioni, le micro-espressioni facciali. La celebre sequenza dell’ipnosi rappresenta uno dei momenti attoriali più intensi del cinema recente proprio per la capacità dell’attore di comunicare disperazione assoluta senza ricorrere all’enfasi. Allison Williams offre una prova di notevole controllo, giocando continuamente sul doppio registro della naturalezza e dell’ambiguità. Straordinari anche Catherine Keener e Bradley Whitford, capaci di trasformare la cordialità borghese in un dispositivo profondamente perturbante. Una menzione particolare merita Lil Rel Howery, il cui personaggio introduce momenti di autentica comicità senza compromettere la tensione complessiva, svolgendo anzi una funzione narrativa fondamentale.
Simbolismo e livelli di lettura
Ridurre Get Out a un semplice film sul razzismo significherebbe impoverirne enormemente la portata. L’opera affronta temi come il controllo dell’identità, la mercificazione del corpo, il colonialismo culturale, il rapporto tra apparenza progressista e strutture di potere, la trasformazione dell’essere umano in oggetto di consumo. L’horror diventa così una forma di critica sociale capace di parlare contemporaneamente allo spettatore interessato al puro intrattenimento e al pubblico più attento alle implicazioni filosofiche e sociologiche. È raro trovare un film capace di funzionare simultaneamente come thriller impeccabile, satira politica e riflessione antropologica.
Un horror che detta le regole della contemporaneità
Get Out rappresenta una delle opere di genere horror più significative del cinema del XXI secolo. Jordan Peele dimostra una padronanza sorprendente del linguaggio cinematografico, realizzando un film in cui ogni scelta formale — dalla fotografia alla colonna sonora, dal montaggio alla costruzione dei personaggi — concorre alla medesima architettura concettuale.
La sua forza non risiede esclusivamente nell’efficacia della suspense, né nell’originalità della metafora politica, ma nella straordinaria armonia tra contenuto e forma. Pochi horror contemporanei riescono a essere contemporaneamente così accessibili e così profondi, così coinvolgenti sul piano emotivo e così stimolanti su quello intellettuale. Get Out non si limita a spaventare lo spettatore: lo costringe a interrogarsi sulle strutture invisibili del potere, sulle ambiguità del linguaggio e sulle forme più sottili della violenza sociale.
È un’opera destinata a rimanere un punto di riferimento imprescindibile nella storia del cinema di genere, dimostrando come l’horror possa ancora essere uno dei più efficaci strumenti di analisi della contemporaneità.
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Cristina Lucarelli
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