Il dibattito contemporaneo sulla minaccia atomica oscilla costantemente tra due polarità: l’imperativo etico della sopravvivenza globale e la dura logica della deterrenza nucleare tra nazioni e continenti. Spesso, nel discorso pubblico, si fa strada l’idea drammatica che il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, adottato dalle Nazioni Unite nel 2017, rappresenti l’ultimo fragile argine prima di una totale “giungla atomica”. Questa prospettiva, merita un’analisi più approfondita che ne contestualizzi la reale portata giuridica e geopolitica.
Se da un lato il disarmo nucleare si configura come una delle sfide cruciali del nostro tempo, dall’altro è necessario decostruire la complessa architettura del diritto internazionale per comprendere che il cammino verso un mondo libero da ordigni atomici si poggia ormai quasi su un unico, isolato pilastro, ma anche su una rete interconnessa di trattati storici, accordi regionali e norme consuetudinarie che, seppur sotto assedio, continuano a esercitare una forza di contenimento, anche se molto blanda. Per cui il TPNW rappresenta in modo veritiero una ancora di salvezza.
Per comprendere lo stato attuale del disarmo, occorre innanzitutto ricollocare il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari all’interno della più ampia evoluzione del diritto internazionale umanitario. Il trattato ha indubbiamente segnato una svolta storica, introducendo una categorica illegittimità morale e giuridica delle armi nucleari, equiparandole di fatto ad altre armi di distruzione di massa già bandite, come quelle chimiche e batteriologiche.
Tuttavia, considerare questo trattato come l’unico baluardo superstite non rischia di oscurare il valore di altri strumenti che, nonostante le evidenti tensioni geopolitiche, rimangono parzialmente in vigore. Il Trattato di non proliferazione nucleare, siglato nel 1968, non può costituire oggi la pietra angolare dell’ordine di sicurezza globale. Con i suoi intrinseci limiti strutturali — primo fra tutti l’asimmetria tra le potenze nucleari riconosciute e i paesi non nuclearizzati — esso non ha assolutamente impedito quella frammentazione nucleare che molti analisti geopolitici della metà del secolo scorso davano per inevitabile.
Accanto al Trattato di non proliferazione, non si può ignorare il ruolo silenzioso ma vitale delle Zone Libere da Armi Nucleari. Intere regioni del pianeta, attraverso storici accordi come il Trattato di Tlatelolco in America Latina o il Trattato di Pelindaba in Africa, hanno scelto deliberatamente di escludere la minaccia atomica dai propri territori, creando ampie aree di stabilità che sottraggono porzioni significative del globo alla logica della deterrenza.
Allo stesso modo, pur in assenza di una formale entrata in vigore a causa della mancata ratifica di alcuni Stati chiave, il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari ha imposto una norma di comportamento globale così radicata che qualsiasi test nucleare odierno viene immediatamente registrato ed unanimemente condannato dalla comunità internazionale. La “giungla atomica”, dunque, non è un destino imminente e privo di regole, bensì uno scenario di forte tensione in cui le regole esistenti subiscono una costante pressione egemonica.
La riflessione sul nucleare, tuttavia, non si esaurisce nella dimensione puramente militare, ma si estende inevitabilmente a quella civile, aprendo un dibattito filosofico e pragmatico di straordinaria complessità.
La tesi che unisce la lotta contro il nucleare militare a quella contro il nucleare civile in un unico grande fronte poggia su considerazioni di ordine tecnologico ed ecologico non trascurabili. Esiste, storicamente, una permeabilità scientifica tra i due ambiti: lo sviluppo di tecnologie civili per l’arricchimento dell’uranio può, in determinati contesti di instabilità democratica, fungere da anticamera per programmi di proliferazione bellica.
Inoltre, le preoccupazioni relative alla gestione millenaria delle scorie radioattive, ai costi esorbitanti di costruzione e dismissione degli impianti e al rischio di incidenti catastrofici alimentano una forte opposizione etica all’atomo civile, percepito come una tecnologia intrinsecamente non sostenibile e carica di rischi per le generazioni future.
D’altra parte, il dibattito contemporaneo sulla transizione ecologica impone di considerare anche l’argomentazione opposta, sostenuta da una parte significativa della comunità scientifica e decisionale. Di fronte all’urgenza drammatica del cambiamento climatico, l’energia nucleare civile viene da molti riletta non come un pericolo, ma come uno strumento strategico per la decarbonizzazione. Vogliono far sembrare il nucleare una fonte energetica ad altissima densità e priva di emissioni dirette di gas serra, in grado di garantire un approvvigionamento costante e indipendente dalle fluttuazioni meteorologiche che colpiscono le fonti rinnovabili. Ma tutto questo è errato.
In conclusione, la lotta contro la minaccia nucleare si rivela essere un terreno d’indagine in cui l’etica della responsabilità deve lottare costantemente contro le grandi lobby di potere. Se la messa al bando totale delle armi nucleari rimane l’orizzonte normativo e ideale indispensabile per garantire la sopravvivenza del genere umano, la salvaguardia e il rafforzamento del trattato esistente come il TPNW rappresenta i passi pragmatici necessari per evitare il collasso dell’ordine multilaterale. Allo stesso tempo, la questione del nucleare civile costringe la società contemporanea a un doveroso imperativo come il diniego e il ripensamento tra rischi tecnologici a lungo termine e imperativi climatici immediati, dimostrando che la ricerca di un futuro sicuro e sostenibile non ammette risposte semplicistiche, ma esige un impegno costante nella complessità etica del presente.
Laura Tussi
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