«Ho letto nei Cahiers du Cinéma che un regista è come un guardone, un voyeur», dice il giovane Matthew in una delle scene più celebri di The Dreamers. Lo sguardo di Satantango, il disco d’esordio dell’omonimo duo musicale formato da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, fotografa le disillusioni di una generazione spettatrice, dal buco della serratura della provincia di Cremona.
Selezionato nella cinquina finalista del Premio Tenco 2026 per la migliore opera prima, Satantango oscilla tra riferimenti alla nouvelle vague, atmosfere new wave, sonorità shoegaze dei migliori anni Novanta e profondità cantautorale. Il risultato è un viaggio di 28 minuti nello stato d’animo della provincia, di chi si è accorto che «quello che ci avevano promesso non sarebbe mai arrivato».
Satantango prende il nome dal capolavoro cinematografico di Béla Tarr, tratto dal romanzo del Premio Nobel ungherese László Krasznahorkai. Cosa significa per voi?
Quando ho visto il film per la prima volta ho avuto un momento di catarsi e mi sono detta: «È casa mia» (racconta Valentina, ndr). La cascina, l’atmosfera, il paesaggio campestre di una volta – dove sembra che il tempo si sia fermato – somigliano alla campagna nebbiosa di Casalbuttano ed Uniti, dove siamo nati e cresciuti. Se cammini per i campi a novembre ti ritrovi immerso nello stesso bianco e nero.
La copertina del disco ritrae una centrale idroelettrica spettrale, tra alberi, pali della luce e una stradina di campagna…
Si trova alla fine della pista ciclabile del nostro paese, dove da sempre finiscono le nostre passeggiate prima di tornare a casa. Un luogo lugubre che ci ha sempre affascinati, con la sua struttura pericolante, le pareti scrostate, i vetri rotti e il canale che passa attraverso: è stato un colpo al cuore quando l’hanno ristrutturata.
Tra cani che abbaiano, argini e tralicci della sera, in Strada provinciale 6 e Viale Alluvioni l’estetica della provincia si fa cullare dai muri di suono shoegaze. Com’è nato l’incontro tra questi due mondi sensoriali?
Sono mondi affini, dove puoi trovare rifugio e chiuderti fuori da tutto per la durata del disco. Puoi perderti sia nel genere shoegaze, tra muri di chitarre, layer e riverberi, sia nella nostra provincia, una bolla chiusa di neve e foschia. Due mondi nostalgici, plumbei, un po’ oscuri, che noi abbiamo abitato con testi cantautorali.
Quali sono state le penne più influenti nelle fasi di scrittura?
Ascoltiamo tantissimo i cantautori. Per esempio il Guccini di Radici, che parla da un piccolo paese, o Francesco Bianconi e i Baustelle, importantissimi: ho ascoltato per la prima volta Charlie fa surf nel mio ultimo giorno da quindicenne e dopo 18 anni è ancora la mia canzone italiana preferita (racconta Gianmarco, ndr). In realtà l’ispirazione per i testi nasce più dalla letteratura, ma il nostro processo creativo accoglie tanti stimoli diversi.
Satantango è un album cinematografico, vive di montaggio e narrazione per immagini: quali film vi hanno accompagnato durante le registrazioni?
Io stavo dando gli esami di cinema all’università, quindi ne ho visti tantissimi (dice Valentina, ndr) e molti sono entrati nel disco, come atmosfere o citazioni dirette: ad esempio i film di Jean-Luc Godard, Michelangelo Antonioni, Éric Rohmer, ma anche The Dreamers, Santa Maradona e Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet. In particolare, in 9/11 e Permafrost abbiamo voluto tradurre il linguaggio del cinema in musica, con frasi frammentate che ricordano i jump cut dei montaggi di Godard.
Il disco si apre con 9/11, una canzone d’amore intrisa di alienazione, perdita di innocenza e sguardi al passato. Ci siamo abituati a essere solo spettatori?
È lo stato d’animo di una generazione intera. Le immagini in televisione dell’attacco alle Torri gemelle rappresentano un taglio netto dall’infanzia, quando pian piano ci siamo resi conto che quello che ci avevano promesso non sarebbe mai arrivato. Quindi per forza siamo rimasti ai margini: vediamo il mondo andare avanti, ma senza di noi. In più viviamo in provincia, geograficamente ai margini, come outsider, dove la storia passa davanti ai tuoi occhi su uno schermo.
Perché siete rimasti nella provincia di Cremona?
Ci siamo molto affezionati, le abbiamo dedicato il disco. È come il rapporto con una persona: a volte la odi, ci litighi, poi però le vuoi bene e torni indietro. L’esterofilia e il mito della grande città esistono in tutte le province, soprattutto in Italia, così ti viene detto che se vuoi realizzarti devi andare in America, a Londra o a Milano. A un certo punto capisci che c’è del bello anche dove sei nato tu: quando le cose sono lontane sembrano sempre migliori di quello che invece non sono.
In 9/11 cantate che «Milano è buona solo per le feste»…
Sempre di più (ridono, ndr).
Il singolo di lancio, Gioventù amore e rabbia, si ispira all’omonimo film di Tony Richardson del 1962, con i “giovani arrabbiati” dell’Inghilterra del dopoguerra. Eppure parla da vicino ai ragazzi disillusi del presente: chi è il protagonista?
Abbiamo dedicato la canzone a un amico che purtroppo non c’è più. Le nostre generazioni tendono ad autosabotarsi, come nella scena finale del film, quando Colin si ferma prima di tagliare il traguardo. È una tendenza naturale in una società che ti chiede di correre, di arrivare, senza le possibilità concrete: non c’è lavoro e gli stipendi sono bassi.
L’episodio autobiografico più doloroso – la morte di un amico in un incidente stradale – compare proprio nel brano uptempo del disco…
Abbiamo voluto raccontare la storia più pesante attraverso la canzone più leggera, in cui l’ironia la rende più pungente: è forse il suo aspetto più baustelliano. Nonostante il testo sia molto triste, è il brano che quando suoniamo live il pubblico ha più voglia di ballare e di cantare.
Il disco si chiude con Cinema Tognazzi e omaggia la sala storica di Cremona, chiusa nel 2011. Vi sentite ancora «al sicuro quando scende il grande buio», come quando eravate bambini?
Sì, in un mondo che sta cadendo, il cinema è il nostro rifugio e il grande schermo una finestra sulla possibilità.
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simone bianchetta
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