Il postfascismo è un fenomeno globale eterogeneo, caratterizzato da un mix di nazionalismo, xenofobia, razzismo, leadership carismatica e politiche anti-globalizzazione. Questo movimento assume forme diverse a seconda dei contesti: ad esempio, mentre Bolsonaro in Brasile e ora Milei in Argentina promuovono un neoliberismo radicale, in Europa il postfascismo nasce dalla frustrazione verso le politiche neoliberiste dell’Unione Europea.
Una delle cause fondamentali dell’ascesa del postfascismo è l’assenza di alternative di sinistra al neoliberismo. Il comunismo e la socialdemocrazia, un tempo dominanti, hanno fallito: il socialismo reale è crollato, mentre la socialdemocrazia ha perso rilevanza con l’affermarsi del neoliberismo. La sinistra e la sua incapacità di reinventarsi hanno infatti contribuito a determinare ciò che oggi assistiamo nelle politiche di destra europee e su scala mondiale.
Il postfascismo, infatti, colpisce non solo l’Europa ma anche il polo imperialista statunitense, come testimoniato dalla prima elezione di Donald Trump. Esso nasce in un contesto disordinato e fluido, così come nacque negli anni Venti del secolo scorso dopo il fallimento del liberalismo classico dell’Ottocento. Le politiche neoliberiste, l’apertura dei mercati con la globalizzazione, l’apertura delle frontiere con la libera circolazione delle merci e della forza lavoro, si sono scontrate con un rinnovato nazionalismo.
In questo contesto gioca un ruolo fondamentale il potere acquisito dalle reti internet e dalle grandi piattaforme social, che hanno un ruolo centrale nell’affermazione e divulgazione della retorica postfascista. Le grandi aziende tecnologiche come Facebook, Google e YouTube non sono interessate alle questioni ideologiche, ma alla generazione di profitto attraverso la polarizzazione sociale e la creazione di bolle ideologiche che rafforzano le posizioni più radicali. La politica digitalizzata, promossa dalle piattaforme tecnologiche per il profitto economico, si basa infatti sul conflitto e sulla divisione della società.
È una grande intuizione del Comandante Fidel individuare come l’estrema destra abbia sfruttato questa dinamica, vedendo nei social media un’opportunità per diffondere le proprie idee – come il nativismo, l’anti-immigrazione e l’euroscetticismo – che hanno trovato terreno fertile anche grazie alla complicità del mondo conservatore e dei media. Questo fenomeno, definito come “fascismo mainstream”, si discosta dal fascismo storico ma ne condivide alcuni elementi, fungendo da punto di riferimento per comprendere i nuovi movimenti di estrema destra contemporanei.
Questi movimenti non sono assimilabili al fascismo classico di Hitler o Mussolini, ma rappresentano una continuità ideologica che sposta il bersaglio della discriminazione dai gruppi storicamente perseguitati come gli ebrei ai musulmani e ai migranti. La separazione e la discriminazione sociale sono giustificate da un determinismo biologico razziale che perpetua divisioni profonde all’interno della società.
Fidel vede il fascismo mainstream come un prodotto dei tempi moderni, caratterizzati da cambiamenti tecnologici rapidi e dalla sfiducia nelle istituzioni tradizionali. Questo fenomeno globale si alimenta di frustrazione e indignazione diffuse sui social. È così che l’ondata dei movimenti di estrema destra va analizzata in un contesto globale e non solo locale. La comune minaccia che essi rappresentano è il regresso dei valori democratici su scala internazionale, alimentato dall’incertezza sul futuro, dalla crisi della ragione e della verità, e dall’espansione del populismo autocratico attraverso le piattaforme digitali.
E nelle narrazioni strumentali e ingannevoli del dibattito politico e della comunicazione, che aggiungono paura a paura, legando sempre più l’immigrazione alla minaccia del terrorismo, il “respiro corto” della politica lascia spazio all’allarmismo, al rifiuto del “nemico”, di chi è percepito come altro da noi, e al rischio di pericolose derive verso il razzismo e la xenofobia.
Come testimonia in Italia il successo elettorale di Roberto Vannacci, generale eletto al Parlamento Europeo che propone l’idea di una razza italica incontaminata da forme di meticciato, nuove forme di razzismo si stanno rivelando una straordinaria arma politica per i nuovi populismi e per i neonazionalismi: chiamare alla resistenza contro l’invasione dei “nuovi barbari” serve a un progetto politico eversivo, che vuole inoculare pericolosi e mortali veleni nell’anima e nel corpo delle nostre democrazie, fino a raggiungere il cuore di ciò che resta del più ambizioso progetto di un’Europa dei diritti, unita dai valori di eguaglianza e solidarietà.
