Perché in queste ore è tornato d’attualità il nome di Alessio Casimirri? Nome di battaglia “Camillo”, si tratta dell’ultimo, grande latitante delle Brigate Rosse coinvolto nel sequestro e nell’uccisione di Aldo Moro, il capitolo più tragico della nostra storia repubblicana.
Casimirri era fisicamente presente in via Fani al momento del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana e dell’uccisione della sua scorta.
Per questo potrebbe ancora contribuire a chiarire punti oscuri di quella vicenda.
In ogni caso, in Italia, dovrebbe scontare sei ergastoli. Ma da oltre quarant’anni vive protetto in Nicaragua, il Paese che oggi rifiuta la sua estradizione al punto da rompere le relazioni diplomatiche con Roma dopo che ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani, nel corso di un incontro internazionale del Ppe, in cui erano presenti anche vari esponenti dell’America latina, ha reclamato:
Chiediamo al Nicaragua di estradare Casimirri in Italia. Continuare a garantire l’immunità a un criminale mi pare veramente ingiusto e inaccettabile
Vita privata e pubblica, cosa sappiamo di Alessio Casimirri
Alessio Casimirri è nato a Roma il 2 agosto 1951 ed è cresciuto in una famiglia quanto mai lontana dall’estremismo della lotta armata: il padre, Luciano Casimirri, fu responsabile dell’ufficio stampa della Santa Sede sotto tre Pontefici, fino a Paolo VI, un dettaglio che alimenterà in seguito discussioni sulle eventuali “coperture” godute dal figlio. La mamma era cittadina del Vaticano.
Ma tant’è: dopo il diploma classico, nel 1977, Alessio Casimirri si avvicina alla militanza extraparlamentare prima entrando a far parte del servizio d’ordine di Autonomia operaia, poi gestendo con la moglie un’armeria a Roma, attività che lo porta nel circuito delle Brigate Rosse.
All’interno della colonna romana delle BR assume il nome di battaglia “Camillo” e viene identificato tra i partecipanti al commando che il 16 marzo 1978, in via Fani, a Roma, sequestra Aldo Moro e uccide i cinque uomini della scorta.
Secondo le ricostruzioni giudiziarie, Casimirri sarebbe stato a bordo della Fiat 128 bianca guidata da Alvaro Lojacono, l’auto che bloccò l’accesso alla strada al momento dell’agguato.
Nel corso dei processi Moro, la magistratura italiana l’ha condannato in via definitiva a sei ergastoli per concorso nel sequestro e nell’omicidio dello statista democristiano e nella strage di via Fani, ma Casimirri non ha scontato neppure un giorno di carcere perché subito latitante.
Dopo una prima fuga tra Libia e Cuba, tra il 1982 e il 1983 si stabilisce in Nicaragua, dove ottiene la cittadinanza nicaraguense grazie al matrimonio con una donna del posto.
Esperto sommozzatore e diplomato Isef, nel Paese centro-americano, si dedica alla pesca e alle ricerche subacquee prima di reinventarsi ristoratore: Casimirri ha aperto locali come La Cueva del Buzo e il ristorante Magica Roma a Managua, entrambi frequentati anche da esponenti delle élite politiche e militari nicaraguensi.
L’estradizione negata
Questa vita da normale imprenditore e appassionato di immersioni convive da decenni con il suo status di latitante di lusso, protetto dal regime sandinista prima e dal governo di Daniel Ortega e Rosario Murillo poi, che gli garantiscono asilo e cittadinanza.
Eppure, trentatré anni fa, si andò vicino all’obiettivo di riportarlo in Italia. Solo una fuga di notizie interruppe il tentativo di due nostri 007 di negoziare il suo rientro.
Ora, sul piano giuridico, il nodo centrale della sua vicenda è ancora la cittadinanza nicaraguense: la costituzione del Paese centro-americano vieta l’estradizione dei propri cittadini. E questo principio viene sistematicamente opposto alle richieste italiane, nonostante le condanne passate in giudicato e una mozione anche del Parlamento europeo che nel 2024 ha chiesto l’immediata estradizione di Casimirri.
I rapporti personali del brigatista con settori della politica e dell’apparato militare nicaraguense, ricordati anche dagli atti della Commissione parlamentare sul caso Moro, hanno ulteriormente rafforzato la sua posizione, rendendo di fatto inefficaci per oltre quarant’anni gli sforzi della giustizia italiana.
Perché Casimirri potrebbe dire molto sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro
Con un intervento del ministro degli Esteri Antonio Tajani, il governo italiano ha sollecitato nuovamente Managua a consegnare “un assassino di Aldo Moro” condannato a sei ergastoli.
Il titolare della Farnesina ha definito il Nicaragua un governo “estremista” che protegge un terrorista.
Fatto sta che la risposta nicaraguense è stata tranchant: le autorità di Ortega hanno notificato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con l’Italia.
Questo scontro politico mette in evidenza quanto il caso Moro rimanga, a quasi cinquant’anni di distanza, una ferita aperta non solo nella storia italiana.
Casimirri è l’ultimo latitante di via Fani, l’unico tra i partecipanti riconosciuti all’agguato che non è mai stato incarcerato.
Proprio la sua latitanza, secondo molti osservatori, ha impedito negli anni di chiudere del tutto i vuoti investigativi e le “zone grigie” sul sequestro e l’uccisione di Moro, alimentando ipotesi di connivenze, depistaggi e interventi occulti dei servizi segreti deviati italiani e stranieri.
Gli atti delle commissioni parlamentari sottolineano che la presenza di Casimirri in via Fani gli darebbe la possibilità di fornire dettagli ancora inediti su dinamiche operative, catena di comando, ruoli individuali e eventuali presenze esterne al nucleo brigatista.
La sua biografia, che incrocia il mondo vaticano, l’estrema sinistra romana e poi l’area internazionale sandinista, è considerata da alcuni esperti del caso Moro nonché degli anni di piombo, fondamentale in quanto potrebbe far emergere elementi utili a chiarire eventuali protezioni e “deviazioni” che hanno accompagnato sia l’azione delle BR che le successive indagini.
In particolare, sul caso-Moro, le domande aperte riguardano la catena di responsabilità in via Fani (chi ha deciso l’irruzione, chi ha sparato, chi ha coperto la fuga) e il modo in cui alcuni terroristi come Casimirri siano riusciti a costruirsi una rete di appoggi internazionali che ha garantito decenni di impunità.
Un’eventuale estradizione e collaborazione con la giustizia potrebbe contribuire ad avvalorare o smentire teorie su possibili interferenze dei servizi segreti, su contatti non chiariti tra mondi istituzionali e area brigatista e sull’esistenza di mandanti o suggeritori esterni al gruppo armato.
Per l’Italia, dunque, riportare Casimirri davanti a un giudice non avrebbe solo un valore punitivo ma anche conoscitivo: si tratterebbe di interrogare l’unico uomo rimasto finora fuori dal dibattito diretto, capace potenzialmente di chiarire i dubbi che ancora ci sono su via Fani e sugli ultimi 55 giorni di Aldo Moro.
Il Nicaragua, però, fa della vicenda Casimirri un punto fermo: vuole dimostrare di “resistere” alle pressioni internazionali, facendo di un ex brigatista italiano un simbolo politico.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Giovanni Santaniello
Source link