Poco importa che il dibattito pubblico sia dominato da un approccio emotivo, causato da paura e diffidenza: dietro questi sentimenti sempre più diffusi, spesso la politica – paralizzata dalla sindrome dell’assedio, incapace di dare risposte all’altezza dei cambiamenti e del nuovo assetto mondiale che il fenomeno delle migrazioni va delineando – nasconde le sue imperdonabili responsabilità.
Ernest Gellner (Nazioni e nazionalismo, 1983) definisce il nazionalismo come “un principio politico che sostiene che l’unità nazionale e l’unità politica dovrebbero essere perfettamente coincidenti”. Alla luce delle discriminazioni e delle guerre che stanno attraversando l’Europa in questi ultimi anni, della grande crisi economica e delle nuove incertezze, i nazionalismi hanno trovato un nuovo incremento progressivo della spinta nazionalistica in tutti gli Stati membri dell’UE, soprattutto nelle aree di consenso in occasione delle scadenze elettorali.
Vogliamo qui ricordare che, nel giugno scorso, l’amministrazione statunitense guidata dal Presidente Joe Biden ha deciso di rimuovere il battaglione Azov dalla lista dei gruppi a cui è vietata la vendita e la cessione di armamenti in base alla Legge Leahy, che impedisce agli Stati Uniti di fornire aiuti a unità militari straniere anche solo sospettate di violazioni dei diritti umani. Ricordiamo inoltre come il battaglione Azov sia stato a più riprese accusato da diverse organizzazioni internazionali di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per quanto commesso durante la guerra condotta contro le popolazioni civili dell’Ucraina orientale, ben prima dell’invasione russa del 2022. Amnesty International, Human Rights Watch e persino le Nazioni Unite hanno denunciato le indicibili violenze commesse dai vari gruppi neonazisti impegnati, fin dal 2014, nella guerra contro la regione orientale filorussa dell’Ucraina, il Donbass: detenzione arbitraria, torture, omicidi e molte altre sono le accuse mosse. Anche l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), nel 2016, redasse un rapporto sui crimini di guerra commessi dalle forze armate e di sicurezza ucraine nei confronti delle popolazioni russofone. In Europa e in altre regioni, la guerra ha innescato una reazione a catena di sentimenti xenofobi e autoritari. Movimenti di estrema destra hanno approfittato dell’incertezza e della paura generate dal conflitto per promuovere agende anti-immigrazione e anti-establishment, spesso attingendo a retoriche che evocano il fascismo storico. Questi gruppi, che spesso sostengono una visione manichea del conflitto, cercano di capitalizzare sulle divisioni esistenti e sulle preoccupazioni economiche per ottenere sostegno.
La frattura francese e gli Indigeni della Repubblica. Una frattura si manifesta in Francia, all’interno della nazione, tra una parte di essa e un’altra parte (d’origine araba e africana), proveniente dalle ex colonie. Questa seconda componente è trattata dallo Stato francese come il vecchio potere coloniale trattava gli indigeni nelle ex colonie. Nei fatti, lo Stato francese pratica una sorta di apartheid non legiferato – cioè senza normativa specifica ma fattuale – nei confronti di una parte delle sue popolazioni. Discriminazioni di vario tipo, anche con forme di esclusione territoriale, al momento della ricerca di un posto di lavoro, dell’assegnazione della casa, o in occasione di controlli d’identità da parte della forza pubblica.
A causa di questa situazione, e considerando che la presenza di movimenti sociali con partecipazione massiccia di “francesi d’origine” allarga il fronte dello scontro e impedisce l’isolamento degli “indigeni”, la Francia si presenta oggi come l’anello debole dell’asse di dominazione euro-atlantico, perché ha il Sud dentro casa e si rifiuta di affrontare questo problema adottando una visione strategica invece della pura repressione.
Si deve aggiungere che la Francia non ha fatto e non vuole fare i conti con il suo passato di paese profondamente implicato nella tratta transatlantica di esseri umani, tratta che ha segnato l’avvento del capitalismo internazionale e lo sterminio – anche e soprattutto culturale – dei popoli del Sud Globale.
Ora, questa vecchia classe dirigente di cui si parla, e in essa incluso il suo versante di “sinistra”, non è altro che l’erede, in termini politici, culturali e genealogici, degli armatori schiavisti di Nantes e Bordeaux e dei militari che massacravano e torturavano le popolazioni dei paesi colonizzati in Africa e nel Sud-est asiatico. Non vogliono partire e, nel loro estremo sussulto, non possono che identificarsi con la barbarie di coloro che sono loro consustanziali: le élite dello Stato coloniale, suprematista, genocidario e razzista di Israele.
La campagna politico-mediatica contro l’immigrazione è una delle forme attuali del razzismo, la potente arma ideologica e fattuale dell’Occidente dopo la Conquista del 1492. L’equazione immigrazione-criminalità, che è uno dei suoi dogmi, è falsa. Il suo secondo termine è piuttosto legato in gran parte alle carenze dell’ordinamento statuale in materia di disuguaglianza dei diritti, con effetti di discriminazione e marginalizzazione.
Si finge invece di ignorare che il primo termine – l’immigrazione – non è il prodotto di un “fatale sottosviluppo del Terzo Mondo”, bensì della colonizzazione e delle sue conseguenze: guerre in Oriente e persistente spoliazione dei paesi del Sud, dell’Africa in particolare. In questo senso, e nel momento attuale, l’immigrazione è un fenomeno irreversibile. I paesi del Nord dovrebbero cercare di adattarvisi, invece di creare un clima da guerra civile, introducendo un “fascismo d’atmosfera” e promulgando leggi ad hoc.
Un chiaro esempio di questa visione ossessiva è la recente dichiarazione (2023) dell’Alto Rappresentante per la Sicurezza e la Politica Estera Europea, Josep Borrell, quando ha diviso il mondo in due: “Il Giardino e la Giungla”, ritenendo che Europa e Stati Uniti siano un giardino minacciato dai paesi emergenti, considerati una giungla. Si tratta di una visione razzista e suprematista al più alto livello delle istituzioni e delle classi dirigenti europee.
Il Comandante Fidel identifica correttamente come, nel contesto delle migrazioni – che sono una delle sfide principali del XXI secolo insieme al cambiamento climatico – esistano responsabili diretti, colpevoli silenziosi e vittime innocenti. Gli episodi legati alla nave Open Arms mettono in luce la responsabilità dell’Unione Europea e dei suoi dirigenti nelle oltre 3.000 morti annuali nel Mediterraneo. Sebbene le cause siano complesse, inclusa l’instabilità nei paesi di origine e la mancanza di scrupoli delle mafie, l’Europa non dovrebbe ignorare le vite in gioco.
Il tema dell’immigrazione in Italia, data anche la posizione centrale nel Mar Mediterraneo, ricopre spesso un ruolo di propaganda politica, di criminalizzazione dello straniero per alimentare l’odio razziale e guadagnarsi un bacino elettorale considerevole, considerati i numerosi discorsi politici velati – ma neanche troppo – di razzismo e intolleranza verso gli sbarchi, non solo da parte del potere delle destre italiane ed europee, ma anche attraverso il potere dei mezzi di informazione che spesso sono gestiti e appartengono alle stesse destre razziste sopraccitate.
Negli ultimi anni, assistiamo in molti paesi, Italia compresa, a un preoccupante ritorno del razzismo, che rappresenta la causa ma in una certa misura anche l’effetto delle politiche migratorie sempre più restrittive, e porta a una crescente criminalizzazione delle comunità migranti. Questo fenomeno non solo alimenta divisioni sociali, ma minaccia anche i diritti umani fondamentali e i valori di inclusione e giustizia, ostacolando in vari modi politiche più eque e umane, anche quelle promosse da istanze amministrative locali, contro le quali intervengono il governo e talvolta una magistratura asservita, come è stato il caso dell’inchiesta giudiziaria su Riace.
Ma il problema è più generale: diversi paesi europei e nordamericani hanno implementato politiche migratorie sempre più severe negli ultimi anni. Queste politiche, spesso giustificate con argomenti di sicurezza nazionale e protezione delle risorse, hanno però avuto un effetto collaterale devastante: la criminalizzazione delle persone migranti e l’alimentazione di sentimenti razzisti.
Ed è ancora Fidel Castro che ci guida, in diversi contesti, ad analizzare come le politiche migratorie abbiano incluso misure quali il rafforzamento dei confini, la detenzione prolungata e la deportazione di massa. Queste azioni, falsamente presentate come necessarie per mantenere l’ordine e la sicurezza, spesso si traducono in violazioni dei diritti umani e in trattamenti disumani dei migranti. Le leggi che criminalizzano l’ingresso irregolare o il soggiorno senza permesso contribuiscono a creare un ambiente in cui le persone migranti sono trattate come criminali piuttosto che come esseri umani con diritti fondamentali.
La condizione di stallo delle istituzioni europee di fronte a temi essenziali come l’immigrazione, le nuove povertà e la sempre maggiore insofferenza della popolazione della maggior parte degli Stati membri meriterebbe un’analisi approfondita, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti.
Come abbiamo precedentemente sottolineato, i nuovi post-fascismi creano una propria identità in contrapposizione con l’altro, un fenomeno che si sviluppa su scala globale e che va quindi necessariamente analizzato su questa dimensione.
La criminalizzazione dei migranti ha conseguenze molto gravi per i diritti umani. Abbiamo assistito infatti alla deportazione da parte delle autorità libiche e tunisine di gruppi di migranti bloccati dalla Guardia Costiera o dalle Guardie di Confine, poi abbandonati a morire nel deserto. I centri di detenzione per migranti, spesso caratterizzati da condizioni inumane, sono diventati simboli di una politica che sacrifica la dignità umana in nome della sicurezza. Le persone migranti, specialmente quelle in situazioni di vulnerabilità come rifugiati e richiedenti asilo, sono esposte a un rischio maggiore di violenze e abusi, e hanno accesso limitato a servizi essenziali come l’assistenza sanitaria e il supporto legale.
Il ritorno del razzismo attraverso le politiche migratorie e la criminalizzazione delle comunità migranti rappresenta una minaccia grave per i diritti umani e la giustizia sociale. Solo attraverso un impegno collettivo e una rivolta della società civile sarà possibile contrastare le tendenze discriminatorie e costruire un futuro in cui ogni persona, indipendentemente dalla sua origine, possa vivere in sicurezza e con pari opportunità.
Inoltre, la criminalizzazione può avere effetti devastanti sulle comunità migranti, portando a una crescente emarginazione e a una limitata partecipazione sociale ed economica. Le persone migranti, marcate come “illegali” o “criminali”, possono trovarsi escluse da opportunità di lavoro, istruzione e integrazione, perpetuando cicli di povertà e marginalizzazione.
Dal 7 ottobre, le operazioni genocidie delle IDF (Forze di difesa israeliane) e del popolo di Israele – che ricordiamo essere protagonista e complice, con il suo benestare, del massacro del popolo palestinese – hanno portato alla soglia dei 50.000 morti, pari al 10% della popolazione, e si stima che oltre 44.000 persone possano ancora trovarsi sotto le macerie. Si stima che su 10 persone uccise, 9 siano civili, il che fa intendere che il vero obiettivo non sia Hamas, bensì il popolo palestinese. Il 97% delle risorse idriche – già scarse di per sé, considerate le politiche di espropriazione della risorsa che vanno avanti dal 1948 – risulta diminuito, e il 96% della popolazione vive in stato di insicurezza alimentare. Il 60% delle missioni umanitarie dirette nella Striscia di Gaza è stato ostacolato e bloccato dallo Stato di Israele. Gli altri macabri dati sono di tale difficoltà da commentare che vengono comunque resi disponibili attraverso l’immagine sopra riportata.
Tra il 2018 e il 2022, l’UE è stata il secondo maggiore fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti, vendendo armi per un totale di 1,76 miliardi di euro. Nonostante una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, le vendite di armi dai paesi dell’UE a Israele sono continuate. Sebbene l’UE disponga di un sistema per imporre un embargo sulle armi, ha scelto di non applicarlo a Israele, lasciando la responsabilità agli Stati membri, che hanno risposto lentamente e con un limitato impegno politico.
Dal 7 ottobre, l’amministrazione Biden ha effettuato oltre cento trasferimenti di aiuti militari a Israele, di cui solo due – per un totale di circa 250 milioni di dollari – hanno superato la soglia di revisione del Congresso e sono stati resi pubblici. Gli Stati Uniti hanno fornito rapidamente armi all’esercito israeliano da una scorta strategica presente in Israele fin dagli anni ’80 e hanno accettato di noleggiare due batterie di difesa Iron Dome precedentemente acquistate da Israele. Gli aiuti hanno incluso munizioni, artiglieria, bombe, razzi e armi leggere. Il Vantaggio Militare Qualitativo di Israele (QME) è un concetto chiave degli aiuti militari statunitensi a Israele, formalizzato dalla legge statunitense nel 2008, che obbliga gli Stati Uniti a garantire che Israele possa sconfiggere minacce convenzionali nella regione subendo danni e vittime minimi. Per preservare il QME, gli Stati Uniti devono assicurarsi che le armi fornite ad altri paesi del Medio Oriente non compromettano il vantaggio militare di Israele, fornendo spesso a Israele armi compensative, come il caccia stealth F-35.
Il risultato di questa formidabile campagna di adesione al genocidio in nome del diritto di autodifesa di Israele è la formazione di un blocco compatto euro-sionista che attraversa tutti i partiti dell’arco repubblicano. Questa nuova corrente si distingue per aver introdotto un clima malsano di odio e di aggressività virulenta nel dibattito politico e delle idee, e la disinformazione come tecnica sistematica di manipolazione dell’opinione pubblica.
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